L’efficienza diventa sempre di più un requisito imprescindibile per i trasportatori per aprire un dialogo con il committente. Non si parla più, però, solo di litri consumati in relazione ai chilometri, ma anche di dati condivisi.
L’integrazione digitale è richiesta da oltre il 77% dei mittenti – come è emerso anche nei «100 numeri per capire l’autotrasporto», presentato al Transpotec di Milano a metà maggio – e questo mette il settore davanti a un bivio: evolversi o restare tagliati fuori dal mercato. Quali strade può percorrere un’azienda di trasporti per diventare digitale? La tecnologia può risolvere problemi storici e stoici, cronici e irrisolti come le estenuanti attese al carico e scarico?
Ne abbiamo parlato con Philipp Pfister, Sector Vice President di Transporeon, che si occupa quotidianamente di tecnologia, cercando di capire come algoritmi e intelligenza artificiale possano diventare i migliori alleati dei trasportatori, senza mai sostituirsi ad essi.
Il 77% dei committenti considera l’integrazione digitale fondamentale nella scelta di un fornitore di servizi logistici; chi non è digitale con i clienti rischia di essere escluso da una quota significativa di mercato. Cosa significa per voi questo requisito? Che consiglio darebbe loro per rimanere competitivi?
Penso che la tecnologia debba essere un fattore abilitante per fare affari tra mittenti e vettori, non un peso. In primo luogo, piattaforme come la nostra aiutano perché facilitano la comunicazione digitale. Il mittente si connette alla piattaforma e il vettore può lavorarci direttamente o integrarsi tramite standard già esistenti. Questo rimuove la complessità nella collaborazione e nella comunicazione, quindi abilita concretamente il business. In generale, credo serva apertura da parte di tutti nel costruire tecnologia e integrarsi a vicenda. Certo, la tecnologia comporta sempre un investimento e del lavoro di integrazione, ma ne vale la pena. Piattaforme come la nostra, riducono drasticamente i mesi di sforzo necessari per integrare digitalmente due realtà.
Aggiungo che capisco che sia richiesto dai mittenti perché facilita lo scambio di dati. Potendo inviare le informazioni relative ad un indirizzo elettronicamente, il trasportatore le riceverà corrette. Se invece lo chiamo e li detto per telefono, qualcosa potrebbe venire male interpretato nella traduzione (magari per differenze linguistiche). La tecnologia aumenta l’integrità del dato e assicura che tutti lavorino con le stesse informazioni. Questo vale ovunque, anche nel trasporto nazionale, perché permette di risparmiare tempo e ridurre gli errori. Se la tecnologia assicura che le informazioni corrette siano condivise, si riducono tantissimi problemi a monte.
Parlando di risparmio di tempo, il 33% degli autisti considera i tempi di attesa durante il carico e lo scarico come il problema principale dell’autotrasporto. Se potessero, preferirebbero ridurre le attese inutili, invece che avere una paga più alta. Quali soluzioni dovrebbe offrire la tecnologia per risolvere questo problema?
È una combinazione di prodotti e soluzioni. La prima è sicuramente la programmazione degli slot. Questo dà sicurezza e pianificazione allo staff di magazzino perché sanno quando il camion arriverà, possono preparare la banchina e far sì che il processo sia fluido. Sappiamo che la realtà è fatta di traffico e ritardi e per questo, combinando la pianificazione con le informazioni in tempo reale (ottenute dal sistema di bordo del camion) che forniscono l’ETA (tempo stimato di arrivo), aumentiamo la precisione.
Avvisando in tempo reale il personale di magazzino che, ad esempio, un camion con arrivo previsto alle 10:00 ha un’ora di ritardo, c’è modo di riprogrammare e spostare lo slot – prima dedicato a quel camion – alle 11:00, evitando così di far attendere l’autista.
Aggiungiamo poi la gestione del piazzale con una dashboard in tempo reale per vedere quali camion arrivano, quali sono presenti e quali partono. Usiamo anche app su tablet dove l’autista può registrarsi nella propria lingua madre, per eliminare l’ostacolo delle barriere linguistiche. Collegare il camion fisico alle operazioni di magazzino aiuta a ridurre le attese, in questo modo, gli autisti non dovranno recuperare le ore perse e verranno anche migliorate la sicurezza e il loro benessere.
Avete già testato tutto questo?
È tutto già esistente. Lo vediamo sul mercato ogni giorno. Abbiamo già documentato con diversi casi studio, esperienze di clienti che hanno misurato i tempi di attesa prima e dopo l’introduzione del nostro sistema, riscontrando riduzioni significative. Meno attese significa anche meno costi per le aziende.
Quindi, è una tecnologia che mette d’accordo tutti, l’azienda di trasporti, il mittente e il destinatario?
Esatto. Il mittente vuole far uscire la merce dal piazzale, il vettore vuole caricarla e partire, e il destinatario vuole riceverla in tempo. Ognuno ha lo stesso obiettivo da angolazioni diverse. La nostra soluzione aiuta a risolvere il problema combinando pianificazione e dati in tempo reale.

È evidente che le grandi aziende possano investire più delle piccole. Ma c’è una fascia di prezzo per chi comunque ha voglia o bisogna di fare il passo digitale?
