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ETS sì, ma non così: Pichetto Fratin alza il tiro sulle “storture” europee

Al Transpotec di Milano il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin difende l’ETS come leva per la decarbonizzazione, ma attacca il modo in cui viene applicato in Italia. Nel mirino il costo dell’energia, l’effetto moltiplicatore sulle bollette e il rischio ETS2 per trasporto e cittadini. “Non voglio abolire l’ETS, voglio correggerlo”

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Al Logistic Village di Fiap, dentro un Transpotec dove l’elettrico prova a ritagliarsi uno spazio sempre più visibile tra trattori stradali, servizi energetici e nuove tecnologie, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin arriva con un messaggio molto chiaro: il problema non è l’ETS. Il problema è come funziona.

E soprattutto: chi paga davvero il conto. Perché nel ragionamento del ministro c’è un punto che ritorna continuamente. L’Emission Trading System europeo, nato per spingere la decarbonizzazione, rischia di trasformarsi — se applicato male — in un gigantesco moltiplicatore di costi per imprese e cittadini.

“Se la CO2 costasse ancora 15, 20 o 25 euro andrebbe bene”, spiega Pichetto Fratin. “Ma quando arriva a 80 euro comincia a pesare davvero”.

“L’Italia paga tre miliardi e in bolletta diventano nove”

Il cuore del discorso è tutto qui. Secondo il ministro, la vera distorsione non sta tanto nel principio dell’ETS, quanto nel meccanismo con cui il costo delle quote CO2 finisce per riflettersi sul prezzo dell’energia elettrica.

Pichetto Fratin prova a tradurlo in numeri.

Il termoelettrico italiano — ancora dominante nella formazione del prezzo dell’energia — produce circa 120 miliardi di kWh e paga il costo ETS. Ma quel costo non resta confinato lì: si riversa sull’intero mercato elettrico nazionale, cioè su tutti i circa 315 miliardi di kWh consumati.

Risultato: circa 3 miliardi di costo ETS si trasformano, secondo il ministro, in 9 miliardi sulla bolletta finale.

“Questa è la stortura”, insiste. “Non è il problema dell’ETS. È il meccanismo di interpretazione dell’ETS”.

Un messaggio politico preciso, perché Pichetto Fratin tiene a chiarire anche ciò che — a suo dire — a Bruxelles e nel dibattito pubblico italiano sarebbe stato frainteso: il governo non vuole cancellare il sistema europeo delle emissioni.

“Io con il decreto bollette non ho voluto togliere l’ETS”, sottolinea. “Voglio togliere le storture dell’ETS”.

ETS2: il vero incubo è il trasporto

Ma il passaggio che interessa di più il mondo dell’autotrasporto è inevitabilmente quello sull’ETS2.

Perché il secondo sistema europeo delle emissioni — quello destinato a carburanti, edifici e trasporto stradale — è percepito dal settore come una potenziale nuova tassa energetica destinata a scaricarsi direttamente sul gasolio.

Ed è qui che il ministro rivendica una battaglia politica combattuta in Europa.

“Ho fatto la trattativa per il rinvio di un anno dell’ETS2”, racconta. “L’ho iniziata alle otto del mattino e l’abbiamo chiusa alle nove del giorno dopo”.

Una trattativa durissima, spiega, costruita creando una minoranza di blocco tra Paesi europei. Perché senza alleanze, dice con brutalità politica, “prendevo due sberle e via”.

Ma anche qui il punto non è cancellare l’ETS2. È evitare che parta replicando gli stessi errori dell’ETS tradizionale.

“Dobbiamo evitare che parta con le storture”, dice il ministro. E aggiunge una frase che pesa soprattutto davanti a una platea di imprese del trasporto: non basta giustificare l’ETS2 dicendo che servirà a finanziare il Fondo Sociale Clima.

Per Pichetto Fratin, se il sistema genera squilibri industriali e competitivi, il problema resta.

“Ci sono settori che non possono decarbonizzare”

Nel ragionamento del ministro c’è anche un altro tema che attraversa ormai tutta la politica industriale europea: la transizione energetica non procede alla stessa velocità per tutti.

“Ci sono attività non decarbonizzabili”, dice apertamente.

E cita settori come ceramica, acciaio e vetro, industrie energivore che oggi continuano a dipendere dal gas e che rischiano di perdere competitività sotto il peso crescente dei costi ETS.

Per questo difende i fondi di compensazione finanziati proprio con i proventi delle quote CO2.

Se quelle industrie chiudono, avverte, il problema non resta confinato alle fabbriche: si trasferisce sull’intera economia reale.

“Se perdiamo la gamba produttiva di questi settori”, osserva, “a quel punto il prosciutto ci costa il doppio”.

La posizione politica: correggere, non demolire

In controluce emerge una posizione ormai piuttosto definita del ministro.

Pichetto Fratin non si colloca nel fronte anti-ETS. Non propone strappi con Bruxelles. Non mette in discussione l’obiettivo della decarbonizzazione.

Ma sostiene che il sistema europeo debba essere corretto profondamente per evitare effetti industriali e sociali esplosivi, soprattutto in Paesi manifatturieri ed energivori come l’Italia.

E dentro questo schema il trasporto stradale rischia di diventare uno dei campi più sensibili.

Perché mentre il Transpotec mostra camion elettrici, sperimentazioni e nuovi modelli energetici, la realtà quotidiana di gran parte dell’autotrasporto continua a dipendere dal diesel. E un ETS2 costruito male potrebbe trasformarsi, semplicemente, in un enorme aumento dei costi operativi.

Per questo, al Logistic Village di Fiap, il messaggio del ministro è suonato quasi come una promessa politica al settore: la transizione si farà, ma senza lasciare indietro chi oggi non ha ancora alternative realistiche.

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