«Qui fuori ci sono 40 gradi e dentro l’abitacolo ne risulteranno almeno 50, forse anche 60». È partito da qui l’intervento dell’onorevole Dario Carotenuto alla Camera, durante la discussione sulla proposta che avrebbe consentito ai camionisti, in condizioni di caldo estremo, di mantenere acceso il motore durante una sosta prolungata per far funzionare l’aria condizionata.
La proposta è stata respinta: 107 voti favorevoli, 165 contrari e 2 astenuti.
Carotenuto, deputato del Movimento 5 Stelle, ha ricordato che la proposta viene presentata da quattro anni e che, secondo quanto riferito in Aula, anche questa volta la richiesta di una deroga temporanea non è stata accolta. La formulazione prevedeva un intervento circoscritto: solo per gli autotrasportatori, solo durante soste prolungate e solo in presenza di condizioni di caldo estremo.
Il problema nasce dall’incrocio fra due esigenze entrambe legittime. Da una parte c’è il Codice della strada, che vieta di lasciare il motore acceso durante la sosta, con una sanzione che può arrivare a 444 euro. Dall’altra c’è un autista che, proprio perché deve rispettare i tempi di riposo, può essere costretto a trascorrere molte ore fermo nella propria cabina. E quando fuori ci sono 40 gradi, la cabina di un camion parcheggiato al sole non è esattamente un ambiente neutro.
Il camionista deve riposare. Ma deve poterlo fare al fresco
Il punto sollevato in Aula merita di essere separato dalla polemica politica. Non si tratta di chiedere una licenza generale per lasciare il motore acceso. E nemmeno di mettere in discussione il principio del riposo. Al contrario: il riposo è parte della sicurezza stradale. La domanda è un’altra: che cosa deve fare un conducente quando il caldo rende la permanenza in cabina particolarmente gravosa e il veicolo non dispone di un sistema di climatizzazione autonomo?
Perché qui emerge un elemento spesso dimenticato nel dibattito: non tutti i camion dispongono del condizionatore da fermo. Una parte importante delle flotte più recenti è equipaggiata con sistemi di climatizzazione autonomi, alimentati dalla batteria o da altre soluzioni che consentono di mantenere una temperatura accettabile senza lasciare acceso il motore. Ma il parco circolante italiano ha un’età media tutt’altro che trascurabile e non è difficile incontrare ancora veicoli nei quali questa dotazione non esiste. Per il conducente di un mezzo del genere, quindi, il problema non si risolve semplicemente dicendo: «usa il condizionatore da fermo».Prima Bisogna averlo.
E se invece dello stop pensassimo all’installazione?
Ed è qui che la questione potrebbe diventare persino più interessante della proposta parlamentare. Se davvero consideriamo il caldo estremo una condizione capace di incidere sul benessere e sulla sicurezza degli autisti, perché limitarsi a discutere se consentire o meno di tenere acceso il motore? Si potrebbe ragionare su una misura strutturale: incentivare l’installazione dei sistemi di climatizzazione da fermo sui veicoli che ne sono sprovvisti.
Per un’impresa di autotrasporto l’investimento avrebbe una logica industriale. Un sistema autonomo elimina la necessità di tenere acceso il motore durante le soste, riduce consumi e usura legati al funzionamento al minimo e, soprattutto, offre al conducente condizioni di riposo migliori.
Per lo Stato potrebbe diventare una misura di sostegno molto più intelligente di una deroga emergenziale. Un contributo all’acquisto e all’installazione del climatizzatore da fermo, magari destinato prioritariamente ai veicoli più anziani e alle imprese che non dispongono già della tecnologia, avrebbe infatti un costo una tantum e un risultato permanente. Non servirebbe ogni estate.
Il problema è anche quanto dura il caldo
C’è poi un’altra questione che merita di essere considerata. Una misura pensata per affrontare «un weekend di caldo» può avere senso quando l’emergenza dura davvero un fine settimana. Ma le estati degli ultimi anni hanno mostrato che le ondate di calore possono protrarsi per giorni e ripetersi più volte.
Il problema, quindi, non è soltanto come gestire l’emergenza di oggi. È come preparare il parco veicolare alle condizioni climatiche che troveremo sempre più spesso. E qui torna la differenza fra una deroga e una politica industriale. La prima permette di superare una situazione eccezionale. La seconda prova a fare in modo che quella situazione non debba più essere affrontata nello stesso modo.
Il punto non è il motore acceso
La discussione rischia altrimenti di diventare una questione quasi paradossale: «Posso accendere il motore per non soffocare dal caldo?». Ma il vero tema è un altro. Un conducente che sta rispettando il proprio riposo deve poter disporre di condizioni ambientali adeguate per riposare. E se l’obiettivo è evitare che il camionista tenga acceso il motore durante la sosta, la risposta tecnologica esiste già. Forse sarebbe più utile chiedersi perché quella tecnologia non sia ancora presente su tutti i veicoli che ne avrebbero bisogno.
La proposta respinta alla Camera lascia dunque aperta una domanda che riguarda molto più della votazione di oggi: quanto vale, per un’impresa e per il sistema dei trasporti, il riposo di chi guida un camion?
Perché se la risposta è che vale molto, allora forse quei 444 euro non dovrebbero essere il punto di arrivo della discussione. Dovrebbero essere il punto da cui partire. Certo. Lo farei molto pratico, quasi da servizio, evitando di trasformarlo in una scheda tecnica troppo lunga.
Condizionatore da fermo: la soluzione esiste già
Il problema sollevato in Parlamento non nasce dall’assenza di una soluzione tecnologica. I climatizzatori da fermo sono già disponibili e possono mantenere una temperatura accettabile in cabina durante le soste senza lasciare il motore acceso.
Si tratta di sistemi autonomi che utilizzano principalmente l’energia delle batterie del veicolo e possono essere installati anche successivamente sul camion. A seconda della tecnologia e delle condizioni di utilizzo, possono funzionare per diverse ore, consentendo al conducente di riposare senza ricorrere al minimo del motore.
Il vantaggio non è soltanto quello di evitare la sanzione prevista per il motore acceso durante la sosta. Un sistema autonomo significa anche meno carburante consumato al minimo, meno rumore nelle aree di parcheggio e minori emissioni.
Il problema è che questa dotazione non è presente su tutto il parco circolante. Soprattutto sui veicoli più anziani può quindi mancare proprio lo strumento che permetterebbe di risolvere il problema senza modificare le regole sulla sosta.
Da qui una possibile alternativa alla deroga: incentivare l’installazione dei climatizzatori da fermo sui camion che ne sono sprovvisti. Per un’impresa sarebbe un investimento sulla qualità del lavoro e sul funzionamento del veicolo; per lo Stato potrebbe essere una misura di sostegno mirata, con un effetto che durerebbe ben oltre la singola ondata di calore.
Le tre strade possibili
1. Deroga emergenziale
Consentire, in condizioni di caldo estremo e durante le soste prolungate, l’utilizzo del climatizzatore attraverso il motore.
2. Incentivo all’installazione
Contributo pubblico per dotare i veicoli più anziani di sistemi di climatizzazione autonoma.
3. Rinnovo del parco
Inserire il climatizzatore da fermo tra le dotazioni da incentivare nell’acquisto di veicoli nuovi o nella sostituzione dei mezzi più vecchi.
La prima risolve l’emergenza. Le altre due provano a eliminare il problema.


