HomeProfessioneInchiestaFormazione o semplice burocrazia? Cosa serve davvero per diventare autisti professionisti

Formazione o semplice burocrazia? Cosa serve davvero per diventare autisti professionisti

Capire gli ingredienti con cui far lievitare la formazione necessaria a conseguire la CQC aiuta a distinguere ciò che rende professionisti da ciò che è un freddo obbligo. È un percorso che dovrebbe dare autonomia, sicurezza, consapevolezza: tutto il resto è rumore che distrae da ciò che conta davvero

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Io sono una di quegli autisti che non ha avuto l’onore di trovarsi la CQC in tasca d’ufficio, ma l’onere di guadagnarsela con 140 ore obbligatorie e circa 2.000 euro di investimento. Ma era il 2014 e quindi è altamente probabile (praticamente certo) che oggi costi di più. Mi è pesato? No. Mi ha richiesto uno sforzo particolare? Nemmeno. Mi è servito davvero? Purtroppo, ancora no.

Avevo metodo, organizzazione, voglia e di conseguenza non ho fatto eccessiva fatica. Quello che ho trovato, però, non era tanto formazione, quanto un percorso più vicino a un obbligo amministrativo che a un investimento nelle competenze. Sebbene io creda profondamente nella formazione, soprattutto se questa serve a fare entrare nel mercato dei professionisti, sono altrettanto convinta che, strutturata com’è attualmente, sia totalmente inutile.

Cosa dovrebbe dare la CQC per poter dire: «Ora sono un professionista»? Provo a rispondere in modo analitico. Innanzitutto, rimuoviamo quelle ridondanze già studiate per conseguire la patente CE e concentriamoci su ciò che serve davvero.

Meccanica di base e conoscenza del veicolo

La meccanica di base può essere utile, ma deve aiutare davvero a comprendere il funzionamento del veicolo. Un autista non deve «fare il meccanico», ma saper riconoscere un problema prima che costringa a un fermo macchina, essere in grado di comunicare in modo chiaro con l’officina, capire come intervenire nell’immediato. La meccanica lasciamola ai meccanici, ma la consapevolezza di ciò che avviene è imprescindibile.

Questo è ancora più importante in un Paese appesantito da un parco circolante con quasi 15 anni di età media e in cui le vecchie glorie convivono con mezzi di ultima generazione. Conoscere entrambi, soprattutto saperci interagire, è ciò che permette a un autista di essere davvero autonomo.

ADAS, tecnologia e lavoro su qualunque veicolo

Lo studio degli ADAS e della tecnologia di bordo non può essere affidato al momento della consegna del veicolo. Per questo motivo, il percorso della CQC deve metterci nelle condizioni di lavorare con qualunque mezzo e di saper svolgere manovre complesse con precisione e disinvoltura in ogni contesto di mercato. Va bene il rimorchio e anche la biga, ma oggi ci sono molti più bilici in circolazione, chiamati a fare i conti con posti stretti e manovre molto più complesse della retromarcia dritta o di qualche slalom tra i birilli nei piazzali.

Le ore di guida vanno sfruttate con testa per imparare a guidare davvero, perché macchina e camion sono cose diverse.

Guida economica, sicurezza e fissaggio del carico

Se l’auto serve per spostarci nel tempo libero o per aiutarci nelle commissioni, il camion è a tutti gli effetti uno strumento di lavoro e come tale deve generare profitto. Un bravo autista si riconosce non solo nel rispetto dei tempi di consegna, ma anche nel saper risparmiare carburante, nel gestire il mezzo in modo attento, nel riuscire a prevenire i rischi soltanto avendo conoscenza delle tecniche di guida economica e sicura.

E poi deve saper operare in sicurezza nelle fasi di carico e scarico, conoscendo come fissare correttamente la merce trasportata. Questi argomenti sono trattati attualmente come un dettaglio secondario e invece rappresentano il cardine della sicurezza stradale.

