La Dakar, vista da fuori, è tecnologia, velocità, organizzazione. È una delle competizioni più dure del mondo, con mezzi preparati all’estremo, assistenza specializzata e cronometri che misurano ogni secondo. Poi arriva il deserto. Scompare l’asfalto, spariscono le officine lungo la strada, la rete telefonica diventa un ricordo e il camion torna a essere, prima di tutto, un camion. Se si rompe qualcosa, bisogna capire che cosa è successo. E poi trovare il modo di ripartire.
È esattamente qui che Gianluca Capelli, autotrasportatore, figlio di camionista e uomo di strada, ha trovato il senso della sua prima Dakar. Non ci era arrivato attraverso una lunga carriera nel motorsport. Ci è arrivato quasi per caso, tramite un collega che aveva noleggiato un camion con GeaLife Motorsport, team torinese specializzato nei rally raid con alcuni camion storici della disciplina, e cercava un secondo pilota e un meccanico di bordo.
Lo ha proposto a Capelli, che ci ha pensato soltanto un attimo e poi è partito. «Io sono arrivato direttamente alla Dakar. Ho saltato tutti i livelli».
Una frase che sembra quasi una battuta, ma racconta bene la singolarità della sua esperienza. Perché Capelli non arrivava da un altro mondo. Arrivava dal camion.
Quando il camionista torna meccanico
Nel trasporto moderno il camion è diventato un sistema complesso. Centraline, elettronica, diagnostica, assistenza remota. Quando qualcosa non funziona, spesso la prima cosa da fare è collegarsi a uno strumento diagnostico. Nel deserto può essere diverso. «Quando si rompe una balestra nel deserto, non c’è un’officina a pochi chilometri né un ricambio pronto. Ci sono il camion, il problema e la necessità di trovare una soluzione». E la soluzione, racconta Capelli, può essere anche molto poco digitale.
A un certo punto una balestra si rompe. Alcuni pezzi vengono recuperati sul posto, persino da una recinzione. Si tagliano, si adattano, si montano. E si riparte.
È un’immagine quasi antica del mestiere. Il camionista che conosce il proprio mezzo, ne riconosce i rumori, capisce dove mettere le mani e, soprattutto, non considera il guasto come la fine del viaggio ma come un problema da risolvere.
È forse questo il dettaglio più interessante della Dakar raccontata da un autotrasportatore: quando viene meno tutto ciò che normalmente sta intorno al camion, torna centrale la persona che sa stare con il camion.
Il risultato è arrivare in fondo
L’equipaggio chiude la Dakar 2026 al 79° posto su 94. Ma raccontare l’avventura attraverso la classifica significherebbe probabilmente perdere la parte più importante. Perché dopo quindici giorni nel deserto il numero che rimane a Capelli non è quello scritto sulla graduatoria. Sono le ore.
«Tu fai quindici giorni che magari arrivi la sera alle 23 e alle 3 devi ripartire perché hai avuto dei problemi. È lì che cede». Il fisico, prima ancora del cronometro.
Tra trasferimenti e prove speciali ci sono centinaia di chilometri, poi il bivacco, il controllo del mezzo, i problemi da sistemare e la preparazione della giornata successiva. Il sonno si accorcia, la fatica si accumula e il deserto diventa una specie di mondo parallelo.
«Vivi come in una bolla», racconta Capelli. Una bolla nella quale le cose essenziali diventano improvvisamente molto semplici: mangiare, dormire, riparare il camion, aiutare qualcuno, ripartire.
Il cronometro si ferma al bivacco

Ed è proprio al bivacco che Capelli trova la sorpresa più grande. Non sono le dune. Non sono i paesaggi. Sono le persone. «La cosa meravigliosa che mi ha affascinato – dice – è che non ho mai sentito qualcuno che alzasse la voce o andasse sopra le righe». È una frase che racconta una Dakar diversa da quella che normalmente vediamo. Perché in gara si compete. Ma quando qualcuno è fermo, quando un camion ha un problema o un equipaggio è in difficoltà, la competizione sembra perdere per qualche minuto la propria importanza. Ci si ferma. Si guarda. Si dà una mano. E forse è proprio qui che la Dakar assomiglia più di quanto sembri al vecchio mondo dell’autotrasporto.
Perché sulla strada di una volta l’altro camionista non era soltanto un collega e nemmeno un concorrente. Era quello che poteva avere il ricambio che mancava, sapere dove trovare un’officina, conoscere una strada alternativa o semplicemente fermarsi quando vedeva qualcuno in difficoltà.
La strada era un’infrastruttura, ma era anche una comunità. Nel deserto questa dimensione riemerge quasi naturalmente.


