Il prezzo del gasolio continua a correre e ormai si avvicina ai 2,20 euro al litro. Sulla rete ordinaria il diesel self ha raggiunto una media di 2,107 euro, mentre in autostrada supera già i 2,18 euro. In alcune regioni si va anche oltre: a Bolzano il prezzo medio è arrivato a 2,144 euro, in Sicilia a 2,142 e in Friuli-Venezia Giulia a 2,133 euro.
Ma se l’impennata delle quotazioni è sotto gli occhi di tutti, c’è un aspetto molto meno evidente che pesa forse ancora di più sui bilanci delle imprese di autotrasporto: il sistema fiscale che grava sul carburante. Per capire davvero quanto costa un litro di gasolio oggi non basta infatti guardare il prezzo esposto sul distributore. Occorre districarsi tra accise modificate più volte, Iva che cresce automaticamente con il prezzo e un meccanismo di rimborso del gasolio commerciale diventato sempre più complicato.
Il paradosso fiscale
Il paradosso è evidente. Quando aumenta il costo della materia prima, crescono anche i costi di raffinazione e distribuzione. Ma aumenta contemporaneamente anche il gettito dello Stato. L’Iva, infatti, essendo calcolata in percentuale sul prezzo finale, produce automaticamente maggiori entrate ogni volta che il carburante rincara.
È un effetto spesso trascurato, ma estremamente concreto. Con il gasolio a 2,107 euro al litro, il peso fiscale complessivo raggiunge ormai circa il 52,4% del prezzo finale: il 34,4% è rappresentato dall’accisa, mentre un ulteriore 18% deriva dall’Iva. Significa che più di un euro su ogni litro acquistato finisce direttamente nelle casse dello Stato.
LA COMPOSIZIONE FISCALE DEL GASOLIO

Il confronto europeo
Si tratta della pressione fiscale più elevata tra le principali economie europee. In Francia il peso complessivo delle imposte sul diesel si ferma al 47,9%, in Germania al 40,4% e in Spagna addirittura al 32,1%.
Per le imprese dell’autotrasporto professionale, però, il problema non si limita all’elevata tassazione. A complicare ulteriormente il quadro è il meccanismo del rimborso delle accise.
Il rompicapo del rimborso trimestrale
Il credito riconosciuto alle aziende che impiegano veicoli da almeno 7,5 tonnellate Euro 5 o superiori viene calcolato sulla differenza tra l’accisa ordinaria e quella agevolata prevista per il gasolio commerciale. Finché l’accisa rimane stabile il sistema è relativamente semplice. Ma quando il Governo interviene più volte nello stesso trimestre, il calcolo diventa un vero rompicapo.
Ed è esattamente ciò che è accaduto nel secondo trimestre del 2026. Nel giro di poche settimane si sono succedute tre aliquote differenti, generando tre diversi rimborsi: 69,68 euro ogni mille litri per i consumi effettuati dal 1° aprile al 22 maggio, 169,68 euro dal 23 maggio al 6 giugno e 219,68 euro dal 7 al 30 giugno.
Questo significa che il credito d’imposta non può più essere determinato con un semplice conteggio dei litri consumati. Bisogna ricostruire con precisione le date di ogni singolo rifornimento, attribuire i consumi ai diversi periodi e applicare l’aliquota corretta. Un’operazione che aumenta la complessità amministrativa proprio mentre le imprese sono impegnate a fronteggiare costi record.
Il conto che non torna
La conseguenza è paradossale. Le aziende pagano il gasolio molto più caro rispetto a pochi mesi fa, ma vedono ridursi il credito fiscale disponibile. Secondo una simulazione elaborata da CNA Fita, un mezzo che nel trimestre abbia consumato circa 9.000 litri passa da un beneficio superiore ai 2.000 euro a circa 1.130 euro, con una perdita di liquidità che arriva proprio nel periodo in cui occorre far fronte ai principali versamenti fiscali.
In altre parole, mentre il mercato energetico continua a essere scosso dalle tensioni internazionali e dalle difficoltà dei traffici nello Stretto di Hormuz, il peso della fiscalità finisce per amplificare gli effetti dell’aumento del prezzo del gasolio. Ed è forse proprio questo il nodo più delicato. Si continua a discutere del prezzo del petrolio, ma sempre meno si parla della struttura fiscale che determina oltre la metà del costo finale del carburante. Eppure è lì che si concentra una parte decisiva del conto pagato ogni giorno dall’autotrasporto italiano