Primo soccorso e psicologia applicata

A proposito di sicurezza, per considerarla nel complesso va valutata nel contesto del traffico odierno, dove non siamo da soli. In termini di formazione l’argomento è utile, ma per essere professionali anche nei confronti degli altri cosa c’è da sapere? Il primo soccorso obbligatorio dovrebbe essere fatto meglio e affiancato da una parte pratica, perché spesso siamo noi i primi ad arrivare quando succede qualcosa e in quel frangente la differenza tra sapere e non sapere diventa evidente. Reagire con consapevolezza, però, non è importante solo negli incidenti o in emergenze sanitarie, ma anche per gestire le proprie emozioni nel quotidiano.

La psicologia applicata al lavoro e al traffico aiuta a gestire la solitudine della guida, ma anche le relazioni con colleghi e clienti, che sono tante e di vario tipo.

Lingue e comunicazione internazionale

Siccome molti colleghi provengono da paesi diversi la conoscenza dell’inglese base e di qualche altra tra le lingue più diffuse nel settore potrebbe aiuterebbe a comunicare meglio, a ridurre fraintendimenti e a migliorare il clima lavorativo.

Donne nel settore e tutela reale

Un settore con sempre più donne deve affrontare il tema della parità di genere senza paternalismi né slogan. Donne come me o come ognuna delle altre 17 mila presenti sul mercato portano esigenze reali e richiedono soluzioni pratiche. A questo si aggiunge la parte legale, in grado di fornire strumenti chiari per riconoscere, prevenire e gestire le molestie, tema fondamentale e introdotto nell’ultimo rinnovo del CCNL. Riconoscere che la presenza femminile esiste, cresce e porta con sé bisogni e competenze deve trovare spazio nella formazione.

La legalità, però, deve affrontare anche la parte burocratica e contrattuale, che non si limita alla CMR o ai documenti doganali, ma investe anche il CCNL, la busta paga e – perché no –il corretto comportamento nei luoghi di lavoro. In quanto professionisti abbiamo responsabilità anche legali.

Tutto questo non può essere solo teoria, andrebbe trasformato in pratica, magari tramite un tirocinio aziendale, modalità già esistente nei percorsi universitari e in quelli professionali, che permette allo studente di avvicinarsi concretamente al mondo del lavoro.

Formazione periodica e aggiornamento

In ultimo, la formazione periodica, al netto di quanto detto, dovrebbe essere in grado di tradursi in strumento pratico e utile, comprendendo per esempio il corso sul tachigrafo e quello sulla sicurezza sui luoghi di lavoro, oggi affidati ad altri enti. Se poi si potessero frazionare le 35 ore – oggi spesso consumate a guardare video su YouTube (o, per i più diligenti, a ripetere nozioni obsolete) – in corsi annuali più brevi, la formazione avrebbe l’effettiva utilità di aggiornamento periodico, visto che le normative cambiano continuamente.

Il nodo delle autoscuole

Da ultimo c’è da chiedersi se abbia ancora senso affidare questo tipo di formazione alle autoscuole o se, dopo il conseguimento della patente CE, non fosse auspicabile affidare l’insegnamento mirato ai conducenti professionali a professionisti diversi dall’insegnante/istruttore. Oggi quei formatori esistono, ma operano solo se ingaggiati da qualche azienda lungimirante. Ed è un peccato che tali competenze siano accessibili solo a pochi. Forse nulla si realizzerà, perché significherebbe rendere questo mestiere più esclusivo (e quindi aumentare il gap di professionisti), ma sicuramente questo tipo di professionalità potrebbe migliorare il settore e renderlo più professionale… anche agli occhi esterni.

Questo articolo fa parte del numero di novembre/dicembre 2025 di Uomini e Trasporti: un numero che contiene un’ampia inchiesta sul percorso che conduce alla CQC: cosa serve davvero per diventare autisti professionisti, le contraddizioni del sistema europeo, le strategie «oltre confine» e molto altro…

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