Una comunità, prima ancora di una gara
La contraddizione è soltanto apparente. La Dakar è una macchina organizzativa sofisticata, con squadre tecniche, mezzi di assistenza, logistica e comunicazione. GeaLife Motorsport, per esempio, nel progetto 2027 prevede quattro camion da gara, quattro equipaggi, quattro meccanici di service, un coordinatore tecnico, una struttura logistica e un’officina mobile 6×6. Eppure, quando il camion si ferma nel deserto, tutta questa complessità torna a una domanda molto semplice: come lo rimettiamo in moto?
È in quel momento che la tecnologia incontra l’esperienza. E che il professionista incontra gli altri professionisti. Capelli racconta proprio questo. Una competizione nella quale la classifica esiste, naturalmente, ma non sembra essere l’unica misura del successo. Forse nemmeno la principale. Perché arrivare alla fine significa avere resistito insieme. Avere superato la notte precedente. Avere rimesso a posto quel pezzo che si era rotto. Avere aiutato qualcuno e magari essere stati aiutati il giorno prima. È una logica che agli autotrasportatori dovrebbe risultare familiare.
La strada, soltanto molto più lontana


Capelli non è un appassionato di motorsport che ha scoperto per caso il camion. È il contrario. È un autotrasportatore che ha portato nella Dakar quello che ha imparato sulla strada. È figlio di camionista e ha lavorato anche nella formazione alla guida, occupandosi di sicurezza ed economia dei consumi.
Alla Dakar cambiano il terreno, la velocità e il modo di guidare. Il camion viene portato molto più vicino al proprio limite. Ma alcune competenze restano. Ascoltare il mezzo. Capire quando qualcosa non va. Conoscere le reazioni del camion. Sapere che un problema piccolo può diventare enorme se non viene affrontato subito. E, quando serve, sporcarsi le mani. È quasi un ritorno all’origine.
Oggi il camion è sempre più connesso, diagnosticato, monitorato. Alla Dakar la tecnologia non scompare, ma accanto alla tecnologia torna a essere indispensabile una competenza più elementare: sapere cosa fare quando la tecnologia non basta.
E infatti nel 2027 ci torna
La prima Dakar avrebbe potuto essere una parentesi. Non lo sarà. Dal 1° al 15 gennaio 2027 Capelli tornerà in Arabia Saudita con GeaLife Motorsport, ancora come secondo pilota e meccanico di bordo, all’interno di una struttura che punta a schierare quattro camion. E qui c’è forse la risposta alla domanda più semplice: perché tornarci? Perché la prima volta Capelli era partito pensando di partecipare a una gara. Poi, strada facendo, qualcosa è cambiato. «Quando sono arrivato al quinto giorno ho detto: sinceramente non pensavo di…». La frase resta sospesa. Ma forse non serve finirla. Perché se uno dopo aver attraversato il deserto decide di tornarci, probabilmente ha già trovato la risposta.

GEALIFE MOTORSPORT: QUATTRO CAMION, UNA FILOSOFIA
GeaLife Motorsport nasce per riportare in gara alcuni dei veicoli più iconici della storia dei rally raid.
Il team torinese, che vede come pilota Pierangelo Pellegrino e come navigatore Simone Casadei,
combina struttura tecnica, logistica e comunicazione con un approccio che guarda anche alla conservazione di una certa cultura del camion.
Per la Dakar 2027 la configurazione prevista comprende quattro veicoli da gara
e una struttura di assistenza composta da officina mobile 6×6, veicolo logistico e auto stampa 4×4.
I CAMION IN GARA
- Iveco Magirus ANW 150.16 4×4 — motore Deutz Turbo 6 cilindri, 6.000 cc; tre posti, rollbar e sedili racing; pneumatici 14.00 R20 off road.
- Iveco 190.30 4×4 — motore FPT Cursor 10, sei cilindri in linea, 10.308 cc, turbo VGT, quattro valvole; tre posti e pneumatici 14.00 R20.
- Iveco Turbodaily 4×4 — motore Iveco 2.800 cc; cabina semidoppia rinforzata, tre posti; pneumatici 255/100 R16.
- Fiat Iveco ACM80 4×4 — motore Fiat Iveco 8060.2, sei cilindri, 5.861 cc; cabina rinforzata a due posti; pneumatici 395/85 R20.
LA DAKAR OLTRE LA CLASSIFICA
Nel progetto GeaLife la competizione è soltanto una parte dell’esperienza. Nel 2026 il team ha portato nel bivacco anche tredici persone attraverso il programma GeaLife Experience, permettendo a familiari, sponsor e appassionati di vivere da vicino il lavoro degli equipaggi e dei meccanici.
C’è poi il rapporto con Bambini nel Deserto ETS, organizzazione umanitaria italiana attiva in oltre venti Paesi, che attraverso la partnership con GeaLife utilizza la visibilità della Dakar per sostenere e promuovere progetti in Africa.
E c’è la scelta del carburante: dal 2024 i camion del team vengono alimentati con biodiesel FAME. Una sperimentazione che, nelle intenzioni di GeaLife, dimostra come anche una competizione costruita intorno a camion storici possa diventare un laboratorio per soluzioni diverse.
In altre parole, il progetto non racconta soltanto quattro camion che corrono nel deserto. Racconta una comunità che prova a tenere insieme memoria, competizione, persone e futuro.


