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Dalla strada alla Dakar: Gianluca Capelli torna nel deserto con il camion nel sangue

Autotrasportatore, figlio di camionista, alla prima esperienza nei rally raid nel 2026: Gianluca Capelli è arrivato alla Dakar quasi per caso, come secondo pilota e meccanico di bordo. Ha trovato guasti da riparare nel deserto, notti brevi e centinaia di chilometri da affrontare. Ma soprattutto ha ritrovato qualcosa che sulla strada di oggi sembra quasi scomparso: il piacere di essere parte di una comunità, dove il camion si aggiusta insieme e l'avversario, quando è in difficoltà, diventa prima di tutto un compagno di strada

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La Dakar, vista da fuori, è tecnologia, velocità, organizzazione. È una delle competizioni più dure del mondo, con mezzi preparati all’estremo, assistenza specializzata e cronometri che misurano ogni secondo. Poi arriva il deserto. Scompare l’asfalto, spariscono le officine lungo la strada, la rete telefonica diventa un ricordo e il camion torna a essere, prima di tutto, un camion. Se si rompe qualcosa, bisogna capire che cosa è successo. E poi trovare il modo di ripartire.
È esattamente qui che Gianluca Capelli, autotrasportatore, figlio di camionista e uomo di strada, ha trovato il senso della sua prima Dakar. Non ci era arrivato attraverso una lunga carriera nel motorsport. Ci è arrivato quasi per caso, tramite un collega che aveva noleggiato un camion con GeaLife Motorsport, team torinese specializzato nei rally raid con alcuni camion storici della disciplina, e cercava un secondo pilota e un meccanico di bordo.
Lo ha proposto a Capelli, che ci ha pensato soltanto un attimo e poi è partito. «Io sono arrivato direttamente alla Dakar. Ho saltato tutti i livelli».
Una frase che sembra quasi una battuta, ma racconta bene la singolarità della sua esperienza. Perché Capelli non arrivava da un altro mondo. Arrivava dal camion.

Nel trasporto moderno il camion è diventato un sistema complesso. Centraline, elettronica, diagnostica, assistenza remota. Quando qualcosa non funziona, spesso la prima cosa da fare è collegarsi a uno strumento diagnostico. Nel deserto può essere diverso. «Quando si rompe una balestra nel deserto, non c’è un’officina a pochi chilometri né un ricambio pronto. Ci sono il camion, il problema e la necessità di trovare una soluzione». E la soluzione, racconta Capelli, può essere anche molto poco digitale.
A un certo punto una balestra si rompe. Alcuni pezzi vengono recuperati sul posto, persino da una recinzione. Si tagliano, si adattano, si montano. E si riparte.
È un’immagine quasi antica del mestiere. Il camionista che conosce il proprio mezzo, ne riconosce i rumori, capisce dove mettere le mani e, soprattutto, non considera il guasto come la fine del viaggio ma come un problema da risolvere.
È forse questo il dettaglio più interessante della Dakar raccontata da un autotrasportatore: quando viene meno tutto ciò che normalmente sta intorno al camion, torna centrale la persona che sa stare con il camion.

Il risultato è arrivare in fondo
L’equipaggio chiude la Dakar 2026 al 79° posto su 94. Ma raccontare l’avventura attraverso la classifica significherebbe probabilmente perdere la parte più importante. Perché dopo quindici giorni nel deserto il numero che rimane a Capelli non è quello scritto sulla graduatoria. Sono le ore.
«Tu fai quindici giorni che magari arrivi la sera alle 23 e alle 3 devi ripartire perché hai avuto dei problemi. È lì che cede». Il fisico, prima ancora del cronometro.

Tra trasferimenti e prove speciali ci sono centinaia di chilometri, poi il bivacco, il controllo del mezzo, i problemi da sistemare e la preparazione della giornata successiva. Il sonno si accorcia, la fatica si accumula e il deserto diventa una specie di mondo parallelo.
«Vivi come in una bolla», racconta Capelli. Una bolla nella quale le cose essenziali diventano improvvisamente molto semplici: mangiare, dormire, riparare il camion, aiutare qualcuno, ripartire.

