A quattordici anni Roberto Scarpa dormiva nel letto di sopra. Stefano Rizzetto in quello di sotto. Intorno a loro, una camerata capace di ospitare quattrocento, forse cinquecento ragazzi, arrivati da ogni parte d’Italia per frequentare la scuola nautica. Avevano caratteri e abitudini diverse. Condividevano però la solitudine e il desiderio di indipendenza di chi lascia casa troppo presto. Si aiutarono a superare le difficoltà e diventarono amici. Anzi, qualcosa di più. Quarant’anni dopo, Roberto considera ancora Stefano un fratello.

È una delle prime storie che riaffiorano alla The Glass Cathedral di Murano, l’ex chiesa di Santa Chiara trasformata in uno spazio suggestivo. Grandi lampadari di vetro pendono dalle travi di legno e le luci colorate accarezzano i mattoni antichi. CST ha scelto questo luogo per celebrare i suoi quarant’anni. Federica Panicucci, conduttrice televisiva, accompagna la serata, alternando fotografie, filmati, ricordi e testimonianze. Presto, però, diventa chiaro che non sarà soltanto il racconto di un’impresa. Ogni volta che compare una fotografia, Roberto trova qualcuno da ringraziare. Un amico, un fratello, un collaboratore, un cliente. Spesso sono persone che erano lì allora e sono ancora lì oggi. La crescita di CST non passa soltanto dall’acquisto di nuovi mezzi, dall’apertura di depositi o dalla conquista di mercati. Passa anche dai rapporti costruiti nel tempo, uno dopo l’altro.
Nel frattempo, quel ragazzo del letto a castello ha costruito a Scorzè, nel Veneziano, una delle realtà più strutturate del trasporto e della logistica italiana. CST oggi lavora per la grande distribuzione e per importanti gruppi industriali. Movimenta merci a temperatura ambiente e controllata, gestisce magazzini e offre servizi logistici integrati. I numeri danno un’idea delle dimensioni raggiunte: più di 400 veicoli, oltre mille semirimorchi, 200 mila metri quadrati di spazi logistici e un migliaio di persone coinvolte nelle attività.
Sono cifre che raccontano la strada percorsa, ma non spiegano come sia stato possibile arrivare fin qui. Per capirlo bisogna tornare alle persone che hanno condiviso con Roberto le prime intuizioni, ne hanno sostenuto le ambizioni e, qualche volta, hanno creduto nei suoi progetti prima ancora che diventassero realtà. Molte di quelle persone, quarant’anni dopo, erano proprio lì, davanti a lui. La storia di un’azienda, insomma, raccontata non da ciò che ha accumulato, ma da chi ha saputo tenere accanto.
Il ragazzo che voleva i camion e finì per mare

Roberto Scarpa non aveva il carattere del bambino tranquillo. «Ero un ribelle», ricorda. Non riusciva a stare fermo e doveva inventarsi continuamente qualcosa. Gli piacevano i camion, i trattori, le macchine da lavoro. A casa, però, aveva imparato soprattutto altro: il rispetto degli impegni, la correttezza, la coerenza, la necessità di mantenere la parola data.
Ne parla con una convinzione che fa capire quanto quei principi siano rimasti nel suo modo di lavorare. Ricorda soprattutto il padre, colpito da una lunga e grave malattia. Non faceva pesare la sofferenza sulla famiglia. Quando qualcuno gli chiedeva come stesse, rispondeva semplicemente: «Potrebbe andare peggio». Roberto ha portato con sé quella lezione di dignità e resistenza per tutta la vita.
La madre Anna è presente alla serata. Sollecitata da Panicucci, riporta il racconto su un tono più leggero. Ricorda una vacanza, Roberto ancora piccolissimo e un’anziana signora che, dopo averlo osservato, sentenziò: «Questo bambino diventerà papa». La previsione, evidentemente, non si è avverata. L’aneddoto diverte la platea e per un istante restituisce il bambino che c’era prima dell’imprenditore.

Poi arrivano la scuola nautica, l’amicizia con Stefano, il diploma. E il mare. I due si imbarcano anche insieme su una nave battente bandiera panamense, impegnata nel trasporto di bestiame. L’equipaggio è composto da persone di nazionalità diverse. L’esperienza è tutt’altro che romantica: viaggi lunghi e programmi incerti. Una nave, ricorda l’amico, della quale si sapeva quando si partiva, ma non necessariamente quando si sarebbe arrivati. Roberto trascorre complessivamente tre anni navigando. Poi la vita lo riporta a terra. E, attraverso una coincidenza, proprio a Murano.
I vetri di Berengo, il primo carico di un sogno

È ancora un legame nato nella scuola nautica ad aprire una strada inattesa. Un professore, che ha rapporti con il mondo della produzione vetraria, gli offre alcune consegne da seguire tra un imbarco e l’altro. Roberto accetta. In questa fase entra nella sua storia un altro personaggio fondamentale: Adriano Berengo.
