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Pirati, Houthi e terrorismo: nel Corno d’Africa nasce una nuova minaccia per le rotte marittime e la logistica globale

Gli attacchi al largo della Somalia tornano a crescere mentre emergono nuove forme di collaborazione tra pirati, Houthi e reti jihadiste. Tecnologie avanzate, navi madre e interessi criminali si intrecciano con strategie geopolitiche e terroristiche, proprio mentre alcune compagnie tornano a scegliere la rotta di Suez. Il rischio è la nascita di network ibridi capaci di minacciare sicurezza e traffici marittimi.

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Nel 2026 gli episodi di pirateria al largo delle coste somale hanno registrato un incremento significativo, mentre la pirateria globale è al suo minimo storico con trentotto episodi complessivi. Il report semestrale dell’International Maritime Bureau (IMB), pubblicato a luglio 2026, segnala una preoccupante recrudescenza degli attacchi in Somalia con i pirati somali responsabili del 94% dei marittimi presi in ostaggio. I dati dell’IMO (International Maritime Organization) evidenziano come nei soli primi otto mesi dell’anno si siano verificati almeno quindici attacchi, a fronte dei cinque complessivi dell’intero 2025. In base agli ultimi dati pubblicati da Drewry, questa situazione non ha impedito ad alcune compagnie di navigazione di riprendere i passaggi attraverso il Canale di Suez pur di evitare i pesanti extra-costi del Capo di Buona Speranza.

Un elemento che impone una profonda riflessione è l’inedita “convergenza criminale/operativa” tra i pirati somali e i ribelli Houthi dello Yemen, noti anche come Ansar Allah (“I sostenitori di Dio”), movimento armato sciita sostenuto dall’Iran. Secondo le recenti rilevazioni della Puntland Maritime Police Force (PMPF)i pirati avrebbero ricevuto dagli Houthi sia un addestramento militare sia dei dispositivi GPS avanzati per il tracciamento preciso delle rotte mercantili. In aggiunta, i ribelli yemeniti mantengono contatti tattici con al-Shabaab, organizzazione terroristica somala di matrice sunnita salafita affiliata ad Al-Qaida, superando così storiche divergenze ideologiche in favore di una cooperazione d’interessi. Come riporta l’Africa Defense Forum (ADF), rivista pubblicata dall’U.S. Africa Command, in un articolo di quest’anno: “Houthis provide Somali pirates with advanced tech”, nel dicembre scorso al largo della costa del villaggio di pescatori di Eyl nella regione di Nugaal, è stata intercettata una piccola imbarcazione, con a bordo cinque cittadini somali e due yemeniti, che tentava di contrabbandare sostanze chimiche utilizzate per fabbricare esplosivi improvvisati (IED). Con il mondo impegnato nel conflitto iraniano-statunitense, il vuoto di sorveglianza nel Corno d’Africa ha consentito ai pirati somali di riorganizzarsi, usando tattiche “adattive” con l’impiego di pescherecci (dhow) sequestrati e usati come navi madre (mothership) per trasportare i propri barchini veloci (skiff) a centinaia di miglia dalla costa. 

Sotto il profilo concettuale occorre distinguere le due minacce: la pirateria è mossa prevalentemente dal profitto economico, mentre il terrorismo persegue obiettivi politici e ideologici. Quest’ultimo strumentalizza la dottrina del jihad (“guerra santa”), rielaborandola da dovere collettivo condizionato (fard kifaya) a obbligo individuale e universale (fard ‘ayn). Se storicamente l’obbligo individuale era limitato a contesti difensivi d’emergenza contro invasioni dirette di territori musulmani, le correnti jihadiste moderne vi fanno ricorso per imporre la hakimiyya (la sovranità esclusiva di Dio) e promuovere la restaurazione del Califfato. Si assiste così alla costituzione di network ibridi, dove gli interessi economici della pirateria si fondono con le agende geopolitiche e ideologiche del terrorismo.

Risalta allora la complessa situazione politica somala con il recente controverso sequestro del mercantile MV Latuf.  Quest’ultimo trasportava armi e apparecchiature satellitari turche, destinate a una struttura di addestramento gestita dalla Turchia a Mogadiscio. Nel caso di specie il governo del Puntland, regione semiautonoma della Somalia, sostiene l’avvenuto pagamento di un riscatto per la liberazione degli ostaggi, a differenza del governo turco e di Mogadiscio che parlano invece di una brillante operazione militare senza alcun pagamento. Tale fatto dimostra il vuoto informativo e la frammentazione degli accordi di sicurezza in zona, nonché la commistione già accennata tra pirateria e terrorismo e ipotesi corruttive tra i funzionari locali. 

Per contrastare efficacemente il fenomeno risulta allora necessario rafforzare le istituzioni del governo centrale somalo, offrire opportunità economiche ai giovani tramite la modernizzazione della pesca locale, smantellare le reti finanziarie della pirateria e perseguire la corruzione politica e militare. Le missioni internazionali, come Eunavfor atalanta, Eunavfor aspides e la Combined Task Force 151 (CTF-151), svolgono un ruolo di contenimento, ma non possono sradicare la minaccia senza un solido quadro di cooperazione istituzionale. È necessario inoltre affinare il quadro giuridico in favore degli Stati, poiché fuori dalle 12 miglia le navi da guerra straniere mantengono ampi poteri di abbordaggio, sequestro e arresto, mentre dentro le acque territoriali, dove gli atti illeciti si configurano come rapina armata in mare (armed robbery at sea) senza la proroga dei vecchi mandati ONU del 2008, si deve rispettare la sovranità somala. Sia per la pirateria sia per le organizzazioni terroristiche l’arma vincente non è l’intervento militare, che può come detto arginare il fenomeno, ma il contrasto dell’ideologia del profitto per l’una e dell’ ideologia religiosa per l’altra attraverso azioni di contrasto ideologico (counter-ideology) e strategie di cultural intelligence definita come l’analisi delle informazioni sociali, politiche, demografiche, economiche, che permettono la comprensione dei comportamenti, delle istituzioni, delle credenze e della storia di una popolazione o una nazione.

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