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Le voci di dentro di… Claudio Lambiase

Racconti interiori di chi vive la strada ogni giorno

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Cosa ti ha spinto a salire sul camion?

Da ragazzino mi affascinava tutto quello che girava intorno al camion. Partecipavo ai raduni per vedere i mezzi, tutti curati e accessoriati. Mi sembrava un mondo bello da vivere. È stato quello a colpirmi all’inizio, più che altro l’immaginario. In realtà non ho nessuno in famiglia che fa questo lavoro: è stata una scelta tutta mia. All’inizio è stata dura, ho dovuto fare tanta pratica e gavetta, ma piano piano ho imparato il mestiere e mi ci sono trovato dentro.

In famiglia come hanno reagito alla tua scelta?

Mia nonna era contraria, diceva che è un lavoro pesante… e in effetti non aveva tutti i torti. Mia madre invece mi ha sempre detto: «La scelta è tua», mentre mio padre l’ha presa più sul ridere: una volta mi disse: «Claudio, lo sai che gli autisti la mattina si alzano presto… e tu che ami dormire come fai?».

Qual è oggi il problema più grande del tuo lavoro?

Le attese al carico e allo scarico. È quello che ti rovina la giornata. Se tutto fosse più veloce, il lavoro sarebbe molto più gestibile. Invece ti ritrovi a stare fermo quattro, cinque ore senza poter fare niente, perdendo tempo, energie e anche motivazione.

Ci sono altri aspetti del lavoro che ti mettono in difficoltà?

Siamo molto sotto pressione. È giusto che ci siano regole, ma a volte sembra che siano tutte contro di noi. Noi veniamo controllati in continuazione, mentre altri sulla strada fanno quello che vogliono. E poi ci sono cose che sembrano piccole ma fanno la differenza. Penso ai semafori senza timer: quando sei carico devi andare piano, perché se devi frenare all’improvviso rischi di farti arrivare la merce in cabina. Basterebbe un segnale, come succede in altri Paesi dove il verde inizia a lampeggiare prima di diventare giallo, per capire cosa sta per succedere.

Se potessi cambiare qualcosa del settore, da dove partiresti?

Dalle strade. La manutenzione è fondamentale e spesso non è adeguata. Le buche, le condizioni dell’asfalto… alla lunga si fanno sentire sia sul mezzo che su chi guida. Una volta mi si è rotta anche una balestra per colpa della strada. E poi ne risente anche il comfort: la schiena, la fatica alla guida. Subito dopo metterei i pedaggi, che sono troppo alti. In altri Paesi funziona diversamente, con sistemi più semplici come le vignette. Qui invece paghi tanto e non sempre hai un servizio all’altezza.

Fuori dal lavoro, cosa ti aiuta a staccare?

Ho sempre avuto diversi interessi, anche se nel tempo ho dovuto ridimensionarli. Giocavo a Softair, uno sport di squadra basato sulla simulazione tattica di combattimenti militari, ma non riuscivo più a starci dietro. Oggi mi sono concentrato sulla palestra. È il mio modo per staccare e per prendermi cura di me.

Quanto è importante per te lo stile di vita?

Molto. Quando fai questo lavoro devi stare attento, perché gli orari sono sballati e passi tanto tempo fuori casa. Per questo cerco di muovermi, allenarmi nel weekend, stare attento a quello che mangio. Alla fine se non ti prendi cura di te stesso, nessuno lo fa al posto tuo.

Cosa ti fa andare avanti, oggi?

La passione iniziale, quella che avevo da ragazzo, col tempo si è un po’ spenta. All’inizio era tutto entusiasmo, poi ti scontri con la realtà del lavoro e cambia la prospettiva. Oggi vado avanti più per senso di responsabilità, per quello che ho costruito. La scintilla c’è stata, ma oggi è diversa da quella di prima.

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