Oggi il suo nome è conosciuto nel mondo dell’arte contemporanea. Ha portato nelle fornaci muranesi artisti internazionali e trasformato il vetro in un linguaggio capace di andare oltre la tradizione decorativa. Nei primi anni Ottanta, però, anche Berengo sta costruendo il proprio progetto. Cerca nuovi mercati e opportunità per le creazioni in vetro. Ed è proprio quel vetro a mettere in movimento Roberto Scarpa.
C’è un furgone da caricare. Ci sono oggetti fragili da consegnare. E c’è soprattutto un’Italia da attraversare. Da Milano fino alla Sicilia, Roberto passa una settimana sulle strade della penisola per distribuire i prodotti della Berengo Fine Arts. Poi affronta un altro viaggio, e un altro ancora. Quello che all’inizio sembra soltanto un modo per lavorare tra un imbarco e l’altro comincia a diventare un mestiere. Poi, lentamente, prende la forma di un’impresa.
È un passaggio che racconta molto più dell’origine di CST. Racconta l’incontro tra due iniziative imprenditoriali ancora giovani. Da una parte c’è Berengo, impegnato a trovare nuovi sbocchi per la produzione vetraria. Dall’altra c’è Scarpa, che ama da sempre i camion ma non ha ancora trovato il modo di trasformare quella passione in un progetto autonomo. Uno aveva qualcosa da portare lontano. L’altro aveva voglia di trasportarlo.
Così i vetri di Adriano Berengo diventano, in un certo senso, il primo motore di CST. Non sono soltanto la merce dei primi viaggi. Sono l’occasione concreta per capire che intorno a quelle consegne può nascere un’impresa. Non è stato dunque un caso se, quarant’anni dopo, la celebrazione di CST è cominciata proprio da Adriano Berengo e da Murano, dal luogo da cui tutto aveva preso forma.
Claudio Cuzzuol, quello che seppe vedere il domani
Per trasformare un’intuizione in un’impresa servono mezzi. E i mezzi costano, soprattutto quando si comincia. È qui che nella storia entra Claudio Cuzzuol, uno dei protagonisti della Leiballi & Cuzzuol, storica concessionaria Scania di San Fior, nel Trevigiano. L’azienda è nata nel 1948 e dal 1974 rappresenta il marchio svedese. In quasi ottant’anni di attività, la capacità di riconoscere il futuro delle persone ha spesso contato quanto quella di vendere camion.
Roberto aveva bisogno di un veicolo. Claudio era disposto a concederglielo e ad aspettare il pagamento nel tempo. Da lontano, la decisione poteva sembrare una scommessa azzardata. Ma non lo era.
Claudio non aveva guardato soltanto al giovane aspirante trasportatore. Era andato a vedere da dove venisse, quale famiglia avesse alle spalle e quali persone gli stessero accanto. Cercava garanzie che non sempre compaiono in un bilancio: serietà, volontà di lavorare, rispetto degli impegni.
Roberto lo racconta senza tralasciare i dettagli. All’epoca l’attività occupava anche gli spazi di casa e un piccolo magazzino della madre. Si lavorava dappertutto. Il sottoportico e perfino la cucina finivano per diventare uffici o depositi. Non c’era molto da mostrare a chi veniva a valutare l’azienda. C’era però una famiglia abituata a lavorare e a rispettare le scadenze. Claudio capì che poteva scommettere su quella famiglia e sul ragazzo che ne aveva assorbito i valori.
Da quel primo rapporto sarebbe nata una collaborazione destinata a durare decenni. Prima uno, poi due, poi tre camion. In seguito sarebbero arrivati i mezzi a decine, fino a una flotta che allora sarebbe stata difficile perfino da immaginare. Il legame con Scania e con la concessionaria sarebbe proseguito anche attraverso le generazioni successive.
Il valore di quella vicenda, però, non sta soltanto nel successo della scommessa. Sta nel fatto che qualcuno seppe riconoscere un imprenditore quando ancora non esisteva l’impresa che avrebbe costruito. E Roberto, dopo quarant’anni, sente ancora il bisogno di dirgli grazie.
Una famiglia, molti compagni di viaggio
Nel frattempo arrivano i fratelli, Marco e Alessandro. Marco comincia a occuparsi delle incombenze amministrative e delle fatture. Sono attività poco visibili, ma indispensabili per far funzionare un’impresa.
Sono tutti molto giovani, ricorda Marco. Non sempre hanno gli strumenti per realizzare ciò che Roberto immagina. Ma proprio questa, sostiene, era la sua qualità: «Riuscire a immaginare quello che non esisteva». Vedere qualcosa che ancora non c’era e cominciare a lavorare come se fosse possibile costruirlo.
