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Le voci di dentro di… Bruno Squeri

Racconti interiori di chi vive la strada ogni giorno

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Cosa ti ha spinto a salire sul camion?

È una passione che mi è stata tramandata. Vengo da una famiglia di trasportatori: mio padre, mio zio… da bambino durante le vacanze passavo giornate in cabina con loro. Stare sul camion, respirare quell’ambiente, vedere come si viveva la strada: sono cose che mi sono entrate subito dentro.

Raccontaci le tue origini

Sono nato e cresciuto a Milano, ma le mie origini sono genovesi: entrambi i miei genitori vengono da lì. Milano mi ha dato tantissimo, soprattutto dal punto di vista culturale, ed è stata «casa» per una parte importante della mia vita, fino a dopo il militare. Però appena ho potuto sono scappato. Genova era il posto che sentivo più mio: per il clima, per l’atmosfera, per il modo di vivere. E poi c’era l’amore: la mia fidanzata di allora, oggi mia moglie, è genovese. Alla fine, è stata una scelta di cuore, ma anche di vita. Malgrado non ci sia cresciuto da bambino, a Genova mi sento profondamente legato.

Qual è oggi la difficoltà più pesante del tuo lavoro?

I tempi di attesa, in particolare nei porti. Parliamo di tre, quattro, fino a sei ore di attesa allo scarico che si accumulano giorno dopo giorno e che rendono il lavoro più pesante. In teoria esiste un indennizzo obbligatorio di 100 euro dopo 90 minuti di franchigia, ma nessuno lo rispetta. E poi manca chi controlla: non c’è un ente che vigili in modo concreto su queste dinamiche e questo rende tutto più ingiusto.

Come gestisci la frustrazione dell’attesa?

Leggo un libro, mi distraggo con i social network, provo a staccare la testa. Cioè evito di restare lì a guardare l’orologio. Non sempre ci riesco, ma ci provo. È l’unico modo per non farsi logorare dall’ansia.

Quali sono le tue passioni fuori dal lavoro?

Ho praticato football americano a livelli alti. Ho iniziato da ragazzo a Milano, giocando nell’Under 20, poi sono arrivato in prima squadra e ho fatto cinque anni in Serie A. Anche quando mi sono trasferito in Liguria non ho mai smesso, pur sapendo che il livello era più basso. Il lavoro non mi ha mai fermato: anche quando ero in giro con il camion, una volta parcheggiato e iniziata la sosta, infilavo le scarpe da ginnastica e andavo a correre, per tenermi pronto alla partita della domenica. Poi a un certo punto la Federazione italiana ha imposto il limite dei 45 anni per giocare nei campionati ufficiali. Così, con altri ex giocatori, abbiamo creato la Charity Bowl League, in cui giochiamo partite dimostrative in giro per l’Italia e devolviamo l’incasso in beneficenza.

E la tua famiglia?

Sono sposato e ho un figlio di 21 anni. Non ha seguito le mie orme, ma in qualche modo è rimasto vicino al mondo portuale: frequenta l’Accademia Navale e ha fatto già il primo imbarco, cinque mesi in mare, e a breve ripartirà.

Da genovese d’adozione e da autista, come hai vissuto il crollo del ponte Morandi?

È stata una ferita enorme. Una tristezza infinita per tutte quelle persone morte su una struttura che avrebbe dovuto essere sicura. Per anni si è parlato di manutenzione, di lavori notturni e poi il ponte è venuto giù. Le conseguenze psicologiche, per chi c’era e per chi vive la città, sono ancora forti. Da lì è partito un piano di cantieri impressionante. Oggi attraversare la Liguria è un calvario: lavori ovunque, tempi di percorrenza infiniti. Tra Alessandria Sud e Genova Voltri, in sessanta chilometri ci sono otto cantieri. È il risultato di decenni di mancata manutenzione.

Chiudiamo citando con una canzone: «Genova per noi» di Paolo Conte. Genova per te cos’è?

Ti do due risposte. Quella ironica: pesto e focaccia! Quella vera: casa e famiglia. Genova per me è questo: il posto dove riconosco i valori che mio padre mi ha insegnato e quello dove mi sento a casa.

Se vuoi par parte anche tu della nostra rubrica e raccontare la tua storia, scrivi a redazione@uominietrasporti.it

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