Ed è proprio al bivacco che Capelli trova la sorpresa più grande. Non sono le dune. Non sono i paesaggi. Sono le persone. «La cosa meravigliosa che mi ha affascinato – dice – è che non ho mai sentito qualcuno che alzasse la voce o andasse sopra le righe». È una frase che racconta una Dakar diversa da quella che normalmente vediamo. Perché in gara si compete. Ma quando qualcuno è fermo, quando un camion ha un problema o un equipaggio è in difficoltà, la competizione sembra perdere per qualche minuto la propria importanza. Ci si ferma. Si guarda. Si dà una mano. E forse è proprio qui che la Dakar assomiglia più di quanto sembri al vecchio mondo dell’autotrasporto.
Perché sulla strada di una volta l’altro camionista non era soltanto un collega e nemmeno un concorrente. Era quello che poteva avere il ricambio che mancava, sapere dove trovare un’officina, conoscere una strada alternativa o semplicemente fermarsi quando vedeva qualcuno in difficoltà.
La strada era un’infrastruttura, ma era anche una comunità. Nel deserto questa dimensione riemerge quasi naturalmente.

La contraddizione è soltanto apparente. La Dakar è una macchina organizzativa sofisticata, con squadre tecniche, mezzi di assistenza, logistica e comunicazione. GeaLife Motorsport, per esempio, nel progetto 2027 prevede quattro camion da gara, quattro equipaggi, quattro meccanici di service, un coordinatore tecnico, una struttura logistica e un’officina mobile 6×6. Eppure, quando il camion si ferma nel deserto, tutta questa complessità torna a una domanda molto semplice: come lo rimettiamo in moto?
È in quel momento che la tecnologia incontra l’esperienza. E che il professionista incontra gli altri professionisti. Capelli racconta proprio questo. Una competizione nella quale la classifica esiste, naturalmente, ma non sembra essere l’unica misura del successo. Forse nemmeno la principale. Perché arrivare alla fine significa avere resistito insieme. Avere superato la notte precedente. Avere rimesso a posto quel pezzo che si era rotto. Avere aiutato qualcuno e magari essere stati aiutati il giorno prima. È una logica che agli autotrasportatori dovrebbe risultare familiare.

Capelli non è un appassionato di motorsport che ha scoperto per caso il camion. È il contrario. È un autotrasportatore che ha portato nella Dakar quello che ha imparato sulla strada. È figlio di camionista e ha lavorato anche nella formazione alla guida, occupandosi di sicurezza ed economia dei consumi.
Alla Dakar cambiano il terreno, la velocità e il modo di guidare. Il camion viene portato molto più vicino al proprio limite. Ma alcune competenze restano. Ascoltare il mezzo. Capire quando qualcosa non va. Conoscere le reazioni del camion. Sapere che un problema piccolo può diventare enorme se non viene affrontato subito. E, quando serve, sporcarsi le mani. È quasi un ritorno all’origine.
Oggi il camion è sempre più connesso, diagnosticato, monitorato. Alla Dakar la tecnologia non scompare, ma accanto alla tecnologia torna a essere indispensabile una competenza più elementare: sapere cosa fare quando la tecnologia non basta.

La prima Dakar avrebbe potuto essere una parentesi. Non lo sarà. Dal 1° al 15 gennaio 2027 Capelli tornerà in Arabia Saudita con GeaLife Motorsport, ancora come secondo pilota e meccanico di bordo, all’interno di una struttura che punta a schierare quattro camion. E qui c’è forse la risposta alla domanda più semplice: perché tornarci? Perché la prima volta Capelli era partito pensando di partecipare a una gara. Poi, strada facendo, qualcosa è cambiato. «Quando sono arrivato al quinto giorno ho detto: sinceramente non pensavo di…». La frase resta sospesa. Ma forse non serve finirla. Perché se uno dopo aver attraversato il deserto decide di tornarci, probabilmente ha già trovato la risposta.

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