L’impresa cresce così. Mescola intuizione e improvvisazione, lavoro familiare e organizzazione sempre più precisa. Entrano nuovi collaboratori. Alcuni restano per pochi anni, altri per decenni. Tra questi c’è Riccardo, uno degli autisti storici, arrivato nel 1996. Alla serata, la sua presenza riporta indietro di trent’anni le lancette della memoria.
C’è poi un episodio ancora più singolare. Quasi alla fine del racconto, Roberto ricorda un collaboratore che aveva cominciato a lavorare con lui nel 1990. Si chiama Nino Ballan e oggi ha 83 anni. Eppure, racconta, passa ancora ogni mattina in azienda. Non è un dettaglio da poco. La fedeltà professionale può avere molte spiegazioni: convenienza, abitudine, sicurezza, appartenenza. Ma quando un rapporto continua anche oltre l’età in cui il lavoro è una necessità, significa che contiene qualcosa di diverso.
Queste presenze raccontano una parte importante della storia di CST. Non soltanto quella di un fondatore capace di attrarre persone, ma anche quella di un ambiente nel quale alcuni collaboratori hanno trovato ragioni per continuare a riconoscersi, anno dopo anno.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare a un percorso senza tensioni. Roberto non cerca di costruirsi un’immagine impeccabile. Ammette di essere esigente, talvolta duro. Si arrabbia con i collaboratori e perfino con i figli. Insiste sui problemi fino a diventare esasperante. Poi aggiunge una precisazione che sembra riassumere il suo modo di essere: «Io ce l’ho con il problema».
È una distinzione alla quale tiene molto. Il confronto può essere acceso e la discussione anche aspra. L’obiettivo, però, resta trovare una soluzione, non mettere in discussione la persona. Può sembrare una forma di leadership d’altri tempi, e in parte probabilmente lo è. Ma il contrasto tra la mitezza del carattere e l’intransigenza sugli obiettivi è uno dei tratti più riconoscibili di Roberto Scarpa. È riservato nella vita pubblica e poco incline a prendersi la scena. Non si rassegna, però, quando qualcosa impedisce di andare avanti.
Quando il cliente smette di essere un cliente
Intanto CST cresce. Anche in questo caso, dietro alcuni passaggi decisivi ci sono rapporti destinati a durare. Con Pam, per esempio, la collaborazione comincia già nella seconda metà degli anni Ottanta. Attraversa quasi quattro decenni e accompagna l’evoluzione della logistica: dal semplice trasporto alla gestione di attività sempre più articolate.
In altri casi, il rapporto con la committenza apre strade inattese. All’inizio degli anni Novanta, distribuire le merci verso la Sicilia è difficile. La soluzione è cercare una strada diversa: utilizzare il trasporto marittimo. Prima arriva una nave presa a noleggio. Poi un investimento sviluppato insieme ad altri partner, tra cui San Benedetto. Il progetto permette di trasportare merci di più committenti, organizzare i flussi in modo diverso e ridurre una parte dei viaggi su strada.
È un passaggio significativo anche per un’altra ragione. Roberto aveva lasciato il mare per fare l’autotrasportatore. Ora torna a servirsi delle navi, ma le guarda dalla prospettiva dell’organizzatore logistico.
Soprattutto, capisce che il rapporto tra impresa di trasporto e cliente non deve fermarsi alla trattativa sul prezzo. Può diventare un confronto sulle esigenze, sui problemi e sulle soluzioni possibili. La stessa logica riemerge molti anni dopo con Unilever. Nel 2017 il gruppo chiede ai propri partner logistici di sperimentare soluzioni di trasporto a minore impatto ambientale. CST raccoglie la sfida e si confronta con il committente e con Scania. Così si parte e il progetto va avanti. Lo sostiene la collaborazione tra chi produce il camion, chi organizza il trasporto e chi affida le merci.
Nel ricostruire questa esperienza, Roberto ringrazia Giuseppe Galantuomo, direttore della logistica di Unilever. Non si attribuisce tutto il merito dell’innovazione. Riconosce il contributo di chi l’ha resa possibile. Ancora una volta, il filo conduttore non è un investimento, ma una relazione.
Il giorno in cui tutto si fermò
Nei quarant’anni di CST non ci sono state soltanto decisioni fortunate e persone capaci di aprire nuove possibilità. Una delle prove più difficili arriva durante la realizzazione del nuovo polo logistico di Scorzè.
