«Non è sempre facile. Quando sentono che sei una donna camionista spesso la cosa non è ben accolta. E quando scoprono che sei madre e non vuoi vivere fuori tutta la settimana o fare le notti, trovare un lavoro giornaliero diventa ancora più difficile». È una delle testimonianze che apre il terzo episodio di «Strade Pari – Viaggio nell’equità di genere nel trasporto», la miniserie prodotta da K44 in collaborazione con AEV.
Se nei primi episodi abbiamo ascoltato le storie e osservato il presente del settore, qui proviamo a fare un passo indietro: guardare il sistema. Perché spesso le difficoltà raccontate dalle donne che lavorano nel trasporto non sono solo esperienze individuali, ma il risultato di un’organizzazione del lavoro pensata storicamente per un solo modello di lavoratore. Orari lunghi e poco prevedibili, settimane lontano da casa, aree di sosta e servizi non sempre adeguati, un ambiente tradizionalmente maschile in cui la sicurezza – soprattutto di notte – diventa una preoccupazione reale. A questo si aggiunge un dato che riguarda l’intera società: secondo diversi studi europei, circa il 75% del lavoro di cura – cioè il tempo dedicato alla famiglia, ai figli e alla gestione della casa – continua a ricadere sulle donne.
Quando queste condizioni si incontrano, il risultato è un sistema che non esclude esplicitamente, ma che di fatto rende l’accesso più difficile. Cambiare prospettiva significa allora intervenire non solo sulle persone, ma sulle condizioni di lavoro: turni, organizzazione, welfare, cultura aziendale. È la direzione in cui alcune realtà del settore stanno iniziando a muoversi. Come AEV, che negli ultimi anni ha avviato un percorso per rendere più equilibrata la pianificazione dei turni, rafforzare i programmi di welfare e investire nella formazione e nella sicurezza. Non solo misure concrete, ma un cambiamento di mentalità: l’idea che un’azienda di trasporto non sia fatta solo di mezzi e logistica, ma prima di tutto delle persone che la fanno muovere ogni giorno.


