HomeRubricheVoci di dentroDal lavoro in quota alla cabina: «Il camionista? Un sogno che avevo da bambino»

Dal lavoro in quota alla cabina: «Il camionista? Un sogno che avevo da bambino»

Alfredo Bronda, 41 anni, pugliese, si racconta per la nostra rubrica «Voci di dentro – Racconti interiori di chi vive la strada ogni giorno». Dopo trent’anni trascorsi come operaio specializzato nei lavori in quota, lo scorso anno ha deciso di cambiare vita e di mettersi alla guida di un camion. Una scelta istintiva che oggi definisce, senza esitazioni, una delle migliori della sua vita

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Cosa ti ha spinto a salire sul camion?

«È un sogno che avevo fin da bambino. Avrò avuto dieci anni, ero seduto sulla strada principale del mio paese e vidi passare un camion. Mi dissi: «Da grande voglio fare il camionista». Poi la vita mi ha portato altrove. Per trent’anni ho fatto l’operaio specializzato nei lavori in quota, occupandomi della messa in sicurezza di aree a rischio frana. L’anno scorso, però, è successo qualcosa. Ero a Genova per lavoro e, affacciato al balcone di un albergo, ho visto un camion fermarsi davanti a un autolavaggio. In quel momento mi è tornata in mente quella promessa fatta da bambino. È stata come una folgorazione, come riallacciare un filo rimasto sospeso per anni. Sono rientrato in camera, ho ordinato su internet il libro per preparare la patente C e da quel giorno non mi sono più fermato. Ho preso tutte le abilitazioni necessarie e, poco dopo, ho iniziato a lavorare come autista».

Una scelta d’istinto, quindi…

«Sì, ed è una cosa insolita per me. Sono sempre stato uno che pondera ogni decisione con calma, senza fare salti nel buio. Questa volta, invece, è stato diverso. Ho seguito l’intuito e non ho mai avuto il minimo ripensamento. Tra l’altro è stata una scelta completamente mia: non ho nessuno in famiglia che abbia fatto il camionista. Credo che questo dimostri che non bisogna essere per forza figli d’arte per innamorarsi di questo mestiere».

Che bilancio fai di questo primo anno?

«Molto positivo. Anzi, c’è una cosa che mi ha dato ancora più soddisfazione: dopo pochi mesi il mio contratto è stato trasformato a tempo indeterminato. Per me è stato il segnale più bello. Quando un datore di lavoro decide di darti fiducia significa che riconosce il tuo impegno. È stato il primo vero traguardo di questa nuova vita professionale».

C’è qualcosa che ti ha sorpreso di te stesso da quando hai iniziato?

«Sì, la capacità di affrontare situazioni che all’inizio mi spaventavano. Prima ancora di mettermi al volante immaginavo continuamente gli scenari peggiori: una strada sbagliata, una manovra difficile, uno spazio troppo stretto. Mi chiedevo se sarei stato capace di uscirne. Poi quelle situazioni sono arrivate davvero, anche molto presto. E ho scoperto che, con calma e pazienza, riuscivo sempre a trovare una soluzione. È lì che ho capito di avere una predisposizione mentale per questo lavoro che nemmeno io conoscevo. Credo che mi abbia aiutato anche il lavoro che facevo prima. Lavorare in ambienti ad alto rischio ti insegna che ogni gesto va fatto con attenzione. È un approccio che mi porto ancora oggi sul camion».

Qual è il problema che senti più vicino nella quotidianità del tuo lavoro?

«Senza dubbio la mancanza di aree di sosta. Percorro spesso la A14 e, dopo una certa ora, trovare un parcheggio libero diventa quasi impossibile. Non è solo una questi one di comodità: è un problema di sicurezza. Noi dobbiamo rispettare i tempi di guida imposti dal tachigrafo, ma se non trovi un posto dove fermarti cosa fai? A volte sei costretto a sostare nelle piazzole di emergenza, pur sapendo che non sarebbe consentito. È una situazione paradossale: da una parte la legge ti obbliga a fermarti, dall’altra non ti mette nelle condizioni di farlo. È davvero il classico cane che si morde la coda».

Come stacchi quando finisce la giornata?

«Mi piace leggere, infatti porto sempre con me qualche libro. Poi seguo molto il giornalismo d’inchiesta e, quando posso, guardo volenti eri un film».

Nel numero di questo mese affrontiamo il tema della distrazione alla guida. Come vivi il rapporto tra tecnologia e sicurezza?

«Credo che la differenza la faccia soprattutto il comportamento di chi guida. Il telefono, da solo, non distrae nessuno. Siamo noi a scegliere se usarlo nel modo corretto oppure no. E purtroppo capita ancora troppo spesso di vedere colleghi che guidano con il cellulare in mano e lo sguardo abbassato».

Se vuoi par parte anche tu della nostra rubrica e raccontare la tua storia, scrivi a redazione@uominietrasporti.it

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