HomeProfessioneLogisticaFood, la logistica cambia modello: meno rigidità, più flessibilità. E il trasporto diventa strategico

Food, la logistica cambia modello: meno rigidità, più flessibilità. E il trasporto diventa strategico

Dalla gestione della temperatura all’omnicanalità, dalla previsione della domanda alla diversificazione delle rotte: il settore alimentare sta ripensando le proprie catene distributive. Le indicazioni di Venchi e DHL Global Forwarding raccontano un cambiamento preciso: non basta più trasportare bene, bisogna saper anticipare l’incertezza. E il freight forwarder assume un ruolo sempre più centrale.

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Per anni la logistica alimentare ha inseguito soprattutto tre obiettivi: consegnare puntualmente, preservare la qualità dei prodotti e contenere i costi. Obiettivi che restano fondamentali, ma che oggi non bastano più. Perché il mercato del Food sta cambiando e, con esso, il modo di organizzare i flussi di merci. La domanda diventa più selettiva, i canali di vendita si moltiplicano, le destinazioni si diversificano e gli imprevisti, dalle oscillazioni dei consumi alle interruzioni delle rotte commerciali, rendono sempre meno efficaci le catene distributive troppo rigide.

Il risultato è il passaggio da una logistica costruita prevalentemente sull’efficienza dei singoli trasporti a una supply chain progettata per adattarsi rapidamente al cambiamento. È questa la tendenza più significativa che emerge dalle riflessioni di Venchi, marchio italiano del cioccolato, e DHL Global Forwarding sul futuro della logistica alimentare.

L’omnicanalità cambia la geografia delle consegne

Il primo fattore di trasformazione è la crescente articolazione dei canali distributivi. Retail, grande distribuzione, Ho.Re.Ca., commercio elettronico e mercati internazionali impongono esigenze differenti, spesso difficili da conciliare all’interno di un unico modello operativo.

Il commercio elettronico richiede la gestione di ordini più frammentati e frequenti; la distribuzione tradizionale privilegia flussi consolidati e programmazione; i punti vendita necessitano di rifornimenti regolari, mentre l’export aggiunge complessità doganali, distanze e maggiori rischi di interruzione.

La conseguenza è che non esiste più una sola logistica del Food, ma una pluralità di catene distributive che devono convivere e dialogare. La sfida consiste nel mantenere processi sufficientemente standardizzati da assicurare controllo e qualità, ma abbastanza flessibili da rispondere alle specificità di ogni canale.

È una trasformazione destinata ad accentuarsi nei prossimi tre-cinque anni, anche perché il consumatore chiede non soltanto qualità e gusto, ma maggiore tracciabilità, attenzione all’origine delle materie prime e coerenza dell’esperienza d’acquisto.

La resilienza non si improvvisa: va progettata

La seconda tendenza riguarda la gestione dell’incertezza. Picchi stagionali, cambiamenti improvvisi della domanda, carenze di capacità di trasporto e tensioni geopolitiche non possono più essere affrontati soltanto quando si presentano.

Occorre predisporre alternative: vettori diversi, capacità aggiuntiva, rotte sostitutive, modalità di trasporto differenti e una distribuzione delle scorte capace di assorbire eventuali discontinuità.

Come sottolinea Francesco Bruzzone, Supply Chain Manager di Venchi, essere competitivi significa coniugare identità di marca, innovazione e qualità costante con «partner logistici in grado di essere sufficientemente flessibili da adattarsi rapidamente ai cambiamenti della domanda nel nostro settore e agli eventi esterni che potrebbero compromettere le nostre attività».

Il punto è significativo: la flessibilità non viene più considerata un rimedio all’emergenza, ma una caratteristica strutturale della supply chain. E questo modifica anche il rapporto tra impresa produttrice e operatore logistico, che deve essere coinvolto nella pianificazione e non soltanto nell’esecuzione del trasporto.

La temperatura diventa un dato da governare

Nel Food questa trasformazione assume una dimensione particolare: la qualità della merce dipende anche dalle condizioni nelle quali viene movimentata.

La crescente attenzione alla conservazione impone quindi un’evoluzione della catena del freddo e, più in generale, della gestione della temperatura. Non basta predisporre un trasporto a temperatura controllata: diventa sempre più importante monitorare le condizioni effettive della merce durante il viaggio, individuare tempestivamente eventuali anomalie e disporre di informazioni utilizzabili per intervenire.

Per prodotti sensibili alle oscillazioni termiche, come il cioccolato, anche una variazione delle condizioni di trasporto può compromettere caratteristiche e qualità commerciale, pur senza riguardare necessariamente la sicurezza alimentare.

Da qui un’altra tendenza: il trasporto alimentare si sposta progressivamente dalla semplice garanzia delle condizioni richieste alla loro misurazione e documentazione lungo il percorso. Tracciabilità e monitoraggio diventano così strumenti operativi, oltre che requisiti di qualità.

Dal trasportatore all’orchestratore dei flussi

È in questo scenario che cambia il ruolo del freight forwarder. Le imprese alimentari cercano interlocutori capaci non soltanto di organizzare spedizioni, ma di integrare competenze doganali, reti internazionali, soluzioni multimodali, controllo della temperatura e visibilità sui flussi.

«La capacità di progettare soluzioni personalizzate, combinando diverse modalità di trasporto e garantendo piena visibilità lungo l’intero percorso della merce, è oggi un fattore chiave per sostenere la competitività delle aziende del settore Food», osserva Stefano Manzoni, Dry and Perishable Food – Business Development Specialist di DHL Global Forwarding.

Anche l’intermodalità può trovare nuove opportunità, soprattutto sui collegamenti internazionali e sulle direttrici che consentono di integrare strada, ferrovia e mare. Ma nel Food il vantaggio economico e ambientale deve sempre essere confrontato con i tempi di percorrenza, la continuità della temperatura e le caratteristiche dei prodotti. Non ogni merce, dunque, può seguire indifferentemente ogni modalità.

Il cambiamento più profondo riguarda comunque la funzione stessa dell’operatore logistico: da fornitore di capacità di trasporto a partner che contribuisce a progettare la rete distributiva, individuare le vulnerabilità e predisporre soluzioni alternative.

Più dati, meno decisioni al buio

L’ultima direttrice è quella tecnologica. Digitalizzazione, automazione dei magazzini e strumenti avanzati di analisi dei dati promettono di migliorare previsioni della domanda, pianificazione delle scorte e capacità di reagire agli imprevisti.

La questione, però, non è soltanto disporre di più informazioni. È riuscire a condividerle tra produttori, spedizionieri e operatori logistici, utilizzando indicatori comuni per valutare puntualità, disponibilità del prodotto, condizioni di trasporto e qualità del servizio.

In questo senso, il passaggio decisivo potrebbe essere dalla visibilità alla capacità previsionale: sapere dove si trova una spedizione è utile, ma prevedere un ritardo e predisporre un’alternativa prima che il cliente ne subisca le conseguenze ha un valore decisamente maggiore.

È qui che si misura la trasformazione della logistica alimentare. In un settore nel quale la qualità resta irrinunciabile, il vantaggio competitivo non dipenderà soltanto dalla capacità di trasportare il prodotto nelle condizioni corrette, ma dalla possibilità di garantirne la disponibilità anche quando il contesto cambia.

La nuova frontiera, insomma, non è soltanto rendere più efficiente la catena distributiva, ma costruirne una capace di non fermarsi quando qualcosa va storto.

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