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Carburanti esauriti e merci in ritardo: le proteste al Sud diventano un caso nazionale

I blocchi in Puglia e la vertenza ex Ilva mettono sotto pressione i rifornimenti anche in Calabria e Basilicata. Dal 16 ottobre scattano i fermi regionali dell’autotrasporto in Calabria e Sicilia. Unatras minaccia lo stop nazionale, il MIT convoca le associazioni per il 27 ottobre.

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Il gasolio costa troppo per continuare a viaggiare. Ma dove i rifornimenti non arrivano, diventa difficile lavorare anche per chi vorrebbe farlo. La crisi dell’autotrasporto sta assumendo nel Mezzogiorno una dimensione che supera i bilanci delle imprese: distributori senza carburante, code per fare il pieno, consegne rallentate e prime carenze di prodotti freschi nei supermercati. In Puglia, Calabria e Basilicata gli effetti delle proteste sono già visibili. E il calendario delle mobilitazioni apre un’altra fase di tensione.

Non si tratta, però, di un unico fermo e nemmeno di una protesta con una regia comune. Si sovrappongono la vertenza dei lavoratori dell’ex Ilva, le mobilitazioni di autotrasportatori e agricoltori, i fermi regionali organizzati e la pressione delle rappresentanze nazionali sul governo. Rivendicazioni differenti che stanno incidendo sugli stessi snodi della distribuzione.

Taranto, il blocco dei rifornimenti nasce dalla vertenza ex Ilva

Il caso più delicato riguarda la raffineria Eni di Taranto. A ostacolarne gli accessi sono i presidi dei lavoratori dell’ex Ilva, mobilitati per il futuro dello stabilimento siderurgico e dell’occupazione. È una distinzione importante: non è un fermo della raffineria proclamato dagli autotrasportatori.

Il blocco degli accessi ha impedito il normale movimento delle autocisterne e ridotto i rifornimenti a un territorio che comprende Puglia, Basilicata e Calabria. Eni ha inoltre segnalato il rischio di dover procedere a una fermata programmata dell’impianto qualora la situazione impedisse di garantirne il funzionamento. Il problema distributivo e il possibile arresto produttivo sono dunque due passaggi distinti della stessa emergenza.

Nella serata del 15 ottobre è emersa una possibile apertura: dopo la convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi, la rimozione del presidio era attesa per la mattina del 16. Nelle informazioni disponibili al momento si tratta ancora di uno sviluppo annunciato, non della conferma che i rifornimenti siano tornati regolari. Anche lo scioglimento del blocco richiederebbe comunque il ripristino dei viaggi e delle scorte nei punti vendita.

Puglia, dalle pompe ai prodotti freschi

La fotografia del 15 ottobre restituisce la dimensione del problema. Sulla base dei dati Eni, rideriti dal TGR Puglia, già nella mattinata risultavano senza carburante 150 dei 270 impianti a marchio presenti nella regione. Il sindacato dei gestori Fi.Ge.Ca. stimava invece in sette su dieci i distributori pugliesi senza benzina.

Le difficoltà non riguardano soltanto le uscite da Taranto. I blocchi degli autotrasportatori nell’area di Candela complicano anche l’arrivo di carburante da altri punti di approvvigionamento, come Napoli e Ortona. E le conseguenze raggiungono la distribuzione alimentare: si segnalano le prime carenze di frutta e verdura nei supermercati. Non un esaurimento generalizzato delle merci, ma un deterioramento delle consegne che comincia dai prodotti più deperibili.

La criticità della viabilità era emersa già il 12 ottobre, quando una protesta sulla rete ordinaria aveva determinato la chiusura precauzionale del tratto A14 tra Termoli e Poggio Imperiale, poi riaperto nella stessa giornata. Un episodio che mostra quanto rapidamente una mobilitazione locale possa ripercuotersi sui collegamenti tra regioni.

Calabria, cinque giorni di fermo contro costi e tariffe insufficienti

In Calabria il fermo proclamato da Fedralog copre il periodo dal 16 al 20 ottobre. Arriva mentre il territorio subisce già le difficoltà di approvvigionamento del carburante, con distributori a secco e code nel Cosentino e nel Catanzarese.