Il progetto è ambizioso: riunire depositi, officina e attività logistiche in una struttura integrata. Dopo l’acquisizione dell’area e l’avvio dei lavori nel 2010, però, il cantiere viene fermato e sequestrato. Nel materiale usato per il sottofondo sono stati trovati frammenti di eternit. Si apre una vicenda complessa, destinata a durare circa due anni. L’investimento è già partito e le risorse sono impegnate. La struttura, che dovrebbe permettere di recuperare quei costi, non può entrare in funzione. Anche i clienti cominciano a chiedersi se l’azienda riuscirà a superare la situazione.
Roberto ricorda quel periodo come uno dei momenti più pesanti della propria vita imprenditoriale. Non soltanto per il denaro in gioco, ma per l’incertezza. Davanti c’era un ostacolo del quale non si riusciva a vedere la fine.
La soluzione arriva dopo un lungo lavoro, anche grazie al contributo di persone capaci di affrontare una situazione tanto delicata. Quando racconta come abbia trovato la forza per resistere, Scarpa torna ancora più indietro. Ricorda la malattia del padre e la fede che aveva cominciato a coltivare da ragazzo. Dice di essersi affidato alla preghiera nei momenti in cui le proprie capacità non sembravano più sufficienti.
È un passaggio intimo. Mostra un lato meno conosciuto dell’imprenditore. Dietro la determinazione e la fiducia nella propria capacità di trovare soluzioni c’è anche la consapevolezza di non poter controllare tutto. E forse proprio per questo, ancora una volta, la capacità di affidarsi.
La fiducia diventa un metodo
Oggi Roberto Scarpa è anche presidente della FIAP, la Federazione Italiana Autotrasportatori Professionali. Questo incarico lo ha portato oltre la dimensione strettamente aziendale. Ora rappresenta un settore spesso diviso e frammentato, attraversato da rivalità e difficoltà strutturali. Quando parla del futuro dell’autotrasporto, però, torna lo stesso principio che aveva accompagnato la nascita di CST.
I trasportatori, sostiene, devono imparare a considerarsi colleghi prima ancora che concorrenti. Devono collaborare, mettere in comune capacità e competenze, superare i particolarismi che impediscono al settore di diventare più efficiente. L’idea è portare a un intero comparto ciò che lui ha sperimentato nella propria impresa: costruire rapporti stabili e corretti. Ciascuno mantiene il proprio ruolo, ma tutti condividono un obiettivo.
In questa visione c’è anche un aspetto concreto. Collaborare significa ridurre i chilometri percorsi a vuoto e usare meglio i mezzi. Significa rendere le attività più sostenibili dal punto di vista economico. E dare anche alle imprese più piccole maggiori possibilità di crescere in modo sano.
Non è un messaggio facile, in un settore abituato a difendere gelosamente clienti e territori. Ma è coerente con il percorso di Roberto. Nella sua storia, i rapporti di fiducia sono spesso stati il punto di partenza per realizzare un progetto.
Quarant’anni dopo, il futuro ha ancora molti nomi

Verso la fine della serata prendono la parola anche le figlie. il Lisa oggi affianca Roberto nelle attività aziendali e nella comunicazione. Porta la solarità del suo carattere in una nuova generazione, chiamata a dare continuità a ciò che è stato costruito. Giulia parla del padre come di un esempio. Ricorda soprattutto gli insegnamenti ricevuti: il rispetto, la dedizione, la costanza e la convinzione che un obiettivo importante meriti di essere perseguito anche quando comporta sacrifici.
Roberto ascolta e si emoziona. Quando Federica Panicucci gli offre l’occasione di rivolgere un ultimo ringraziamento, la sua attenzione torna ancora una volta alle persone. Non c’è un traguardo da rivendicare, un numero da sottolineare o un primato da esibire. Ci sono nomi da ricordare. Persone che hanno aiutato, sostenuto, consigliato e accompagnato. Persone alle quali sente di dovere qualcosa.
Sul grande schermo della The Glass Cathedral compare una corda azzurra che si intreccia in un nodo. È l’immagine scelta per accompagnare l’anniversario, insieme a una frase: «Dove le storie si intrecciano, nasce il futuro». Quel nodo non è soltanto una suggestione grafica. È stato riprodotto anche in vetro, quasi a saldare in un unico segno i due fili principali della storia: Murano e CST, l’arte vetraria e il trasporto, le origini e il futuro. A quel punto il simbolo smette di essere un elemento scenografico. Diventa la sintesi del percorso.
In quarant’anni sono cambiati i camion, le tecnologie, i clienti e le dimensioni dell’impresa. È cambiato anche il mestiere del trasportatore, diventato sempre più quello di un organizzatore di servizi complessi. A tenere insieme le parti più importanti della storia, però, sono rimasti legami nati quando tutto era ancora da inventare. Stefano, Adriano, Claudio e tutti gli altri.
Forse è questa la misura più originale della crescita di CST: non soltanto la strada percorsa, ma il numero di persone che, dopo tanto tempo, hanno ancora voglia di percorrerla insieme.


