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La lezione del Giovi: il retarder non è più un dogma

Per decenni è stato considerato una garanzia irrinunciabile. Oggi, però, l'evoluzione del freno motore apre una strada diversa. Il test di un DAF XG.480 equipaggiato con il nuovo MX Engine Brake racconta come stia cambiando il concetto stesso di sicurezza sui veicoli industriali

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Alcune strade non si percorrono. Si affrontano. Il Passo dei Giovi è una di queste e lo si capisce già dal primo tornante, quando lo specchietto restituisce l’immagine di Genova che si allontana e il navigatore inizia a disegnare una sequenza fitta di curve. Chi guida camion da qualche decennio lo ricorda bene: una volta arrivarci significava mettere alla prova il mestiere. La discesa, al pari della salita, non perdonava. Se si sbagliava rapporto proprio nel mezzo dell’ascesa e bisognava scalare senza sincronizzatori, se si arrivava troppo veloci in curva, se si confidava eccessivamente nell’impianto frenante, il rischio di surriscaldare i freni era dietro l’angolo. Ecco perché il retarder, negli anni, da semplice accessorio si trasformava in una sorta di assicurazione sulla tranquillità.
È con questo bagaglio di ricordi che saliamo a bordo di un DAF XG.480 in versione trattore, ed è proprio da lì che parte la diffidenza: niente retarder, tutto affidato al motore. La prima reazione, va detto con onestà, è di scetticismo. Poi arrivano i lavori in corso che costellano il percorso e obbligano a continui cambi di ritmo: una corsia si restringe, poco dopo compare un cantiere, quindi una coda, poi una curva cieca che non lascia margine di errore. Non è il luogo ideale per un test. È molto meglio: è la fotografia della strada che gli autisti di camion incontrano ogni giorno, con tutte le sue variabili impreviste. Ed è proprio qui che DAF ha deciso di dimostrare una tesi destinata a far discutere: un camion può affrontare una discesa impegnativa in piena sicurezza anche senza retarder. 

Che cos’è il VECTO e perché non interessa soltanto i costruttori

Per capire perché un costruttore arrivi persino a togliere un componente storicamente associato alla sicurezza, bisogna fare un passo indietro e parlare di VECTO (Vehicle Energy Consumption Calculation Tool). Non è un optional tecnico né una moda del marketing: è lo strumento di simulazione ufficiale con cui la Commissione Europea calcola, in modo standardizzato e riproducibile, i consumi di carburante e le emissioni di CO₂ di ogni veicolo pesante omologato in Europa. Ogni costruttore deve inserire nel software i dati reali del proprio veicolo – motore, cambio, assali, pneumatici, aerodinamica, peso – e il sistema restituisce un valore di emissioni certificato che diventa vincolante ai fini normativi. Il regolamento europeo sugli standard di CO₂ per i veicoli pesanti impone infatti target di riduzione sempre più stringenti rispetto a un anno di riferimento, con soglie che si fanno via via più severe nel corso del decennio.
Ma qui arriva il punto che spesso sfugge a chi guarda la questione dall’esterno: il motore diesel trasforma energia chimica in energia meccanica attraverso la combustione e ogni molecola di CO₂ emessa dallo scarico è, chimicamente, il prodotto diretto del carbonio contenuto nel gasolio bruciato. Non esiste, per un motore endotermico, un modo di emettere meno CO₂ che non passi dal bruciare meno carburante. Le due grandezze sono legate da un rapporto pressoché fisso: meno gasolio consumato significa, quasi automaticamente, meno CO₂emessa. Quello che nasce come un vincolo normativo pensato per l’ambiente si traduce quindi in un beneficio economico diretto per chi possiede il mezzo: minori consumi vuol dire minore spesa in gasolio, voce che pesa più di ogni altra sul costo chilometrico di un autotrasportatore.

