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Una lunga storia

Quest’inverno, nonostante avessi preso le dovute precauzioni, mi sono ammalato di Covid. Per fortuna non ho avuto bisogno di ricovero ospedaliero ma tutt’oggi, a oltre due mesi dalla guarigione, non mi sento del tutto in forma. Sarà la primavera, visto che sono anche allergico, ma ho sempre il fiato corto e non mi sento mai riposato. Questo un po’ mi preoccupa perché inficia sulla mia giornata lavorativa. Presto mi vaccinerò e spero di lasciarmi alle spalle velocemente questa brutta esperienza.
Lucio G_Senigallia (An)

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Quest’inverno, nonostante avessi preso le dovute precauzioni, mi sono ammalato di Covid. Per fortuna non ho avuto bisogno di ricovero ospedaliero ma tutt’oggi, a oltre due mesi dalla guarigione, non mi sento del tutto in forma. Sarà la primavera, visto che sono anche allergico, ma ho sempre il fiato corto e non mi sento mai riposato. Questo un po’ mi preoccupa perché inficia sulla mia giornata lavorativa. Presto mi vaccinerò e spero di lasciarmi alle spalle velocemente questa brutta esperienza.

Lucio G_Senigallia (An)

Polmonite bilaterale e insufficienza respiratoria: abbiamo imparato a nostre spese quanto facciano paura queste parole: diagnosi che caratterizzano le forme più gravi di Covid-19. Dopo più di un anno dalla pandemia, sappiamo però che, dopo la fase acuta più o meno severa, la malattia può continuare a dare del filo da torcere anche per molti mesi. È il “Long-Covid” o “Post Covid”, sindrome che colpisce una percentuale ancora imprecisata di pazienti contagiati dal coronavirus Sars-Cov-2. Si tratta di soggetti dichiarati ufficialmente guariti, negativi al tampone e che però continuano ad avere disturbi persistenti di varia natura più o meno debilitanti. È una condizione ancora di difficile classificazione, secondo gli esperti definita in base alla presenza di sintomi che si sviluppano durante o dopo un’infezione compatibile con Covid-19, perdurano per più di 12 settimane e non si spiegano con diagnosi alternative. Le implicazioni e le conseguenze di tali manifestazioni cliniche sono una preoccupazione crescente per la salute della popolazione tanto che il New York Times in un recente editoriale ha definito il Long-Covid come di uno dei «più grandi eventi invalidanti di massa nella storia moderna». La persistenza dei sintomi dopo la fase acuta della malattia ha infatti un impatto significativo sulla vita del paziente, che in molti casi non riesce più a svolgere le normali attività quotidiane. L’elenco dei problemi clinici è assai ampio e variegato: sintomi a carico dell’apparato respiratorio, cardiovascolare, muscolo-scheletrico, gastrointestinale o a livello cognitivo, neurologico o psichiatrico. Uno dei più caratteristici sembra essere la dispnea, cioè la mancanza di respiro, il cosiddetto “affanno” o respiro corto, una dispnea continua, molto meno severa di quella che si manifesta nelle forme acute del Covid-19, ma comunque fastidiosa e invalidante. E poi stanchezza estrema, tosse cronica, palpitazioni.

La persistenza dei sintomi dopo la fase acuta della malattia ha infatti un impatto significativo sulla vita del paziente, che in molti casi non riesce più a svolgere le normali attività quotidiane. L’elenco dei problemi clinici è assai ampio e variegato

Vi sono poi manifestazioni che riguardano il piano neurologico e psichiatrico. Tra le più frequenti la cosiddetta “nebbia cerebrale”, una sorta di “stanchezza” mentale che consiste in una combinazione variabile di difficoltà di concentrazione e di memoria, disorientamento e confusione. Insomma una sorta di mancanza di lucidità. Alla nebbia cognitiva si aggiungono problemi del sonno, sensazione di testa vuota, mal di testa, ansia e depressione. Uno studio condotto a Chicago e pubblicato di recente ha evidenziato come l’andamento del Long-Covid sia di solito fluttuante e la guarigione spontanea lenta: cinque mesi dopo aver contratto il coronavirus, solo il 64% dei pazienti intervistati riferiva di sentirsi completamente guarito. Si sa ancora poco su quali siano i fattori che predispongono a questo decorso prolungato e perciò è difficile prevederlo all’inizio della malattia. I dati a riguardo sono piuttosto contraddittori. Il Long-Covid colpisce ogni fascia di età compresi i bambini: in una indagine condotta in Italia un terzo dei bambini e ragazzi tra 5 e 18 anni con diagnosi di Covid-19 ha riferito persistenza di sintomi più o meno evidenti a distanza di mesi. Sembra che le donne siano maggiormente a rischio e poi i pazienti con malattie croniche polmonari preesistenti come la bronchite cronica e l’enfisema, i diabetici e gli obesi. Non sembra esserci correlazione con la gravità della fase acuta di Covid-19 anche se gli studi al riguardo sono piuttosto controversi e comunque preliminari. D’altro canto sono piuttosto sconosciute anche le cause e al momento i dati scientifici sono ancora troppo esigui per trasformare le ipotesi, che comunque non mancano, in certezze. Purtroppo al momento non esistono trattamenti specifici, bisogna ancora comprendere e inquadrare bene questa sindrome. A riguardo molti scienziati sono al lavoro per testare possibili farmaci sia per la fase acuta di Covid-19 e sia per il trattamento delle lunghe sequele. Bisogna segnalare che alcuni studi condotti nel mondo anglosassone hanno di recente pubblicato i risultati di alcune inchieste dalle quali emerge che molti pazienti con Long-Covid riferiscono di sentirsi meglio dopo la vaccinazione. Il fenomeno però è ancora tutto da studiare.

Buon viaggio!

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Annagiulia Gramenzi
Ricercatore Dip. medicina clinica Univ. Bologna
Scrivete a Annagiulia Gramenzi: salute@uominietrasporti.it

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