C’è un’abitudine radicata nell’autotrasporto italiano che resiste da decenni, impermeabile alle crisi, alle normative, persino alla matematica:fare i conti su ciò che si vede. Carburante, personale, ammortamento del veicolo e poco altro. Il resto – il tempo perso in attesa al carico, l’ora e mezza in più per oltrepassare il Brennero, la fattura saldata con novanta giorni di ritardo – finisce in una zona d’ombra contabile, mai quantificata, raramente discussa. Eppure è lì, silenziosa e puntuale, che si consuma la marginalità.
Quantificare questa zona d’ombra non è semplice, ma quando si arriva in fondo si rimane sconcertati: i costi occulti – tempi morti , burocrazia, viaggi a vuoto, non conformità, code – possono pesare fino al 25% dei costi complessivi di una missione. Il gasolio, che monopolizza ogni trattativa sindacale, ogni minaccia di fermo, ogni rivendicazione al tavolo con il committente, incide per circa il 30%. Percentuali quasi equivalenti, ma il carburante ha un nome e un prezzo al litro, i costi occulti no: restano invisibili finché non è troppo tardi.
Per capire perché esista questo punto cieco bisogna tornare alle origini. L’autotrasporto italiano è nato monoveicolare su un’equazione semplice e brutale: più guidi, più guadagni. Il conto economico si faceva per tonnellate e chilometri e tutto ciò che non era computabile come tale non veniva quantificato. Una logica che reggeva finché il tempo non costava, finché l’Europa non aveva stabilito che il volante avesse una durata massima e il riposo una minima. La variabilità della singola missione era assorbita dal corpo dell’autista prima ancora che dal bilancio. Il margine lo si costruiva sulla propria pelle. Poi è cambiato tutto, tranne il modo di fare i conti. Il cambiamento più devastante non è stato il prezzo del gasolio, ma proprio il tempo. I dati Federtrasporti, pubblicati nei «100 Numeri per capire l’autotrasporto», restituiscono al riguardo un’immagine impietosa: un autista oggi trascorre in media 4 ore e 57 minuti al giorno senza mettere le mani sul volante e, di conseguenza, riesce a percorrere al massimo 407 chilometri. Il resto si perde in costi occulti.
Ed è proprio qui che il modello del padroncino ha iniziato a scricchiolare: aveva costruito la sua sostenibilità sull’idea di guidare tanto e sempre. Quando guidare è diventato il privilegio di meno della metà della giornata lavorativa, l’equazione si è rotta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: negli ultimi anni hanno chiuso quasi 23.000 imprese monoveicolari. Una decimazione silenziosa, attribuita al caro gasolio, ma alimentata da qualcosa di più strutturale: nessuna azienda regge a lungo con un 25% di costi non rilevati e quindi non compressi. Lo spazio lasciato da queste imprese lo hanno occupato operatori più attrezzati che, tramite TMS, telematica, piattaforme di analisi intelligente dei tempi di sosta, trasformano la zona d’ombra in una voce di bilancio leggibile e aggredibile.
Il fossato tra grande e piccola impresa si allarga esattamente qui, perché chi sa dove perde, perde meno. Eppure ogni confronto con la committenza ruota ancora intorno al gasolio, lasciando fuori – a dispetto della normativa – attese non riconosciute, operazioni accessorie non tariffate, viaggi a vuoto imposti da una pianificazione ottimizzata sul committente e quasi mai sul vettore. Il potere contrattuale del settore è debole perché la logica è sempre stata quella della sostituzione: se non accetto io, accetta qualcun altro. Una dinamica che ha tenuto i prezzi bassi per decenni e ha premiato chi lavorava in perdita. Il risultato è quella lunga striscia di serrande abbassate. Ecco perché bisogna cambiare registro.
Trasporto e logistica sono servizi: esistono solo perché qualcuno ha bisogno di utilizzarli e perché il vettore vive nel fornirli. È un patto di reciproca dipendenza di cui l’autotrasporto spesso non è davvero consapevole, e per questo ogni tavolo resta sbilanciato. La strada da battere è quella della collaborazione strutturata: una relazione in cui i costi reali siano riconosciuti e le inefficienze condivise vengano affrontate – e ridotte – insieme. Ma per costruire questa relazione in modo credibile bisogna prima dare un prezzo all’invisibile. Altrimenti i prossimi 23.000 rischiano di chiudere esattamente per le stesse ragioni degli ultimi.
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