Configurare un camion per il VECTO: cosa cambia davvero

Ottimizzare un veicolo per il VECTO significa intervenire su tutte le fonti di dispersione energetica lungo la catena che va dal serbatoio all’asfalto. Gli interventi più noti riguardano l’aerodinamica – deflettori, minigonne, chiusure del sottoscocca pensate per ridurre il coefficiente di resistenza all’avanzamento – e gli pneumatici a bassa resistenza al rotolamento, che limitano l’energia dissipata per attrito a ogni giro di ruota. Sono le voci più visibili, quelle che si notano a colpo d’occhio osservando il profilo di un camion di ultima generazione. C’è però una terza leva, meno intuitiva e più controversa: il peso. Ogni chilogrammo di tara è un chilogrammo che il motore deve accelerare, mantenere in movimento e, soprattutto, rallentare. E qui entra in gioco il retarder. Quello idrodinamico (o elettromagnetico, a seconda della tecnologia) è un dispositivo aggiuntivo, montato tipicamente a valle del cambio, che genera resistenza frenante indipendente dai freni a frizione. Di certo funziona, pesa nell’ordine di 70-100 kg a seconda della versione e nei decenni ha rappresentato lo standard per chi affrontava regolarmente percorsi montani o di lunga percorrenza con carichi pesanti. Ma un componente aggiuntivo è, dal punto di vista del VECTO, un doppio costo: massa in più da trasportare – quindi consumo in più – e resistenza meccanica interna quando non è in uso. Rimuoverlo, se esiste un’alternativa altrettanto efficace, significa alleggerire il veicolo, ridurre gli attriti parassiti, semplificare la meccanica. Ed è esattamente qui che la strategia di riduzione delle emissioni finisce per intrecciarsi con l’ingegneria del freno motore.

Cento chili in meno. E non è il vantaggio più importante

Scegliere una configurazione basata sul nuovo MX Engine Brake di Paccar significa poter fare a meno del retarder. Il primo beneficio, quello che si legge sulla scheda tecnica, è immediato: circa cento chilogrammi in meno di tara, che si traducono in altrettanta portata utile guadagnata a parità di massa complessiva a terra, un dato che per chi lavora a pieno carico non è affatto marginale. Poi arrivano gli altri vantaggi: un veicolo meccanicamente più semplice, con meno componenti soggetti a usura, meno organi da revisionare, meno punti di manutenzione programmata e quindi minori costi di esercizio nel medio periodo. Sono vantaggi concreti, misurabili, visibili in bilancio. Ma non sono quelli che colpiscono di più dopo una giornata al volante sul Giovi. Perché il cambiamento vero, quello che si percepisce fisicamente sotto ai piedi, è un altro.

Il freno motore non è più quello di una volta

Per capire questa evoluzione bisogna liberarsi di un ricordo: quello dei vecchi freni motore. Utili, certo, ma incapaci di trattenere il mezzo quando la discesa era lunga e costante. Per questo gli autisti hanno costruito negli anni un’associazione mentale molto semplice, quasi un automatismo: «sicurezza uguale retarder».Oggi quella relazione non è più così scontata e i numeri aiutano a capire perché. Il nuovo MX Engine Brake nasce da un lavoro sulla distribuzione e sulla geometria dell’albero a camme, che modifica l’apertura delle valvole durante la fase di scarico: in pratica, il motore smette temporaneamente di essere un generatore di potenza e diventa esso stesso un compressore d’aria, trasformando l’energia cinetica del veicolo in resistenza alla rotazione. Il risultato, a seconda della cilindrata, è una potenza frenante che sui motori di ultima generazione arriva fino a 340-360 kW, erogata in modo più uniforme anche ai bassi regimi rispetto ai freni motore di vecchia concezione – un salto prestazionale che nella pratica avvicina il comportamento del freno motore a quello di un retarder di fascia medio-alta.
Ma la vera intuizione tecnica è un’altra, ed è quella che vale la pena spiegare per intero: l’efficacia del sistema cresce con il regime del motore, non con la velocità del veicolo. Il freno a compressione dissipa energia cinetica ogni volta che il motore compie un ciclo di apertura delle valvole in fase di scarico. Quindi più alto è il regime, più cicli avvengono nell’unità di tempo, più potenza frenante viene generata. Il punto è che il motore non ha alcuna informazione diretta sulla velocità del camion: conosce solo il proprio regime di rotazione. E quel regime, a parità di velocità del veicolo, è determinato unicamente dal rapporto di trasmissione innestato, cioè dalla marcia. La marcia, in altre parole, non è un dettaglio di contorno: è il comando reale con cui il conducente stabilisce quanta potenza frenante il motore può mettere in campo. Scalare una marcia prima della curva non è un accorgimento prudenziale, è l’azione che porta il motore nella finestra di giri in cui il freno motore rende al massimo.
È anche il punto che segna la differenza più netta rispetto al retarder. Quello idrodinamico genera resistenza in funzione della velocità di rotazione dell’albero di trasmissione, non del regime motore: lavora in modo pressoché identico qualunque sia la marcia innestata, ed è per questo che generazioni di autisti hanno potuto affidarsi a una leva senza doversi preoccupare troppo del cambio. Il freno motore moderno inverte questa logica: chiede una gestione attiva del rapporto, altrimenti la sua efficacia crolla anche se il componente meccanico è lo stesso. Ed è qui che cambia il modo di guidare.

