HomeCentonumeriAutisti e dintorni1 su 4: è la quota di aziende di autotrasporto che rinuncia a nuovi lavori per carenza di autisti

1 su 4: è la quota di aziende di autotrasporto che rinuncia a nuovi lavori per carenza di autisti

L'indagine del Comitato Centrale dell'Albo quantifica per la prima volta l'impatto economico della carenza di conducenti. Il 27% delle imprese intervistate ha dovuto rinunciare a nuovi contratti perché non avrebbe avuto autisti sufficienti per svolgere il servizio. Una frenata che blocca la crescita del settore e finisce per rallentare anche gli investimenti in nuovi camion

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Per anni la carenza di autisti è stata raccontata come il principale problema dell’autotrasporto italiano. Ma oggi emerge un elemento nuovo, forse ancora più preoccupante: non è soltanto una questione di personale, è un freno alla crescita economica delle imprese.

L’indagine promossa dal Comitato Centrale dell’Albo degli Autotrasportatori, i cui risultati sono stati anticipati dalla rivista TIR, offre infatti una misura concreta delle conseguenze della mancanza di conducenti. Se era prevedibile che quasi nove imprese su dieci dichiarassero di avere difficoltà nel reperire autisti, il dato che cambia la prospettiva è un altro.

Il 27% delle aziende partecipanti – 303 imprese – ha dichiarato di aver rinunciato a sottoscrivere nuovi contratti di trasporto perché non sarebbe stato in grado di garantire il servizio per assenza di conducenti.

Tradotto in termini economici significa una cosa molto semplice: il mercato offriva lavoro, ma le imprese hanno dovuto lasciarlo ai concorrenti o rinunciarvi del tutto perché non avevano persone da mettere al volante.

È un passaggio decisivo. Finora la carenza di autisti era percepita come un problema organizzativo. In realtà si traduce direttamente in mancato fatturato, minori margini e minori opportunità di sviluppo. E le conseguenze non riguardano soltanto le imprese di trasporto. Se un’azienda rinuncia a nuovi servizi, difficilmente programmerà l’acquisto di altri veicoli. In altre parole, la scarsità di conducenti finisce per frenare anche il mercato dei camion. Per quale motivo investire in una motrice o in un trattore stradale aggiuntivo se poi manca chi lo possa guidare?

La ricerca fotografa anche le strategie adottate dalle imprese per limitare il problema. La soluzione più diffusa è quella economica: il 39,9% delle aziende dichiara di aver cercato di attrarre conducenti offrendo incentivi retributivi o altri benefici. Ma i numeri dimostrano che la leva salariale, da sola, non basta. Tra le risposte compare infatti anche il ricorso all’esternalizzazione delle attività di trasporto. È un dato che merita una riflessione, perché racconta due strategie profondamente diverse.

Da una parte c’è chi investe sulla propria forza lavoro, aumentando la capacità di attrarre e trattenere conducenti. Dall’altra ci sono imprese che, non trovando autisti, affidano parte dei trasporti ad altri operatori. Una scelta che consente di mantenere il rapporto commerciale con il cliente e di preservare il fatturato, ma che inevitabilmente riduce il valore aggiunto prodotto direttamente dall’azienda. In altre parole, il mercato continua a esistere. È la capacità di eseguirlo che diventa il vero fattore limitante.

Ed è probabilmente questa la fotografia più efficace dell’autotrasporto italiano nel 2026: non un settore privo di domanda, ma un comparto costretto a viaggiare con il freno tirato perché i camion disponibili sono più numerosi degli autisti che potrebbero guidarli.


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