Il petrolio continua a correre e il conto arriva rapidamente alla pompa. Nella mattinata di lunedì 14 settembre Brent e Wti guadagnavano entrambi oltre il 3,5%, con il greggio scambiato a Londra sopra i 108 dollari al barile e quello americano oltre i 103 dollari. Una pressione che si aggiunge ai rincari già incorporati nei listini dei carburanti italiani e che potrebbe non avere ancora esaurito i propri effetti. Il prezzo medio della benzina self service sulla rete stradale italiana è arrivato a 2,107 euro al litro, 21 millesimi in più rispetto a venerdì, mentre il gasolio ha raggiunto 2,216 euro, con un aumento di altri 23 millesimi. E tutto questo avviene nonostante lo sconto di 17 centesimi sulle accise deciso dal Governo e in scadenza giovedì 17 settembre. Senza questa riduzione fiscale, il diesel raggiungerebbe oggi 2,384 euro al litro, un nuovo record storico. La situazione potrebbe ulteriormente peggiorare. Le conseguenze degli ultimi eventi in Medio Oriente, compresi i nuovi attacchi degli Houthi all’Arabia Saudita e gli sviluppi nell’area strategica di Bab el-Mandeb, devono infatti ancora trasferirsi completamente sui prezzi alla pompa.
In Spagna il diesel costa 43 centesimi in meno
Ma quanto costa il gasolio negli altri Paesi europei? A mettere a confronto i listini è Adusbef, sulla base dei dati ufficiali della Commissione europea. E le differenze sono considerevoli. In Spagna un litro di gasolio costa mediamente 1,785 euro, vale a dire 43,1 centesimi in meno rispetto ai 2,216 euro rilevati oggi in Italia. Per un pieno da 500 litri di un mezzo pesante, prendendo questi valori come riferimento, la differenza teorica supera i 215 euro. Ancora più evidente il confronto con Malta, dove però vige un sistema di prezzi amministrati: il diesel costa appena 1,210 euro al litro. All’estremo opposto della classifica c’è la Finlandia, dove il gasolio ha raggiunto 2,477 euro al litro. Seguono i Paesi Bassi con 2,442 euro e la Danimarca con 2,434 euro.
Dalla guerra il gasolio italiano è aumentato del 26%
Il confronto cambia parzialmente se, anziché guardare al prezzo assoluto, si considera l’aumento registrato dall’inizio della guerra in Iran. Rispetto alla settimana del 23 febbraio 2026, precedente allo scoppio del conflitto, il prezzo del gasolio in Italia è cresciuto del 26%, pari a circa 44 centesimi al litro. L’incremento italiano è inferiore alla media europea, che nello stesso periodo raggiunge il 30%, corrispondente a circa 55 centesimi al litro. Ma il risultato è fortemente condizionato dall’intervento sulle accise: secondo l’analisi di Adusbef, senza lo sconto fiscale l’aumento italiano sarebbe stato del 35,8%.
I rincari più violenti si sono verificati in Bulgaria, dove il diesel è aumentato di quasi il 48%, seguita dalla Repubblica Ceca con +43,7% e dalla Finlandia con +42,6%. Molto più contenuti gli aumenti in Irlanda (+12,5%), Romania e Svezia, entrambe intorno al +21%. Malta è l’unico Paese a mostrare prezzi invariati, proprio grazie al proprio regime amministrato.
Il peso delle tasse sul pieno italiano
Se l’aumento del diesel italiano dall’inizio della crisi risulta quindi inferiore alla media europea, rimane un problema strutturale: la componente fiscale. Nonostante il taglio temporaneo di 17 centesimi, secondo Adusbef gli italiani continuano a pagare su benzina e gasolio una tassazione superiore alla media dell’Unione europea. È anche per questo che il confronto con la Spagna assume particolare rilievo per il trasporto merci: a parità di mercato petrolifero internazionale, oggi il diesel spagnolo presenta un vantaggio di oltre 40 centesimi al litro rispetto a quello italiano.


