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Dazi e tensioni geopolitiche cambiano l’export: il 95% delle imprese rivede le strategie

L’incertezza geopolitica e commerciale non ferma l’internazionalizzazione delle aziende, ma sta cambiando profondamente il modo di fare esportazione. Il 30% degli operatori indica come principale criticità l’instabilità regolatoria e il rapido cambiamento delle regole commerciali, mentre il 25% individua nei dazi e nelle tariffe il problema più rilevante. È quanto emerge dalla ricerca globale di DLA Piper, presentata al Festival dell’economia di Trento. Supply chain più resilienti, diversificazione dei mercati e maggiore attenzione alle regole diventano le nuove priorità

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Il commercio internazionale non arretra, ma cambia profondamente pelle. In un contesto segnato da instabilità geopolitica, dazi, nuove barriere commerciali e trasformazioni delle supply chain, le imprese stanno ripensando strategie, investimenti e organizzazione operativa per continuare a competere sui mercati globali.

È il quadro che emerge dalla ricerca realizzata dallo studio legale internazionale DLA Piper attraverso il proprio network globale di avvocati d’affari in Europa, Nord e Sud America, Africa e Asia. L’indagine è stata presentata a Trento durante il Festival dell’Economia 2026.

Lo studio fotografa un sistema economico internazionale che continua a considerare il commercio globale un fattore essenziale di crescita, ma che allo stesso tempo deve fare i conti con un livello di incertezza senza precedenti. Secondo i dati raccolti, il 95% degli operatori ha già modificato – oppure sta valutando di modificare – la propria strategia commerciale internazionale in risposta all’attuale scenario.

Regole instabili e dazi le principali preoccupazioni

A impensierire maggiormente le imprese non sono tanto le inefficienze operative quanto la crescente volatilità normativa e geopolitica. Il 30% degli operatori indica infatti come principale criticità l’instabilità regolatoria e il rapido cambiamento delle regole commerciali, mentre il 25% individua nei dazi e nelle tariffe il problema più rilevante. Seguono le tensioni geopolitiche, citate dal 21% del campione, le sanzioni e i controlli all’export con il 15% e, solo in misura minore, i ritardi doganali, fermi al 9%.

Secondo DLA Piper, questo scenario dimostra come il rischio commerciale non possa più essere gestito esclusivamente a valle delle decisioni aziendali, ma debba essere incorporato direttamente nella pianificazione industriale, nella gestione delle filiere e nella definizione dei contratti.

«La capacità di governare il rischio diventa oggi la condizione per operare stabilmente sui mercati globali», spiegano i coordinatori della ricerca Rossella Esther Cerchia e Giovanni Iaselli.

Supply chain più resilienti e investimenti ripensati

La principale risposta delle imprese a questo nuovo scenario consiste nella ristrutturazione delle supply chain attraverso la diversificazione o il cambiamento dei Paesi di produzione, soluzione indicata dal 48% degli intervistati. Un dato che conferma la crescente attenzione verso filiere più resilienti e meno dipendenti da singole aree geografiche.

Accanto a questo fenomeno emerge anche una forte attività di revisione contrattuale: il 24% delle aziende sta rinegoziando i contratti commerciali per adattarsi ai nuovi rischi legati a dazi, sanzioni e instabilità normativa. Parallelamente, il 22% degli operatori dichiara di aver rinviato o riallocato investimenti, mentre il 6% sta valutando l’ingresso in nuovi mercati.

Secondo il sondaggio, le priorità delle imprese sono oggi fortemente orientate all’efficienza e alla stabilità operativa. Il 50% degli operatori indica infatti la cost efficiency – la capacità di un’azienda di produrre beni o servizi di alta qualità utilizzando la minor quantità possibile di risorse (tempo, denaro, materiali) – come obiettivo principale nelle strategie commerciali internazionali, mentre il 30% privilegia la diversificazione delle supply chain. Più marginale il peso attribuito alla compliance regolatoria, indicata dal 20% del campione, mentre la velocità di accesso al mercato non compare più tra le priorità strategiche.

Più regionalizzazione, ma il commercio globale resta centrale

C’è stata comunque una notevole evoluzione dell’approccio al commercio internazionale rispetto a tre anni fa. Il 45% degli intervistati evidenzia infatti una crescente focalizzazione sui blocchi regionali e sugli accordi preferenziali, come quelli tra Unione Europea ed EFTA, Mercosur o India. Il 35% continua invece a perseguire una logica di diversificazione globale dei mercati.

Significativo poi come nessun operatore indichi un ritorno a strategie esclusivamente domestiche, mentre il 20% ritiene invariato il proprio approccio. Il commercio internazionale continua quindi a essere considerato un elemento imprescindibile: per il 50% delle aziende rappresenta una necessità, mentre il 40% lo considera un’opportunità. Solo il 10% lo percepisce prevalentemente come un rischio.

I dazi come strumento strutturale della politica economica

Infine, secondo gli intervistati, il ritorno delle politiche tariffarie non appare come un fenomeno temporaneo.

Il 70% ritiene che i dazi siano destinati a diventare uno strumento strutturale della politica economica internazionale, mentre solo il 10% li considera una misura eccezionale o transitoria. Il restante 20% pensa che siano ormai «qui per restare».

In questo scenario, le imprese vengono spinte verso modelli organizzativi più flessibili, maggiore presidio normativo e supply chain capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti geopolitici e commerciali.

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