HomeProfessioneFinanza e mercatoQuanto costa il caldo al camion? L’Europa brucia 180 miliardi

Quanto costa il caldo al camion? L’Europa brucia 180 miliardi

La stima di Triodos parla di una perdita dell’1% del Pil europeo nel 2026. Ma per l’autotrasporto il conto passa anche da produttività degli autisti, sicurezza, refrigerazione, infrastrutture e interruzioni delle catene logistiche. E il problema non è più soltanto meteorologico: è diventato economico

-

Il caldo, fino a qualche anno fa, era soprattutto una voce nella colonna delle condizioni operative. Si accendeva il climatizzatore, si beveva un po’ più d’acqua, si controllavano pneumatici e refrigerazione e si continuava a viaggiare. Nell’estate 2026 il ragionamento sta cambiando. Perché il caldo non sta più soltanto rendendo più difficile lavorare: sta cominciando a presentare un conto all’intera economia europea.

Secondo una nuova analisi di Triodos Bank, le temperature estreme e la siccità potrebbero ridurre nel 2026 il Pil dell’Unione europea di circa l’1%, pari a 180 miliardi di euro. Una cifra enorme, equivalente quasi all’intera crescita che l’Europa si aspettava di ottenere quest’anno.

Attenzione, però: non sono 180 miliardi di danni al trasporto. È la perdita economica complessiva stimata per l’Unione. Ma dentro quel conto c’è anche il trasporto, insieme a produttività del lavoro, agricoltura, energia, interruzioni delle catene di approvvigionamento e aumento dei costi logistici. 

Ed è proprio qui che la storia diventa interessante per chi guida un camion.

Il primo costo è l’uomo

Uno studio pubblicato nel 2026 ha analizzato proprio il rapporto tra temperatura e lavoro degli autisti professionali. Il risultato è tutt’altro che sorprendente, ma diventa importante quando viene misurato: le temperature estreme riducono l’offerta di lavoro e aumentano la probabilità di comportamenti di guida rischiosi.

Il caldo interferisce inoltre con il riposo fuori servizio e aumenta la fatica durante il lavoro. Gli autisti tendono a modificare gli orari di attività, spostando il lavoro verso le giornate o le fasce meno calde. 

Per il trasporto merci questo significa una cosa molto concreta: il caldo può ridurre la capacità produttiva del camionista proprio quando la domanda di trasporto non diminuisce affatto.

Una consegna non diventa meno urgente perché fuori ci sono 38 gradi. E una finestra di carico non si sposta automaticamente perché l’autista ha dormito male in una cabina arroventata.

Il camion consuma anche quando è fermo

Poi c’è il conto più immediato. Con temperature elevate aumentano le esigenze di climatizzazione della cabina. Ma il problema diventa molto più pesante quando il veicolo trasporta prodotti a temperatura controllata.

La catena del freddo deve continuare a funzionare indipendentemente dalle condizioni esterne. Più caldo significa quindi maggiore pressione sui sistemi di refrigerazione, maggiore attenzione alle temperature e maggiore esposizione al rischio durante soste, carico e scarico.

Non è possibile attribuire automaticamente ogni aumento dei costi del trasporto refrigerato al caldo, ma il contesto economico è significativo: in Francia l’indice CNR del trasporto stradale a temperatura controllata a lunga distanza ha raggiunto a giugno 2026 quota 181,82, con un aumento del 7,81% rispetto a dicembre 2025.

Il caldo, insomma, non è una voce di costo isolata. È un moltiplicatore di costi già esistenti.

E poi ci sono le strade

Anche l’infrastruttura paga il conto delle temperature estreme. Uno studio della Commissione europea aveva stimato, in uno scenario di riscaldamento molto elevato, un incremento dei costi di esercizio e manutenzione delle infrastrutture stradali e ferroviarie europee e britanniche di miliardi di euro all’anno.

Non è una previsione riferita all’estate 2026 e non va quindi utilizzata per dire che oggi il trasporto sta pagando quella cifra. È però la fotografia di un problema destinato a diventare strutturale: più eventi estremi significano più manutenzione, più usura e più vulnerabilità delle infrastrutture. E quando un’infrastruttura si ferma, il costo finisce inevitabilmente sulla logistica.

