Ci sono due numeri che, forse più di altri, ci aiutano a capire la fase di pressione che sta attraversando l’autotrasporto. Da un lato, quasi un autista su due conosce qualcuno che ha lasciato del tutto il mestiere negli ultimi anni. Dall’altro, tra quelli che restano, uno su tre indica nelle attese al carico e scarico la priorità assoluta da risolvere nel settore. Due segnali distinti ma strettamente legati, quasi come se fossero l’uno lo specchio dell’altro, a raccontare una tensione costante che attraversa il settore e che riguarda, insieme, la capacità di trattenere chi c’è e di migliorare le condizioni di lavoro.
È da qui che conviene partire per leggere i risultati di un sondaggio che abbiamo condotto sui nostri canali social (LinkedIn, Instagram, Facebook) a cui hanno risposto circa 200 persone tra autisti e imprese. Si tratta di un primo quadro, ancora parziale, dei dati che saranno pubblicati nella prossima edizione dei «100 numeri per capire l’autotrasporto», il volume statistico biennale a cura di UeT che sarà presentato il 15 maggio a Milano in occasione del Transpotec Logitec.
Autisti sull’uscio
Alla domanda su quanto sia diffuso l’abbandono della professione, il quadro che emerge è inequivocabile. Il 46,5% degli intervistati dichiara di «conoscere colleghi che hanno cambiato mestiere del tutto, uscendo completamente dal settore». A questo si aggiunge un 19% che racconta di chi è rimasto nel settore logistico ma spostandosi verso ruoli meno gravosi, come ad esempio corrieri o magazzinieri.
Solo il 20,7% afferma di non conoscere nessuno che abbia lasciato la professione, mentre il restante 13,8% segnala colleghi che hanno smesso di fare gli autisti senza sapere quale percorso abbiano intrapreso.
Sono dati che confermano una tendenza già nota: la professione non riesce più a trattenere chi la esercita. Un segnale particolarmente critico se si considera che l’età media degli autisti in Italia è di circa 50 anni e che, secondo le stime del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, oltre 80.000 conducenti andranno in pensione nei prossimi cinque anni, senza un ricambio generazionale sufficiente a compensare le uscite.
Cosa serve per restare
Se così tanti autisti lasciano la professione, la domanda successiva diventa inevitabile: cosa bisognerebbe migliorare per rendere il lavoro più sostenibile e «convincere» chi guida a restare? Qui la risposta non è univoca, ma un elemento emerge con forza: i tempi di carico e scarico. Il 32,6% degli intervistati – praticamente 1 autista su 3 – indica infatti come priorità assoluta da risolvere la riduzione delle attese al carico/scarico. Segno che l’organizzazione del lavoro, fatta di ritardi, inefficienze e responsabilità scaricate su chi guida, è diventata il principale nodo critico e rappresenta una delle fonti più rilevanti di stress.
Segue il tema salariale, indicato dal 27,2% degli intervistati. Subito dopo, con il 22,8%, emerge la questione delle aree di sosta, ancora percepite come insufficienti o poco sicure. Infine, il 17,4% segnala la necessità di turni meno stressanti e maggiore flessibilità.
Nel complesso, il quadro che emerge è chiaro: non è solo una questione economica. La qualità del lavoro – tempi, sicurezza, organizzazione – pesa almeno quanto la retribuzione, se non di più.
Un decreto dalle basse aspettative
Se il principale nodo individuato dagli autisti riguarda i tempi di carico e scarico, è inevitabile guardare alle misure introdotte dal recente DL Infrastrutture, che interviene proprio su questo fronte. Il provvedimento riduce infatti la franchigia delle attese da due ore a 90 minuti e aumenta l’indennizzo per ogni ora eccedente, portandolo da 40 a 100 euro. Sulla carta, quindi, un intervento diretto su una delle principali criticità segnalate dagli autisti. Ma quanto queste misure sono percepite come efficaci?
Le risposte mostrano aspettative molto caute. Solo il 7,7% degli intervistati ritiene infatti che il decreto porterà a un miglioramento concreto in tempi brevi, mentre il 24,6% riconosce un potenziale impatto positivo, ma su un orizzonte più lungo. Prevale invece lo scetticismo: il 37% pensa che cambierà poco nella pratica. A questo si aggiunge un 30,7% che dichiara di non conoscere le novità introdotte dal decreto. Un dato, quest’ultimo, che apre un ulteriore fronte: quello della comunicazione e della distanza evidentemente ancora ampia tra intervento normativo e percezione sul campo degli operatori.
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