Il camion va “parlato”

Durante la discesa il tachimetro oscilla fra 50 e 60 km/h. Il contagiri, invece, resta stabilmente fra 1.600 e 1.800 giri al minuto e lo sguardo finisce per spostarsi lì, su quella lancetta, più che sul contachilometri. Sono proprio questi numeri a spiegare quanto sta accadendo sotto il cofano. Se il motore lavora nel regime corretto, il freno motore sviluppa tutta la propria capacità frenante e, grazie all’effetto di cut-off dell’iniezione, in discesa il consumo di carburante è nullo. Se invece ci si presenta a una rotonda o a una curva a basso regime e solo all’ultimo momento si inserisce la terza tacca del freno motore, il risultato sarà inevitabilmente deludente, non perché il sistema non funzioni, ma perché è stato utilizzato nel modo sbagliato. La logica, insomma, non è più “tirare la leva all’ultimo”, ma preparare il camion in anticipo: scalare una marcia prima della curva, far salire il regime del motore, lasciare che il dialogo elettronico tra propulsore, cambio automatizzato e freno motore costruisca la decelerazione in modo progressivo. È una guida che richiede più previsione e meno reazione, più lettura della strada e meno intervento dell’ultimo istante. Su un tratto come il Giovi, con curve cieche e visibilità che cambia a ogni tornante, questo significa anticipare mentalmente ogni tratto prima ancora di vederlo per intero.

«Troppo rischioso»: l’obiezione naturale che il Giovi la smentisce

È l’obiezione che viene istintiva a chiunque abbia guidato con il retarder per anni: rinunciarvi, su una discesa impegnativa, sembra una scommessa. Eppure, salendo e scendendo dal Giovi e andando poi a fare lo stesso con il Turchino, la sensazione che si consolida è diversa. Il rischio, quando ci si affida a un freno motore potenziato come l’MX Engine Brake, non nasce dalla tecnologia in sé, ma da come la si usa. Un retarder si somma quasi passivamente ai freni di servizio: si tira una leva e il sistema lavora, indipendentemente dai giri del motore. Il freno motore moderno, invece, chiede una collaborazione più attiva: bisogna far lavorare il cambio, tenere i giri alti, anticipare la scalata. Una volta interiorizzato questo automatismo – e servono, onestamente, alcune discese per farlo diventare naturale – la sensazione di controllo non è affatto inferiore. Semmai è diversa: più continua, meno “a scatti”, perché non c’è mai la tentazione di caricare i freni a disco e poi scaricarli di colpo.

La resistenza più difficile da superare

Alla fine del test emerge una conclusione curiosa: l’ostacolo principale non è la tecnologia, ma la memoria. Molti autisti continuano a chiedere il retarder perché hanno imparato a guidare quando il freno motore era poco più di un rallentatore. E capisco pure il perché: quando uno strumento ti ha garantito sicurezza per decenni, è difficile immaginare che un sistema diverso possa fare lo stesso lavoro, magari meglio. Eppure, è proprio ciò che sta accadendo. Non a caso, raccontano i tecnici DAF, è già successo che alcuni autisti, dopo aver provato un veicolo equipaggiato con il nuovo MX Engine Brake senza sapere che fosse privo di retarder, siano scesi convinti di aver utilizzato un retarder particolarmente efficace. In realtà avevano semplicemente sperimentato un’altra idea di camion, senza nemmeno accorgersene.

Testa, non tecnologia

Il vantaggio economico c’è, ed è misurabile: meno tara significa più portata a parità di massa complessiva, meno componenti significa meno manutenzione, meno consumi significa meno gasolio bruciato e, a cascata, meno CO₂emessa. Ma la sfida più grande non è tecnica, è culturale. C’è stata un’epoca in cui il retarder era la regola, l’unica scelta sensata su ogni veicolo destinato a percorsi impegnativi. Oggi è diventato un’opportunità fra le altre, non più un dogma. E per scegliere bisogna prima capire, e possibilmente provare: chi lo ha fatto, sul Giovi, spesso non si è nemmeno reso conto di cosa avesse davvero sotto i piedi.
È una rivoluzione silenziosa, come tutte quelle destinate a durare.

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