Il caso più evidente è quello dei fiumi

L’estate 2026 sta offrendo proprio in questi giorni un esempio quasi da manuale. Il Reno ha raggiunto livelli eccezionalmente bassi e le navi sono costrette a viaggiare con carichi ridotti. Una parte delle merci sta quindi passando dalla via d’acqua alla ferrovia e soprattutto alla strada.

La conseguenza è paradossale: il cambiamento climatico che rende più difficile la navigazione finisce per aumentare la domanda di camion.

Ma il camion aggiuntivo non arriva gratis. Servono mezzi, autisti, carburante, slot nei terminal e capacità disponibile. E quando una parte significativa delle merci viene improvvisamente spostata da un modo di trasporto all’altro, aumentano anche i costi.

Nel caso del Reno, alcune industrie tedesche stanno già trasferendo parte dei traffici verso strada e ferrovia. Reuters ha raccolto casi in cui una singola chiatta può richiedere, per essere sostituita, fino a 150 camion.  Questa è forse la fotografia più efficace del nuovo rapporto tra clima e autotrasporto.

Il caldo non colpisce soltanto il camion

La siccità sta contemporaneamente mettendo sotto pressione altri pezzi della catena logistica. Il Centro comune di ricerca della Commissione europea segnala che nel mese di agosto Loira, Po, Reno e Danubio hanno raggiunto livelli estremamente bassi. Il fenomeno sta già creando problemi alla navigazione, all’agricoltura e alla produzione energetica. E mentre i fiumi si abbassano, l’agricoltura perde produzione.

In Francia, per esempio, la siccità e il caldo stanno mettendo seriamente in discussione il raccolto di mais 2026: il ministero dell’Agricoltura prevede una riduzione del 35%, mentre alcune stime private ipotizzano un raccolto addirittura inferiore ai 7 milioni di tonnellate.

Meno raccolto significa meno merci da trasportare in alcuni segmenti, ma anche prezzi più alti, flussi più imprevedibili e maggiore necessità di spostare prodotti e materie prime da altre aree. La logistica non vive soltanto del numero di tonnellate. Vive della prevedibilità dei flussi. Ed è proprio la prevedibilità che il clima estremo sta mettendo in discussione.

Il nuovo costo nascosto

Per anni abbiamo ragionato sul costo del trasporto attraverso le sue voci classiche: gasolio, pneumatici, manutenzione, personale, assicurazioni, pedaggi. Adesso se ne sta aggiungendo una meno facile da mettere in tabella: la variabilità climatica. Quanto costa un’ora persa perché il conducente deve fermarsi? Quanto costa una consegna spostata nelle ore notturne? Quanto costa mantenere una catena del freddo sotto controllo quando fuori ci sono temperature eccezionali? Quanto costa sostituire una chiatta con decine o centinaia di camion? Quanto costa avere un autista meno riposato e quindi più esposto alla fatica?

Sono costi che spesso non compaiono in una singola fattura. Ma alla fine qualcuno li paga.

E il conto è appena cominciato

La stima dei 180 miliardi va quindi letta nel modo giusto. Non significa che il trasporto europeo abbia già perso quella cifra. Significa che il caldo e la siccità stanno diventando abbastanza importanti da poter cancellare, secondo Triodos, circa un punto di Pil europeo nel solo 2026.

Per l’autotrasporto la lezione è ancora più concreta. Il camion è spesso chiamato a compensare i problemi degli altri modi di trasporto: quando una nave non parte, quando un treno non basta, quando un fiume diventa impraticabile, la strada deve assorbire il traffico.

Ma se gli eventi estremi diventano più frequenti, anche la strada deve fare i conti con temperature, infrastrutture, disponibilità degli autisti e costi energetici sempre più difficili da prevedere. E allora il caldo smette di essere semplicemente una condizione meteorologica. Diventa un costo logistico. E forse è arrivato il momento di cominciare a metterlo a bilancio.

-