Se esiste un barometro dell’autotrasporto italiano, è piantato tra Messina e Palermo. La Sicilia è il nostro Ohio: come negli Stati Uniti i sondaggi guardano all’Ohio per capire dove va l’America, in Italia è dall’isola che si misura in anticipo la febbre di un settore. Qui i problemi arrivano prima, diventano urgenti prima, esplodono prima. E qui, soprattutto, tra il dire e il fare non c’è soltanto il proverbiale mare: ci sono i biglietti dei traghetti che salgono, i costi strutturalmente più alti dell’insularità, l’ETS che pesa sulle rotte marittime come un’accisa nascosta. Non stupisce, quindi, che il fermo nazionale dell’autotrasporto sia partito proprio da lì.
Il nastro riavvolto: come si è arrivati al Mit
Riavvolgiamo. La protesta siciliana era in calendario dal 14 al 18 aprile e già questa programmazione aveva costretto la Commissione di Garanzia sugli scioperi a chiedere a Trasportounito la revoca del fermo proclamato per il 20 aprile: troppo vicini, mancava quella che in gergo tecnico si chiama «rarefazione temporale». Poi, il 17 aprile, dopo appena poco più di due giorni di blocco, il Comitato Trasportatori Siciliani ha sospeso la protesta: era arrivata la convocazione del ministero dei Trasporti per il 22 aprile. Nel frattempo Unatras ha rilanciato, proclamando il fermo nazionale per il 25-29 maggio. Risultato: il tavolo «regionale» di ieri è diventato un tavolo allargato. Il copione scritto a Palermo si è recitato a Roma.
Cosa hanno portato a casa i siciliani
L’incontro di ieri al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, con il viceministro Edoardo Rixi e — per la parte siciliana — il vicepresidente della Regione Luca Sammartino, l’assessore ai Trasporti Alessandro Aricò, il senatore Antonino Germanà e il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Gaetano Galvagno, si è chiuso con una fumata bianca. I tre dossier su cui il Comitato ha ottenuto risposte concrete, così come diffusi da Aitras, sono altrettanti cantieri aperti:
- ETS marittimo. Il ministero chiederà a Bruxelles la sospensione dell’Emissions Trading System, almeno finché dura la crisi mediorientale. In caso di esito negativo, l’impegno è a sospenderlo comunque sulle tratte marittime di collegamento con la Sicilia. Un punto non secondario, se si pensa che sull’insularità l’ETS si traduce in euro-tonnellate scaricate sui costi dei traghetti.
- Sea Modal Shift (ex Marebonus). La misura, così com’è, non passa il vaglio della normativa Ue sugli aiuti di Stato. Il Mit ha chiesto ufficialmente a Bruxelles se la definizione italiana di «intermodale marittima» sia considerata corretta. Senza questa pronuncia, il bonus resta in apnea.
- Risorse. I fondi ministeriali alimentati dall’ETS saranno vincolati anche al Sea Modal Shift. Nella legge di bilancio 2026 sono previsti 50 milioni di euro dall’ETS, con l’obiettivo – sommando capitoli nazionali e fondi regionali – di arrivare a una dotazione complessiva di 100 milioni l’anno. A margine, l’impegno a saldare entro un mese gli importi del Marebonus già maturati dalle imprese siciliane.
A parlare per le imprese, all’uscita, il portavoce Salvatore Bella: «Il blocco è revocato, ci hanno assicurato che le risorse non mancano. Il problema rimane il tetto stabilito dall’Unione Europea». Oggi è fissato a 145 milioni di euro nel triennio, e il ministero si è impegnato a trattare con Bruxelles per alzarlo. La Regione ha messo sul piatto 15 milioni già stanziati e altri 25 in arrivo a luglio, pronti a rimpinguare il Marebonus in caso di deroga Ue.

Il nodo nazionale: i 500 milioni a trimestre
C’è poi la questione che ha fatto slittare parte del confronto alla Presidenza del Consiglio: 500 milioni di euro a trimestre per la copertura del credito d’imposta richiesto dalla categoria per fronteggiare l’impennata del costo dei carburanti legata alla crisi in Medio Oriente. Una cifra che non si chiude in un tavolo tecnico: serve Palazzo Chigi. Unatras ha parlato di «incontro che segna una svolta», ma – e qui sta la differenza con i siciliani – non ha revocato il fermo di metà maggio. La partita nazionale resta aperta.
Nella nota Unatras, su richiesta di CNA Fita Sicilia, è stato messo nero su bianco un principio che da Roma a volte si fatica a vedere: «Le imprese che operano nelle isole affrontano costi strutturalmente più elevati e condizioni di mercato oggettivamente penalizzanti». In Senato è intervenuto Marco Meloni (Pd), ricordando che i biglietti per i collegamenti via mare «sfiorano i 2.000 euro ad agosto» e denunciando che gli emendamenti presentati con Antonio Nicita contro gli effetti di ETS e caro carburante sono stati respinti dal governo.
Il fronte che non si chiude: la pesca e lo Stretto
Mentre dal lato autotrasporto si apre una finestra, su un altro versante la temperatura sale. Gli armatori del comparto pesca minacciano il blocco dello Stretto di Messina per il Primo Maggio e, in una lettera inviata a Giorgia Meloni, chiedono la convocazione degli stati generali della pesca e un tetto al prezzo del gasolio. «Se non otterremo risposte entro il 26 aprile — avverte Alfio Fabio Micalizzi, presidente della Federazione armatori siciliani — con gli armatori calabresi bloccheremo lo Stretto».
Morale della rotta
La Sicilia, insomma, fa ancora una volta da apripista: parte per prima, ottiene per prima e – con i suoi temi specifici dell’insularità – costringe Roma e Bruxelles a guardare dentro dossier che altrimenti sarebbero rimasti nei cassetti. Il Comitato Trasportatori Siciliani ha revocato la protesta e incassato risposte; Unatras tiene il punto sul fermo di maggio; la pesca minaccia lo Stretto. Tradotto: l’Ohio del trasporto ha votato, il risultato è arrivato prima del resto d’Italia, e adesso tocca al Paese seguire. Ricordandosi, però, che tra il dire e il fare – in questa faccenda – c’è sempre di mezzo il mare.


