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EDITORIALE | Il giusto prezzo del trasporto

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Just in time, delocalizzazione, e-commerce. Tre processi produttivi e commerciali affermatisi con tempi e modalità diverse, ma tutti accomunati dal presupporre come assoluto un dato: il basso costo del trasporto. Perché è evidente che si può fare a meno dei magazzini soltanto se si ha sempre un camion che, come un pendolo, carica e scarica all’ora prestabilita il componente necessario per alimentare una catena produttiva. Così come è possibile beneficiare del basso costo del lavoro di persone che vivono a decine di migliaia di chilometri di distanza, soltanto se poi il costo per trasferire le merci – e quindi per percorrere quei chilometri – è decisamente irrisorio. Così come è possibile rendere equivalente per i consumatori l’acquisto on line e quello nel negozio sotto casa soltanto se si fanno salti mortali per recuperare lungo la filiera i maggiori costi generati dalla distribuzione di migliaia di prodotti casa per casa, rispetto a quella che concentra la stessa merce su un singolo pallet da recapitare a un singolo deposito.

Poi un giorno arriva la pandemia. E a chi produce in just in time capita di attendere giorni, a volte settimane, senza veder consegnato quel carico indispensabile per non bloccare la produzione. In tempi normali avrebbe reagito a colpi di penali, ma il Covid è una forza maggiore da ingoiare a tal punto che qualcuno inizia a pensare che forse quel magazzino alla fine non costava così tanto e che disporre di scorte a volte fa dormire sonni più tranquilli.

Ad analoghe conclusioni è giunto chi attendeva merci di provenienza delocalizzata, non soltanto perché spesso venivano bloccate dall’infezione (evenienza che riporta al caso precedente), ma perché nel corso di pochi mesi il costo del trasporto container è schizzato alle stelle. Magari costava troppo poco prima della pandemia, ma dopo è diventato fin troppo caro per giustificare alcune delocalizzazioni. Al punto che qualcuno, rifatti i conti, si è accorto che non conviene produrre tanto lontano, se poi i soldi risparmiati da una parte, si buttano via dall’altra.

L’e-commerce non vive ripensamenti e anzi galoppa in sterminate praterie. Ma che la logistica al suo servizio sia il settore economico in cui la compressione del costo del lavoro abbia affilato forbici esorbitanti, lo sanno tutti. Compresi alcuni magistrati che hanno alzato il velo su quelle catene di subappalti, create come tante scatole cinesi a cui viene data una forma – quella della cooperativa – che meriterebbe migliore immagine.

La cosa paradossale è che queste due crisi – una produttiva, l’altra logistica – non hanno mostrato il loro volto più crudele lo scorso anno, quando la pandemia costringeva alle chiusure e i trasporti garantivano comunque la distribuzione di generi di prima necessità, ma adesso che ci avviamo verso una ripartenza. Perché è ora che la domanda, a lungo compressa, sta volando su livelli che l’offerta di servizi non riesce a soddisfare, frenando un ansimante sistema produttivo. Il rialzo dei prezzi delle materie prime e tutto quanto ne consegue dipende da questo: dall’inceppamento delle catene di approvvigionamento, dalla mancanza di container, dall’ingolfamento dei porti, dalla difficoltà di garantire manodopera all’autotrasporto.

Ecco perché in questo frangente sarebbe opportuno tagliare i ponti con il passato e fare un deciso salto culturale. Vale a dire, sfruttare i tanti capitali pubblici iniettati sul mercato per individuare modelli produttivi che giudichino il trasporto come un’attività su cui investire per migliorarne l’organizzazione e l’efficacia, per contenerne le emissioni e le altre esternalità, per metterlo in condizione di valorizzare un prodotto alla ricerca di mercati come e più di un influencer.

In questo modo ci lasceremmo alle spalle quell’equazione che valuta il trasporto alla pari di un costo e che poi pretende dalla sua attività tempistiche rigorose, responsabilità crescenti e alleggerimento delle tariffe. Ci lasceremmo alle spalle quell’equazione che, in definitiva, ha fatto in modo che sempre più giovani si tenessero alla larga da un camion.

Daniele Di Ubaldo
Direttore responsabile di Uomini e Trasporti

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