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10 domande a… Silvia Martellotta

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CARTA DI IDENTITÀ

Nome Silvia
Cognome Martellotta
Età 50
Stato Civile single
Punto di partenza Livorno
Anzianità di Servizio 27 anni
Settore di attività Ferro e acciaio
  • Quando hai capito che il camion era la tua passione?

Sin da giovanissima. Avevo 23 anni quando decisi di prendere la patente C. Per conseguirla puntai tutti i miei risparmi, anche perché era quella la «strada» che sentivo per me. Negli anni ho fatto poi un percorso che mi ha portato a ottenere la CQC e infine la patente E, che pare offrire più opportunità in termini di lavoro.

  • Nel mondo del trasporto le donne sono ancora poco rappresentate o qualcosa sta cambiando?

Purtroppo siamo ancora rappresentate pochissimo, specialmente nel settore – come il mio – di chi lavora con camion centinati. Per dirne una: ci sono aziende che scartano le donne a priori. Puoi avere tutte le competenze del mondo, ma non prendono in considerazione neanche il curriculum.

  • Che mezzo guidi?

Un Iveco Stralis, con un rimorchio ultralight nuovissimo (non ha nemmeno un anno di vita).

  • Come si risolve il problema della carenza di autisti?

Avvicinando i giovani a questo lavoro, premesso ovviamente che abbiano passione, attraverso incentivi alla formazione e affiancamento nelle aziende. C’è poi il discorso degli stipendi, che andrebbero aumentati.

  • Un consiglio ai giovani che vogliono intraprendere questo lavoro?

Di provarci senza timore, mettendoci tutta la buona volontà e la massima disponibilità. Anche avere un forte spirito di squadra e lavorare gli uni per gli altri è un elemento che fa una grande differenza. Certo, chi si avvicina a questo mondo deve poterlo fare con le condizioni di cui sopra: retribuzioni più alte e adeguato affiancamento (meglio magari se fatto in un’azienda dalle spalle grandi).

  • Una cosa che non vorresti mai ti capitasse in viaggio?

Un guasto che ti blocca il veicolo in un punto pericoloso della strada. Perché un conto è andare in panne in un’area che prevede la possibilità di accostarsi, ma se ti fermi nel bel mezzo di uno snodo critico le difficoltà aumentano.

  • E la cosa più sorprendente che ti è successa?

L’accoglienza calorosa di alcune aziende durante il periodo più difficile del 2020, ovvero nel primo lockdown. C’era chi chiedeva sempre se avessi bisogno di qualcosa, chi si intratteneva a scambiare due chiacchiere quando caricavo e scaricavo, chi semplicemente regalava sorrisi sotto le mascherine. Anche un caffè offerto per me significava tanto.

  • Un tempo c’era il mitico baracchino. Adesso come si comunica «on the road»?

Tramite Whatsapp, ma anche con le classiche telefonate. Ho la fortuna di avere tanti colleghi che mi rispondono sempre, sia in caso di necessità, sia quando c’è bisogno anche solo di raccontare una stupidaggine, per farsi due risate in compagnia.

  • Attività preferita nei tempi di riposo?

Guardo molti film tramite smartphone. Mi piacciono i documentari e i grandi classici, ma anche le pellicole di fantascienza e di azione. Cerco poi di mantenermi in forma: nelle aree di sosta cammino sempre almeno per un’oretta. Inoltre sto molto attenta a cosa mangio. Mantenere l’equilibrio psico-fisico per chi fa una professione come la nostra è fondamentale.

  • Un oggetto che non può mai mancare con te in cabina?

Un unicorno regalatomi da mia figlia. È un simbolo di fortuna e speranza che porto sempre con me, insieme a un «santino» di Padre Pio.

Per leggere altre interviste ai protagonisti della strada, vai a «Voci on the road».

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