Fondata nel pieno centro di Pordenone, in una zona in cui i militari negli anni della Grande guerra avevano un centro di riparazione di automezzi pesanti, la Bertoja & Calligari nel 1926 diventa Società Anonima Officine Automobilistiche Industriali Autotrasporti Noleggi Bertoja e C.
«E con questa intestazione inizia la nostra storia», ci racconta Andrea Zambon Bertoja, vicepresidente del Gruppo. Una storia che si intreccia con altre famiglie locali di grandi imprenditori come Moro, Zanussi, Zoppas e Casagrande (cisterne per spurghi, elettrodomestici e macchinari per trivellazioni). «Una realtà, la nostra, che si è legata al territorio da sempre – prosegue Bertoja – con un indotto importante di società collegate e una attenzione al benessere dei dipendenti e delle famiglie».

Cent’anni di attività legati al comparto dei semirimorchi, sempre in mano alla stessa famiglia, rappresentano un traguardo riservato a poche imprese in Italia. Molte società tricolori non hanno retto la concorrenza come le varie crisi economiche. «Noi operando in un settore più particolare – prosegue Andrea Bertoja – siamo riusciti a uscire indenni da tutte le prove».
Nel corso dei decenni il Gruppo veneto ha attraversato guerre, ricostruzioni, crisi economiche e profonde trasformazioni tecnologiche, riuscendo ogni volta a reinventarsi senza perdere la propria identità. Oggi, come allora, la proprietà resta saldamente nelle mani della famiglia fondatrice, giunta alla quarta generazione.
La crescita della Bertoja è stata accompagnata da una progressiva specializzazione. Se nei primi anni l’azienda realizzava una vasta gamma di mezzi trainati, il passaggio alla terza generazione ha segnato una scelta strategica decisiva: concentrarsi sul mondo dei trasporti speciali e delle macchine destinate ai carichi eccezionali. Una nicchia ad alto contenuto tecnico che richiede competenze progettuali avanzate e una forte capacità di personalizzazione. È proprio su questo terreno che la società friulana ha costruito la propria reputazione, diventando un riferimento per operatori del movimento terra, dell’industria pesante e delle grandi infrastrutture.

«Se non lo fa nessuno, lo fa Bertoja»
Nel quartier generale con i nuovi capannoni costruiti alle porte Pordenone nel 1987 prendono forma veicoli progettati per affrontare le missioni particolari: rimorchi e semirimorchi destinati a trasportare macchinari industriali, componenti fuori sagoma, mezzi d’opera e carichi che richiedono soluzioni su misura.
«’Se non lo fa nessuno, lo fa Bertoja’, è il nostro storico motto che ci ha caratterizzato e tutt’ora ci rappresenta», aggiunge Bertoja. «La personalizzazione è da sempre uno dei punti di forza dell’azienda».
L’evoluzione della Bertoja è passata anche attraverso investimenti continui in tecnologia e qualità. Ultima attrezzatura arrivata un nuovo taglio al laser. Lo stabilimento pordenonese si estende oggi su circa 40 mila metri quadrati, con impianti dedicati alla progettazione, alla lavorazione dell’acciaio, alla granigliatura e alla verniciatura. L’azienda può contare su un team tecnico specializzato (10 tecnici dedicati) e su processi certificati che garantiscono elevati standard produttivi e attenzione alla sicurezza e all’ambiente.

Il centenario rappresenta non solo un momento celebrativo, ma anche l’occasione per riflettere sul ruolo che l’azienda ha svolto nello sviluppo economico del territorio. In un Friuli Venezia Giulia che ha costruito parte della propria fortuna sulla manifattura e sulla capacità di esportare competenze nel mondo, Bertoja è diventata uno dei simboli della tradizione industriale regionale.
Guardando al futuro, l’azienda continua a investire nella progettazione avanzata, nella digitalizzazione e nello sviluppo di soluzioni sempre più efficienti per il trasporto speciale. Una sfida che richiede la stessa determinazione che ha accompagnato la famiglia Bertoja lungo un secolo di storia. Ma meglio conclude l’ultimo erede alla guida del Gruppo: «Dove vogliamo andare? È difficilissimo dare una risposta. Non ho una sfera di cristallo e se la avessi non la saprei leggere. E non sono e non mi sento un magnate della finanza, che può stabilire gli andamenti dei mercati dal chiuso di un grattacielo americano o da un maniero in Europa. L’azienda mi ha insegnato a vivere oggi per domani. Può essere sbagliato però mi permette di essere sempre in funzione del momento, di essere organizzato nella maniera più corretta per il presente, di essere rapido nelle decisioni, dato che lavoriamo solo su commissione».
«Se comincio a programmare per il futuro, ci si può spaventare come essere positivamente colpiti, ma non godi di quello che stai facendo oggi. Quindi l’oggi in cui stiamo andando benissimo, che siamo soddisfatti, non lo si apprezza, perché stai già pensando a domani. Invece io ritengo che l’azienda debba pensare che adesso sta andando bene, perché è uno stimolo per andare sempre meglio».