È questo il bello. Transporeon è una piattaforma. Ci sì può registrare anche solo con un’email e un nome utente e possiamo configurare la soluzione scelta con investimenti minimi. Ovviamente, se si vogliono integrare sistemi complessi, il costo sale, ma la base è adatta a chiunque abbia un problema da risolvere. Se un vettore prenota uno slot, può condividere le informazioni in tempo reale senza costi aggiuntivi. Cerchiamo di abbassare le barriere all’entrata: non deve essere per forza un progetto da sei cifre che dura un anno.
In Italia c’è spesso una certa diffidenza nei confronti della tecnologia di tracking, viene percepita come una forma di controllo sugli autisti. Riscontrate questo problema?
Prima di tutto, il tracciamento segue le regole GDPR dell’Unione Europea. Il camion viene tracciato solo quando è in viaggio per quella specifica spedizione. Una volta eseguita la consegna, il sistema “dimentica” il camion fino alla spedizione successiva. Seguiamo regole ferree sulla privacy.
Secondo, bisogna accettare un certo grado di condivisione dati se si vuole risolvere il problema delle attese. Non è possibile avere la gestione in tempo reale senza essere, in una certa misura, tracciati. Ma ripeto, ci sono strumenti molto severi che proteggono l’individuo.
Immagini di dover spiegare a un trasportatore, non molto esperto di informatica, i benefici concreti dell’Intelligenza Artificiale oggi. Come gliela spiegherebbe?
Direi che l’IA può essere un assistente che riduce il tempo e lo sforzo per le attività che possono essere automatizzate con facilità. Questa intelligenza può smistare le email, preparare risposte o capire cosa è più importante mentre l’autista è alla guida. Così l’autista, ma anche l’azienda, possono concentrarsi su ciò che conta davvero: l’operatività sul campo.
L’IA può aiutare a gestire grandi quantità di dati per prendere decisioni migliori. Ma se l’AI analizza tutti i preventivi che un’azienda riceve in cinque minuti invece che in due ore, proponendo poi le opzioni migliori, con un essere umano che prende la decisione finale, allora diventa uno strumento di supporto altamente strategico.
Parliamo di guida autonoma: voi avete servizi in grado gestire il viaggio e quindi si può immaginare che le vostre tecnologie possano essere abbinate in futuro – magari tra 15-20 anni – anche alla guida autonoma?
Penso che non sia così lontana. Già oggi ci sono test in cui i camion riposizionano i rimorchi autonomamente in aree chiuse. È un ottimo caso d’uso perché elimina i rischi di investimento di persone nei piazzali, oppure nel caso del trasporto nei centri urbani, zone ad alto rischio per gli utenti più deboli. Vedi altri esempi negli USA già pronti, sul lungo raggio magari. O con i taxi in alcune città americane. Penso che sia qui che vedremo la guida autonoma in Europa piuttosto velocemente.
ll nostro software si occupa di far comunicare le aziende e forse non avrà un impatto diretto, probabilmente cambierà il modo in cui interagiamo. Magari il trasportatore non entrerà più direttamente nell’hub, ma lascerà il rimorchio che verrà movimentato da un veicolo autonomo internamente e poi restituito al trasportatore, o a un altro driver. Dovremo adattarci a questo scenario.
Lei ovviamente crede nella tecnologia: come risponde a chi teme che possa sostituirsi all’uomo, in particolare se parliamo di integrazioni AI?
Io credo nell’uso della tecnologia come supporto, non come sostituto del giudizio umano. Se chiedo qualcosa a un’AI, devo comunque verificare i fatti. Non è bene fidarsi ciecamente. La logistica è un business fatto di persone. La tecnologia è un grande aiuto, ma il buon senso umano è fondamentale per controllare che ciò che l’IA propone sia corretto.
È un discorso molto attuale, che accompagna riflessioni sulla sicurezza. Siamo nell’era dei dati, eletti a vero core business per le aziende di tecnologia. Come fate a stare sicuri con così tanti dati?
La sicurezza informatica è il motore del nostro business. Produciamo dati ogni secondo. Abbiamo un’organizzazione dedicata alla sicurezza informatica con barriere fisiche e digitali. Facciamo screening periodici per trovare vulnerabilità prima di chiunque altro. Inoltre, la legislazione europea ci aiuta definendo quali informazioni è possibile conservare e quali invece no. E per gli utenti, in Europa, c’è il diritto alla revoca e il consenso esplicito. Se un vettore vuole condividere la visibilità, deve dare il consenso. È una loro decisione, non nostra.
Per Transporeon la tecnologia nella logistica non è un fine, ma un mezzo per costruire partnership più solide. Che si parli di dock scheduling per eliminare le code in banchina o di visibilità in tempo reale, il punto focale è migliorare il lavoro delle persone.
La sfida per le aziende italiane sarà quella di abbracciare questi strumenti come “assistenti” capaci di restituire la risorsa più preziosa, cioè il tempo. In un ecosistema dove i dati vengono prodotti ogni secondo, la sicurezza e il buon senso restano le bussole fondamentali per guidare l’innovazione senza mai perdere di vista chi la guida davvero.


