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78,5%: è la quota di imprese che registra un aumento dei costi a causa di guerre e tensioni globali

Le tensioni internazionali si riflettono soprattutto sui conti delle imprese, mettendo a rischio la redditività. Più limitate le ricadute operative, con appena il 7,2% che evidenzia difficoltà nella programmazione dei trasporti. Solo il 4,3% non rileva effetti significativi

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Negli ultimi anni le crisi internazionali – dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente – hanno riportato al centro del dibattito il tema della stabilità dei mercati. Ma al di là delle dinamiche geopolitiche, quanto questi scenari incidono concretamente sull’attività quotidiana di chi fa trasporto?

I dati raccolti da un nostro sondaggio condotto sui social restituiscono un quadro netto: per la grande maggioranza degli operatori, l’impatto è stato diretto e significativo. Il 78,5% degli intervistati segnala infatti un aumento dei costi (carburante, assicurazioni, ecc.) come principale conseguenza delle crisi. Più contenuta la quota di chi evidenzia difficoltà nella programmazione dei trasporti (7,2%), mentre il 10% parla di un impatto indiretto e solo il 4,3% non rileva effetti significativi.

Margini sotto pressione

Se si guarda alle criticità attuali del settore, emerge con altrettanta chiarezza il peso della dimensione economica. Il 50% indica nella pressione sui margini il problema principale, seguito dall’instabilità dei costi energetici (40,6%).

Molto più distanziate le altre voci: l’incertezza delle rotte internazionali e la volatilità della domanda si fermano entrambe al 4,7%. Un risultato che evidenzia come le tensioni globali si traducano soprattutto in una compressione della redditività lungo tutta la filiera.

Infrastrutture, la priorità è la rete esistente

Sul fronte infrastrutturale, le priorità appaiono altrettanto chiare. Quasi un operatore su due (49,6%) indica come intervento più urgente il miglioramento della rete stradale esistente, a partire dalla manutenzione ordinaria. Seguono, a distanza, il potenziamento dell’intermodalità (22,2%), mentre nuove grandi opere strategiche e aree di sosta raccolgono entrambe il 14,1%.

In questo contesto si inserisce il tema del Ponte sullo Stretto di Messina, su cui le opinioni risultano divise. Il 33,7% lo considera un’opera strategica per il sistema Paese, ma una quota quasi analoga lo interpreta come «un simbolo politico» (28,3%) o lo relega a priorità secondaria (25%). Solo il 13% ritiene che non avrà alcun impatto sul trasporto merci.


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