Per ora i camion restano accesi e le frontiere aperte. Ma il problema non è affatto risolto.
Gli autotrasportatori di Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord hanno deciso di rinviare i nuovi blocchi dei valichi verso l’Unione europea. La decisione è arrivata dopo l’incontro dell’11 agosto a Skopje: invece di fermare subito i camion, le associazioni hanno scelto di aspettare il confronto con la Commissione europea fissato per il 1° settembre a Bruxelles. Se dal tavolo non arriverà una soluzione, la mobilitazione potrebbe ripartire. (Srpske Novine)
Insomma, non è una retromarcia. È un ultimatum con qualche settimana di tregua.
Il problema sono quei 90 giorni
Al centro della vertenza c’è una regola che, sulla carta, sembra semplice: i cittadini dei Paesi non appartenenti all’area Schengen possono soggiornare nello spazio europeo per massimo 90 giorni nell’arco di 180.
Il problema nasce quando quella persona è un autista professionale. Un camionista serbo, bosniaco, montenegrino o macedone che passa buona parte della propria vita lavorativa attraversando l’Unione europea può consumare rapidamente il proprio “credito” di permanenza. Una volta superati i 90 giorni, rischia di non poter più entrare nello spazio Schengen, anche se possiede patente, qualifiche professionali, contratto di lavoro e tutti i documenti necessari per guidare il camion.
È proprio questa la contraddizione denunciata dalle associazioni: il camion è autorizzato a entrare, la merce è autorizzata a viaggiare, l’impresa è autorizzata a trasportarla, ma l’uomo che deve guidare il mezzo rischia di non poter attraversare la frontiera.
Con l’EES il problema diventa più difficile da aggirare
La questione è esplosa con l’introduzione progressiva dell’Entry/Exit System (EES)europeo, che sostituisce progressivamente i timbri sul passaporto con la registrazione elettronica degli ingressi e delle uscite dei cittadini di Paesi terzi.
Il sistema rende molto più preciso il conteggio dei giorni trascorsi nello spazio Schengen. Ed è proprio questo che, secondo i trasportatori balcanici, sta trasformando una regola già esistente in un problema operativo molto più pesante.
La protesta non nasce comunque oggi. A gennaio Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia del Nord avevano già bloccato contemporaneamente numerosi valichi merci verso l’area Schengen. La mobilitazione era stata poi sospesa dopo l’apertura di un confronto con Bruxelles e l’ipotesi di un regime speciale per i conducenti professionali.
Ma quel regime speciale, a oggi, non è ancora diventato una soluzione operativa.
La proposta: trattare l’autista come un lavoratore transfrontaliero
Le associazioni dei trasportatori chiedono sostanzialmente di smettere di considerare l’autista internazionale come un normale viaggiatore.
Il conducente non entra nell’Unione europea per turismo, né per stabilirsi nel territorio: entra perché deve portare un camion, consegnare una merce, caricarne un’altra e tornare indietro.
Per questo chiedono che il tempo trascorso alla guida e al lavoro venga trattato diversamente rispetto al normale soggiorno Schengen. Tra le ipotesi discusse ci sono regimi speciali, permessi specifici o altre forme di facilitazione per i conducenti professionali. Una domanda analoga è arrivata anche dal Parlamento europeo, che in una interrogazione alla Commissione ha chiesto se siano allo studio visti di lunga durata o un regime specifico per gli autisti dei Balcani occidentali.
Il rischio non riguarda soltanto Belgrado o Sarajevo
È questo forse il punto che dovrebbe interessare maggiormente il mondo dell’autotrasporto italiano. I Balcani occidentali sono una parte importante della rete di trasporto terrestre europea. Se un numero significativo di autisti non può più entrare o deve rimanere fermo per rispettare il conteggio dei giorni, il problema non resta confinato alle imprese balcaniche.
Riguarda i flussi commerciali tra Europa centrale, Adriatico e Balcani, i terminal portuali, le industrie che utilizzano quei corridoi e naturalmente le aziende di autotrasporto che affidano parte dei propri traffici a vettori della regione.
A gennaio, durante il precedente blocco, gli stessi autotrasportatori avevano avvertito che la protesta avrebbe inevitabilmente prodotto effetti sulle catene di approvvigionamento. E stavolta la situazione potrebbe essere ancora più delicata perché il problema del conteggio dei giorni non è scomparso.
Bruxelles prende tempo, i camionisti anche
La Commissione europea ha confermato di essere disponibile a discutere le difficoltà degli autotrasportatori dei Balcani occidentali, ma ha anche ribadito che le regole Schengen continuano ad applicarsi.
La partita, quindi, è ancora tutta da giocare. Il 1° settembre sarà il primo vero appuntamento. Se Bruxelles riuscirà a mettere sul tavolo una soluzione praticabile, la nuova minaccia di blocco potrebbe rientrare. Altrimenti, sulle strade europee potrebbe tornare una scena già vista all’inizio dell’anno: camion fermi davanti alle frontiere, code chilometriche e una questione apparentemente burocratica trasformata in un problema concreto per il trasporto delle merci.
Perché alla fine la domanda dei camionisti balcanici è molto semplice: se il camion può lavorare in Europa, perché l’autista che lo guida dovrebbe avere un limite di permanenza incompatibile con il suo lavoro?


