Veicoli - logistica - professione

EDITORIALE | La favola di Moncucco

-

C’è un pregiudizio strisciante nei confronti dei cittadini dell’Est Europa, elevato alla potenza quando di professione fanno gli autotrasportatori. Nel mondo del trasporto stradale, poi, il pregiudizio diventa più corposo quando interessa aziende di paesi orientali o baltici, in particolare lituani, che in tempi recenti, rimaste a corto di autisti, li importano come merce da oltre Europa: Ucraina, Bielorussia, a volte Russia. La vicenda che vi racconto oggi, un po’ romanzata, ha per protagonista proprio un giovane autista russo, assoldato – e qui al termine va data un’accezione più militare che economica – da una ditta lituana. Il suo colloquio di lavoro è formalità: non è richiesta esperienza, né conoscenza di lingue straniere, né competenze informatiche. Anche perché non è concessa formazione, né straordinari, né assicurazione sanitaria. Essere alla prima esperienza, anzi, è un fattore premiante. Per l’azienda che assume, s’intende, perché paga il 15% in meno rispetto alla retribuzione media di un autista, attestata sui 1.000 euro. Di fatto l’assunzione coincide con il controllo della patente: se c’è, si può partire. E di fatto, dopo qualche minuto, il neoautista monta in cabina e parte. Destinazione: Pessione, provincia di Torino, dove ha sede una nota azienda italiana produttrice di vermouth. Per arrivare a quell’indirizzo, riportato fedelmente nel navigatore, deve percorrere più di duemila chilometri. E per fortuna ce l’ha il navigatore, perché per lui l’Italia – avrebbe detto Metternich – è poco più di «un’espressione geografica».

Cosa sia successo dal momento in cui ha girato la chiave a quando l’ultima cassetta di vermouth è stata caricata sul semirimorchio non lo sappiamo. È noto invece che lo stesso navigatore interrogato per l’andata, girato il camion in direzione del ritorno lo ha portato a transitare, dopo venti chilometri, attraverso un comune di 900 anime di nome Moncucco. Per una qualche ragione questo borgo inganna il navigatore. Non tanto perché reca nel nome la qualificazione di «Torinese», seppure si trovi in provincia di Asti, ma perché presenta viuzze strette non adeguate al transito di un camion. L’autista esperto scende, verifica e nel caso cambia strada. Il giovane russo, però, è stato assunto proprio perché non disponeva di esperienza e quindi anche di fronte alla strettoia, asseconda quella vocina che finora è stata l’unica compagna durante la sua prima missione di trasporto. E sbaglia, perché dopo qualche metro si incastra: il camion non va né avanti, né indietro. A quel punto scende dal veicolo, lo vede danneggiato in più punti, pensa alla reazione del datore di lavoro e percepisce come un colpo di frusta l’impossibilità a uscire da quella situazione: si trova in un luogo in cui si parla una lingua a lui sconosciuta e ha in tasca una cifra che gli consente a malapena di comprarsi un panino con il salame. Quindi se anche trovasse qualcuno in grado di aiutarlo non sarebbe in condizione di pagarlo. E nel frattempo come reagiranno i cittadini di quel paese, impossibilitati a muoversi per le strade cittadine?

Mentre questi pensieri lo traumatizzano, un gruppo di persone gli corre incontro. Parlano tra loro, quindi si muovono in modo risoluto: qualcuno telefona, qualcun altro si mette a gestire il traffico, altri verificano le condizioni del camion. D’incanto, poi, si materializza un interprete e gli spiega che non deve preoccuparsi: un altro camion con gru arriverà a rimuovere il suo, un’officina della zona sistemerà i danni alla carrozzeria, un distributore gli farà il pieno di adblue, una famiglia gli aprirà casa per fargli consumare un pasto caldo e mettergli a disposizione un bagno.

Il giovane autista capisce (finalmente) le parole, ma non ne coglie il senso. O meglio, fatica a credere che quanto accade sia reale e che quelle persone si mettano al suo servizio in modo del tutto gratuito. Invece, una volta verificato che quanto prospettato si è poi materializzato, sale sul camion consapevole di aver fatto un’esperienza che resterà indelebile nella memoria: perché quel giorno, durante il primo viaggio, ha toccato con mano cosa significhi la solidarietà e come sia proporzionale al livello di difficoltà di colui a cui si indirizza. È partito da un’azienda che non ha valutato nemmeno un secondo le sue esigenze umane, è tornato indietro con un carico non soltanto di merce, ma di umanità avvolgente. È partito con il dubbio che quel lavoro fosse troppo duro, perché allontana da casa per troppo tempo, espone a ogni sorta di imprevisto e, se poi si verifica, ci si trova sprovvisti di tutto. È tornato indietro fiero di quanto fatto, convinto che l’aiuto ottenuto sia motivato dall’utilità della sua professione.

E allora fai buon viaggio giovane russo: la vita è bella perché è piena di sogni e perché esistono luoghi come Moncucco in cui la pietà conta più del pregiudizio. Peccato siano sempre più pochi. Come gli autisti di camion.

Daniele Di Ubaldo
Daniele Di Ubaldo
Direttore responsabile di Uomini e Trasporti

close-link