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La logistica non è un costo: lo dicono i numeri

Dal +4% delle tariffe al moltiplicatore degli investimenti, dal peso delle rinfuse nei porti alla fragilità dei piani di crisi nelle imprese. Sei numeri raccontano una verità semplice: la logistica è sempre più strategica, anche se spesso ce ne accorgiamo solo quando qualcosa si rompe

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4 per cento. È il numero da cui partire. Tra il 2024 e il 2025 le tariffe del trasporto stradale europeo sono cresciute in media del 4%. E il 2026 non promette inversioni di rotta. Non è una crescita trainata dal Pil – fermo attorno all’1,2% nell’Eurozona – né da un’esplosione della domanda. È una crescita che nasce altrove: nei costi che non scendono, nei pedaggi che aumentano, nelle assicurazioni più care, nella pressione regolatoria ambientale, nelle tensioni geopolitiche che impongono continue revisioni di rotte e strategie. Soprattutto, è una crescita che racconta un settore che prova a recuperare margini assottigliati dopo anni di turbolenze.

Quel 4% è quindi un segnale. Dice che la logistica è una sorta di sismografo dell’economia, estremamente sensibile. Se le tariffe salgono più del Pil, significa che la filiera sta assorbendo instabilità sistemiche che altrove restano invisibili. E tuttavia, mentre i prezzi si muovono verso l’alto, la capacità rimane stabile, anche per effetto della carenza di autisti e della difficoltà a pianificare investimenti. È un equilibrio fragile, costruito più sulla disciplina forzata che sull’espansione.

E tra le scosse registrate dalla logistica in questo momento c’è anche il costo dei carburanti. Il nostro rilevamento di oggi non lascia scampo: rispetto a quello precedente, datato 27 gennaio, il gasolio è aumentato di 26,5 centesimi al litro, pari a un +17,1% in circa cinque settimane.

Eppure un altro numero ribalta la prospettiva: 2,1. O, per meglio dire, il moltiplicatore calcolato da Cassa Depositi e Prestiti: per ogni euro investito in logistica se ne generano 2,1 di produzione complessiva. Di questi, 1,1 restano nel perimetro diretto del settore; un altro euro si diffonde lungo le filiere industriali, dall’energia alla meccanica, dalle costruzioni ai servizi. È la prova che la logistica non è un costo da comprimere, ma un’infrastruttura economica che abilita competitività, export e posizionamento nelle catene globali del valore.

Anche la geografia conferma questa centralità: il 44% del fatturato logistico nazionale si concentra nel Nord Ovest, dove il 61% delle imprese considera ormai la logistica un’attività strategica. E ancora: il ricorso al conto terzi è salito dal 36,4% del 2009 al 43% del 2023. Le aziende cercano flessibilità (46%), revisione della struttura costo/servizio (36%), riduzione dei rischi (22%). In altre parole: cercano resilienza.

Già, resilienza. Un termine che trova un contrappunto inquietante in un altro numero: 10%. È la quota di imprese che sviluppa scenari alternativi strutturati per affrontare crisi e discontinuità. L’82% monitora i rischi, ma solo una su dieci costruisce veri piani di contingenza. In un’epoca segnata da pandemia, guerre commerciali, instabilità energetica e riconfigurazione delle catene del valore, la pianificazione resta ancora troppo reattiva. Si investe in digitalizzazione, si parla di intelligenza artificiale, ma l’integrazione dei sistemi è parziale e la governance dei dati spesso incompleta. Il paradosso è evidente: la logistica è percepita come leva strategica, ma non sempre gestita con strumenti davvero strategici.

Anche nei porti i numeri sorprendono: il 48% delle merci in transito è costituito da rinfuse, mentre i container si fermano al 25%. Un dato che smentisce una narrazione e ne suggerisce un’altra. L’Italia non è solo piattaforma di scambio di beni finiti; è snodo di materie prime, energia, prodotti intermedi. È un Paese che vive di manifattura e trasformazione e, di conseguenza, la sua logistica riflette questa vocazione. Investire in infrastrutture portuali, corridoi ferroviari, Zone Economiche Speciali non significa inseguire una moda, ma rafforzare una struttura produttiva reale.

Poi c’è un ultimo numero: 2.000. Sono gli ascolti raggiunti nelle prime due settimane da «Mio padre, un camionista», il podcast di Uomini e Trasporti prodotto da K44. Siamo partiti da Vasco Rossi, abbiamo proseguito con Vladimir Luxuria, poi con Danilo Petrucci. Tutti figli illustri di padri al volante. Storie diverse, stesso punto di origine: un camion, una strada, un lavoro spesso invisibile ma decisivo.

Anche questo è un moltiplicatore. Non economico, ma sociale. Racconta come da una cabina di guida possano nascere traiettorie imprevedibili, come la logistica sia un flusso non soltanto di merci ma anche di opportunità: un ascensore sociale, una costruzione di identità.

4, 2,1, 44, 10, 48, 2.000: letti isolatamente sembrano freddi indicatori statistici. Colti tutti insieme disegnano invece un sistema in tensione: costretto ad aumentare le tariffe per sopravvivere, capace di generare valore diffuso quando si investe, consapevole della propria strategicità ma ancora timido nella pianificazione, radicato in una struttura produttiva concreta e, soprattutto, abitato da persone.

Forse il filo che tiene insieme questo numero di «100 Numeri digital» è proprio questo: la logistica è un moltiplicatore. Di costi, quando l’instabilità cresce. Di valore, quando si investe. Di rischi, se non si pianifica. Di storie, quando la si guarda da vicino.

Diteci allora quale numero vorreste come titolo del prossimo capitolo.


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