C’è un silenzio particolare che accompagna le tragedie sul lavoro. Un silenzio fatto di cancelli chiusi, mezzi fermi, colleghi che abbassano lo sguardo. È quello che il 5 gennaio ha avvolto il piazzale di un’azienda del Padovano, dove un autista veneto di 65 anni ha perso la vita in modo tanto improvviso quanto crudele, schiacciato da un compattatore industriale.
Un uomo che aveva passato l’intera esistenza lavorativa dietro un volante. Chilometri macinati, carichi scaricati, orari impossibili, festività trascorse nei piazzali invece che a casa. E che oggi non c’è più. Mancava poco a quella pensione che, per chi guida camion, resta un traguardo sempre più lontano e incerto, perché l’autotrasporto continua a non essere riconosciuto pienamente come lavoro usurante.
Secondo le prime ricostruzioni, l’autista stava svolgendo un’operazione che per molti colleghi è routine: lo smaltimento degli imballaggi in cartone accumulati durante le consegne. Una mansione apparentemente semplice, spesso sottovalutata, che però nasconde rischi reali, soprattutto quando si lavora da soli. Complice una giornata semi-festiva, l’uomo avrebbe deciso di procedere autonomamente, parcheggiando il camion e salendo sul cassone per scaricare il materiale.
Qualcosa, però, è andato storto. Un attimo. Una disattenzione, un malore, un movimento involontario della pedana idraulica. Sta di fatto che l’autista è caduto all’interno del compattatore, senza avere possibilità di scampo. I soccorsi, allertati poco dopo, non hanno potuto fare altro che constatare il decesso.
Sul posto sono intervenuti sanitari, forze dell’ordine, vigili del fuoco e tecnici della prevenzione, che ora stanno ricostruendo con precisione la dinamica dell’incidente. Ma al di là delle responsabilità e degli accertamenti, resta una certezza amara: un altro camionista è morto lavorando.
A 65 anni. Quando il fisico è già provato da decenni di guida, di carichi movimentati, di notti insonni. Quando si continua a lavorare non perché si vuole, ma perché si deve. Perché le norme non consentono un’uscita anticipata dal lavoro a chi svolge una professione che logora il corpo e la mente.
Questa tragedia interroga tutta la filiera dell’autotrasporto. Interroga le aziende, le istituzioni, i legislatori. Ma soprattutto parla ai colleghi che ogni giorno salgono in cabina: la sicurezza non è mai un dettaglio e lavorare da soli, anche per operazioni “di routine”, può diventare fatale.
Un uomo è morto a pochi passi dalla pensione: è l’ennesimo campanello d’allarme per un settore che continua a chiedere tanto ai suoi autisti, restituendo troppo poco.


