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Tempi di attesa: la legge ignorata che schiaccia i trasportatori. Ecco perché Fiap passa all’attacco

La norma esiste, ma resta lettera morta. I committenti fanno muro e il mercato punisce chi prova a rispettarla. Il risultato è un sistema distorto, dove a perdere sono sempre le imprese di autotrasporto. Fiap rompe gli equilibri e propone una soluzione collettiva per far valere, finalmente, diritti già acquisiti

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Sui tempi di attesa, la verità è una sola: la legge c’è, ma nel mercato reale viene sistematicamente aggirata. Non per mancanza di chiarezza normativa, ma per un evidente squilibrio di forza tra committenti e trasportatori.

È da qui che nasce l’iniziativa di Fiap (di cui vi abbiamo dato cenno già ieri pomeriggio) che sceglie di alzare il livello dello scontro e mettere sul tavolo una soluzione concreta: consentire alle imprese di cedere alla Federazione i crediti maturati per le soste. Sarà poi Fiap a gestirli e recuperarli, togliendo alle aziende il peso — e il rischio — di esporsi direttamente verso il cliente.

I numeri parlano chiaro. Secondo un sondaggio su circa 400 imprese di autotrasporto, il settore conosce la normativa nel 70-80% dei casi. Eppure, in metà delle situazioni, si sceglie consapevolmente di non applicarla. Il motivo? Paura. Paura di perdere il cliente, di essere tagliati fuori, di subire ritorsioni commerciali.

Una paura tutt’altro che infondata, alimentata da una prassi ormai diffusa: i committenti respingono le richieste sostenendo apertamente che «altri vettori non lo applicano». Una pressione che innesca una corsa al ribasso e trasforma il rispetto delle regole in un handicap competitivo.

Come evidenzia il segretario generale Alessandro Peron, «il problema non è la disciplina prevista dal legislatore». Il nodo è che «oggi il mercato continua a penalizzare chi prova ad applicarla da solo». Tradotto: chi rispetta le regole perde.

Per questo, secondo Fiap, non serve riscrivere la legge. Serve cambiare il terreno di gioco. La risposta è chiara: strumenti collettivi di tutela capaci di riequilibrare i rapporti di forza e trasformare diritti teorici in strumenti concreti.

Perché finché ogni impresa resta sola, la legge resta debole. Ma quando la tutela diventa collettiva, anche il mercato è costretto ad adeguarsi.

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