Le motivazioni spiegano perché ridurre tutto al prezzo alla pompa sarebbe insufficiente. Fedralog denuncia l’aumento delle spese per carburante, personale, assicurazioni, manutenzione e rate dei veicoli, a fronte di tariffe di trasporto che in molti casi non consentirebbero più l’equilibrio economico. La liquidità, per diverse imprese, sarebbe ormai esaurita.

L’organizzazione ha chiesto agli aderenti di non far circolare i mezzi, fatti salvi i servizi essenziali e le situazioni previste dalla normativa, indicando una partecipazione pacifica e rispettosa delle disposizioni delle autorità. La rivendicazione riguarda quindi la possibilità stessa di continuare a offrire il servizio senza lavorare in perdita.

Sicilia, camion nei piazzali e semirimorchi fermi nei porti

Anche in Sicilia il calendario annunciato va dalle 00.01 del 16 ottobre alla mezzanotte del 20 ottobre: cinque giorni. Il Comitato autotrasportatori siciliani, rappresentato da Salvatore Bella, ha indicato modalità diverse dai blocchi stradali: mezzi nei piazzali delle imprese e mancata movimentazione dei propri semirimorchi nei porti dell’isola.

Ai rincari del carburante si aggiunge una contestazione specifica: la mancanza di risposte sui pagamenti del Sea Modal Shift, l’incentivo al trasporto combinato strada-mare. Il Comitato denuncia impegni disattesi e somme attese dalle aziende. In un sistema logistico fortemente dipendente dai collegamenti marittimi, fermare il ritiro dei semirimorchi significa interrompere un passaggio decisivo tra la nave e la distribuzione sul territorio.

La conferma della mobilitazione è arrivata ancora nella serata del 15 ottobre: Bella ha ribadito l’assenza di blocchi stradali e il rischio di interruzioni nella distribuzione degli alimentari destinati ai supermercati. È l’effetto annunciato dagli organizzatori; l’effettiva estensione delle adesioni e dei disagi andrà verificata durante il fermo.

Le associazioni chiedono risposte, ma denunciano anche le intimidazioni

L’intervento delle rappresentanze nazionali segna un salto di livello. Unatras ha chiesto il 15 ottobre un confronto urgente con il governo, denunciando costi insostenibili e un dialogo rimasto insufficiente dopo l’incontro del 22 maggio. In assenza di risposte, il coordinamento si è detto pronto a convocare i propri organismi per deliberare anche un fermo nazionale dei servizi. Ma intanto è arrivata la convocazione del Ministero dei Trasporti per il 27 ottobre.

Il presidente di Conftrasporto, Pasquale Russo, ha a sua volta collegato l’esasperazione delle imprese al caro gasolio e al mancato arrivo delle risorse già stanziate, chiedendo interventi ulteriori. Ha inoltre sottolineato che una parte delle proteste spontanee non è governata dalle associazioni.

Questo passaggio impedisce di leggere la mobilitazione come un fronte indistinto. Già il 13 ottobre undici sigle nazionali avevano scritto al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, chiedendo tutela nelle province di Foggia e Brindisi. Nella lettera denunciavano segnalazioni di conducenti costretti a fermarsi e intimidazioni contro chi proseguiva l’attività. Sostenere le ragioni economiche della categoria non equivale, per le associazioni, ad avallare le modalità di ogni protesta.

Il primo esito è una convocazione. La soluzione resta da costruire

La risposta istituzionale arrivata il 15 ottobre è la convocazione delle rappresentanze dell’autotrasporto al MIT per martedì 27 ottobre alle 16, a Porta Pia. Sono stati invitati anche rappresentanti della presidenza del Consiglio, del ministero dell’Economia e del ministero delle Imprese e del Made in Italy.

È un primo risultato sul piano del confronto, ma non ancora una soluzione economica. E soprattutto il tavolo arriva dopo i cinque giorni di fermo annunciati in Calabria e Sicilia.

Il nodo, adesso, è tenere insieme due urgenze: ripristinare la circolazione delle merci e dare risposte a chi denuncia di non riuscire più a sostenerne i costi. Perché le file ai distributori e i vuoti nei reparti dei freschi stanno rendendo visibile a tutti una crisi che, fino a pochi giorni fa, sembrava confinata nei conti dei trasportatori.

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