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Caro carburante: quanto pesa sulle imprese e cosa lo spinge veramente

L’escalation in Medio Oriente spinge al rialzo petrolio e carburanti, con effetti immediati anche in Italia. Il gasolio sfiora i 2 euro al litro e l’autotrasporto lancia l’allarme sui costi. Tra richieste di taglio delle accise e timori per l’inflazione, cresce la pressione sul Governo per interventi urgenti

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Il caro carburante torna a pesare con forza sulle imprese italiane proprio mentre il Governo valuta un possibile intervento sulle accise. In attesa del decreto annunciato dal Consiglio dei ministri, il clima nel Paese è segnato da crescente preoccupazione. Gli ultimi giorni hanno registrato un aumento improvviso delle vendite di gasolio su numerosi impianti, segnale di un comportamento sempre più diffuso tra aziende: anticipare i rifornimenti per paura di ulteriori rincari. Anche se, stando a quanto riferito da molte aziende di autotrasporto contattate da Uomini e Trasporti, soprattutto sul mercato dell’extra-rete si registra anche una tendenza dei commercianti a ridurre i quantitativi offerti. Un atteggiamento evidentemente indotto dalla scommessa di vedere il prezzo salire ancora.

Secondo il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, già nella settimana precedente si era notato un andamento anomalo delle vendite, ma solo nel fine settimana si è manifestata con chiarezza quella che appare come una vera e propria corsa preventiva al pieno. L’effetto psicologico della crisi in Medio Oriente, con le tensioni legate alla cosiddetta “crisi di Hormuz”, ha infatti alimentato il timore di un nuovo shock energetico. In un contesto internazionale instabile, il semplice rischio di interruzioni nelle rotte petrolifere è sufficiente a far salire le quotazioni del greggio e, di riflesso, i prezzi alla pompa.

Il peso della crisi in Medio Oriente sui mercati energetici

Il mercato petrolifero vive infatti di aspettative oltre che di disponibilità reale di prodotto. Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei passaggi strategici più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas naturale. Ogni tensione nell’area provoca un immediato rialzo dei futures sul greggio. Le quotazioni hanno già registrato una forte impennata: il Brent ha superato i 106 dollari al barile, mentre il WTI si avvicina ai 100 dollari. Parallelamente cresce anche il prezzo del gas naturale sui mercati europei, con il TTF di Amsterdam oltre i 64 euro per megawattora. Questo scenario alimenta un clima di incertezza che si riflette rapidamente sui prezzi dei carburanti distribuiti in tutta la rete italiana.

Prezzi alla pompa sempre più alti

Alla pompa i rincari sono già evidenti. Il gasolio in modalità self ha raggiunto circa 1,889 euro al litro, mentre la benzina si colloca intorno a 1,729 euro. In diverse regioni del Paese diesel si avvicina sempre più ai 2 euro al self service. Nella rete autostradale la situazione è ancora più pesante: in alcuni impianti il gasolio al servito supera i 2,5 euro al litro e in certi casi sfiora i 2,6 euro. Per il settore dell’autotrasporto, dove il carburante rappresenta una delle principali voci di costo, queste cifre rischiano di trasformarsi in un colpo durissimo alla sostenibilità economica delle imprese. Perché è vero che poi molti contratti sono indicizzati e che quindi questo aumento potrebbe essere recuperato con un incremento della tariffa, però tra la spesa di oggi e la prospettiva di aumento tariffario esiste comunque uno scarto di diversi mesi. In molti casi – ci hanno spiegato gli operatori – di circa cinque o sei mesi.

L’allarme delle imprese di autotrasporto

Le associazioni di categoria parlano apertamente di emergenza. In Maremma, per esempio, la CNA Fita ha lanciato l’allarme attraverso il presidente provinciale Michele Demi, sottolineando come il rincaro del gasolio si traduca immediatamente in un aggravio dei costi per le imprese di trasporto. Secondo le stime dell’associazione, l’aumento registrato negli ultimi giorni comporta già una spesa aggiuntiva di circa 2.400 euro l’anno per ogni mezzo pesante che percorre mediamente 100 mila chilometri. Se però la crisi nello Stretto di Hormuz dovesse proseguire e il prezzo del gasolio crescere ulteriormente del 25%, l’impatto potrebbe salire fino a circa 13 mila euro annui per singolo camion, una cifra che per molte aziende significherebbe erodere completamente i margini operativi.

Il nodo della raffineria di Priolo

Oltre alla dinamica internazionale, nel mercato italiano emergono anche criticità interne che contribuiscono ad alimentare l’aumento dei prezzi. Un caso emblematico è quello della raffineria ISAB Raffineria di Priolo, uno dei più grandi impianti di raffinazione d’Europa. La struttura copre circa l’80% del fabbisogno di carburante della Sicilia e una quota significativa della domanda nazionale. Le tensioni legate alla gestione dell’impianto e il contenzioso con Lukoil Italia stanno generando incertezza sulle forniture e possibili rallentamenti nella distribuzione, con effetti diretti sui prezzi praticati nell’isola. Non a caso la Sicilia risulta oggi tra le regioni più care per fare rifornimento.

Accise e intervento del Governo

In questo contesto cresce la pressione sul Governo perché intervenga in fretta. Le organizzazioni dei consumatori e del trasporto chiedono di utilizzare l’extragettito IVA generato dall’aumento dei prezzi dei carburanti per finanziare un taglio temporaneo delle accise. Tra le ipotesi sul tavolo c’è il ritorno alla cosiddetta accisa mobile, un meccanismo che permetterebbe di ridurre automaticamente il peso fiscale quando il prezzo del petrolio supera determinate soglie. Una riduzione di circa 15 centesimi al litro, sostengono le associazioni, potrebbe riportare i prezzi a livelli più sostenibili e limitare l’impatto sull’inflazione.

Il problema dei rimborsi accise

Il nodo fiscale non è secondario. In Italia il prezzo dei carburanti è fortemente influenzato dalla componente tributaria, che include accise storiche e l’IVA applicata anche sulle stesse accise. Quando il prezzo del petrolio aumenta, cresce automaticamente anche il gettito per lo Stato, generando un surplus di entrate che secondo molte associazioni dovrebbe essere redistribuito per calmierare il costo alla pompa.

Per il settore dell’autotrasporto la questione è particolarmente delicata. Oltre all’aumento dei prezzi, le imprese lamentano i lunghi tempi dei rimborsi sulle accise. Il sistema attuale prevede richieste trimestrali e pagamenti che spesso arrivano con mesi di ritardo, costringendo le aziende ad anticipare allo Stato somme ingenti. In una fase di prezzi elevati questo meccanismo rischia di mettere sotto pressione la liquidità delle imprese, che si trovano a finanziare di fatto il sistema fiscale.

Il rischio per tutta l’economia

La posta in gioco riguarda non solo il destino del comparto dei trasporti, ma l’intera economia nazionale. In Italia oltre l’80% delle merci viaggia su gomma e qualsiasi aumento del gasolio si riflette inevitabilmente sui costi di distribuzione. Se il trend dei prezzi dovesse proseguire, l’effetto si trasmetterebbe rapidamente ai prezzi al consumo, in particolare nel settore alimentare e della grande distribuzione. È proprio per questo motivo che la crisi dei carburanti, pur nascendo da dinamiche geopolitiche lontane, finisce sempre per avere conseguenze molto concrete sulla vita quotidiana del Paese.

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