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Un mede dopo il patto di Palazzo Chigi: il fermo non c’è stato, le misure nemmeno

Il 22 maggio Unatras sospese il fermo nazionale dopo aver ottenuto dal Governo un pacchetto di impegni sul caro gasolio e sul sostegno alle imprese. A un mese di distanza, però, gli autotrasportatori non hanno visto né lo sciopero né i provvedimenti promessi. E adesso il coordinamento delle associazioni alza la voce: perché il rischio non è soltanto politico per l'Esecutivo, ma anche di credibilità verso la propria base

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C’è un dettaglio che rischia di diventare più pesante dello stesso caro gasolio: il tempo. È passato un mese esatto da quel 22 maggio (per la precisione nel tardo pomeriggio di venerdì) in cui Unatras decise di sospendere il fermo nazionale dei servizi di autotrasporto previsto dal 25 al 29 maggio, dopo un lungo confronto a Palazzo Chigi con il Governo. Una scelta difficile, che le associazioni giustificarono davanti alle imprese come un atto di responsabilità. In cambio, però, arrivarono impegni precisi: sostegni economici, un credito d’imposta da 300 milioni di euro per compensare l’aumento del gasolio, la costituzione della Consulta generale dell’autotrasporto e altre misure fiscali attese dal settore.

Oggi, trenta giorni dopo, il bilancio è semplice: il fermo non si è fatto. Ma nemmeno le misure si sono viste. È questo il motivo per cui la lettera inviata il 19 giugno da Unatras alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e ai ministri Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti assume un significato che va ben oltre il normale sollecito amministrativo. Dietro il linguaggio istituzionale emerge infatti una crescente irritazione.

Le associazioni chiedono di sapere quando sarà operativo il credito d’imposta sul gasolio, quando verrà finalmente istituita la Consulta e quando il Ministero dell’Economia definirà le deduzioni forfettarie indispensabili per migliaia di imprese artigiane. Domande che, a distanza di un mese dall’accordo, non hanno ancora ricevuto risposte concrete.

Ma il vero problema è un altro. Quando una rappresentanza proclama un fermo nazionale e poi lo ritira, mette sul tavolo una parte importante della propria credibilità. Lo fa perché ritiene di aver ottenuto risultati sufficienti per giustificare la retromarcia. Se però quei risultati tardano ad arrivare, il rischio è che tra gli imprenditori inizi a diffondersi la sensazione di aver semplicemente rinviato il problema.

Nelle settimane precedenti al tavolo di Palazzo Chigi il clima era diventato particolarmente teso. Le imprese denunciavano costi fuori controllo, margini sempre più ridotti e una crescente difficoltà nel trasferire gli aumenti lungo la filiera. La minaccia del fermo aveva rappresentato il punto di massima pressione sul Governo. Poi è arrivata la tregua.

Una tregua che, però, si reggeva su una condizione fondamentale: la rapidità nell’attuazione degli impegni. Per questo la lettera inviata da Unatras appare come un messaggio rivolto non soltanto all’Esecutivo, ma anche ai propri associati. Un modo per far capire che la questione non è stata archiviata e che il coordinamento continua a vigilare sull’attuazione dell’accordo.

Il sottotesto è evidente. Se il Governo rischia di essere accusato di aver trasformato gli impegni in semplici annunci, Unatras rischia a sua volta di trovarsi nella scomoda posizione di chi ha chiesto fiducia alle imprese senza poter ancora mostrare risultati tangibili.

Per ora nessuno parla apertamente di nuove mobilitazioni. Ma il tono della lettera segna un cambio di passo. Perché un mese può essere considerato un ritardo. Due mesi iniziano a diventare un problema. E oltre una certa soglia, nelle assemblee e nei piazzali delle imprese, la domanda diventa inevitabile: cosa abbiamo ottenuto in cambio della rinuncia al fermo?

È una domanda che oggi Unatras sta rivolgendo al Governo. Prima che siano gli autotrasportatori a rivolgerla a Unatras.

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