Com’è lavorare immersi nella bellezza? Fa differenza? Andare in ufficio a Palazzo Gio Battista Centurione, oggi Palazzo Andrea Pitto, uno dei Rolli Maggiori, quelli che al tempo della Repubblica di Genova ospitavano ambasciatori e diplomatici durante le visite di stato per conto del governo genovese? Barocco del Seicento, Patrimonio dell’Umanità Unesco, pavimenti di marmo intarsiato, cappella privata con la volta affrescata, come gli ampi saloni, dall’alto il Trionfo della Liguria, a cavallo del grifone, osserva i visitatori. E’ qui che ha la sede, in pieno centro storico, la Casasco e Nardi, novant’anni compiuti da poco, focus su spedizioni marittime, container e “soluzioni logistiche globali”, gruppo con in pancia otto società, 250 dipendenti, uffici a Shanghai e New York, fatturato oltre i cento milioni di euro. Sul portale resiste la scritta del banchiere armatore imparentato con i Costa che ha eretto il Palazzo: “Sic nos non nobis”, Così noi non per noi, per la città di Genova.

E’ qui che lavora Alessandro Pitto, terza generazione, amministratore delegato nonché presidente di Fedespedi in carica, eletto una prima volta nel 2022 e confermato una seconda volta lo scorso anno. Prima di lui, per due mandati solo Piero Lazzeri, come lui genovese. Come Lazzeri, Pitto ha mosso i primi passi in Spediporto, prima alla guida del Gruppo Giovani, poi per due volte Presidente, dal 2015 al 2019. L’associazionismo è sempre stato nelle sue corde, a partire dagli scout, spinto dalla curiosità di vedere cosa si può costruire insieme agli altri: non si può fare lo spedizioniere, dice, senza una dimensione collettiva. E aggiunge: “Ci danno sempre in via di estinzione, e invece, come canta Vasco, siamo ancora qua, vivi e vegeti”.
Il racconto
“La Casasco e Nardi nacque come casa di spedizioni doganali nel 1935. I fondatori furono Agostino Casasco e Antonio Nardi e a loro, già dagli inizi, si unì mio nonno, Giovanni Pitto. In realtà come società di fatto esisteva dal 1931 e il 15 gennaio 1932 venne registrata alla Camera di Commercio di Genova. Sono sempre state tre famiglie a gestirla, a Nardi è subentrato il genero Adriano Rossi e nel 1992 è entrato Gianluigi Ravera, il testimone è passato da una generazione alla successiva. Mio padre Andrea, laureato in Economia e Commercio, entrò a metà degli anni Sessanta: nel 1968 siamo diventati una Srl e nel 2000 una Spa. Il mestiere si respirava in casa, lui portava gli affari in famiglia, a volte con lunghi silenzi se qualcosa andava storto, a volte spiegando i problemi, il cliente che non pagava, il porto in sciopero, la dogana a singhiozzo. Quando i compagni di classe mi chiedevano che lavoro facesse mio padre ero prontissimo, rispondevo subito: lo spedizioniere in porto. Lui era molto dedito al lavoro, si andava in vacanza una settimana l’anno, a settembre. Furono anni di crescita: la società, ancora piccolina, aprì nuove filiali a Livorno e a Milano.
Il mestiere si respirava in casa, lui portava gli affari in famiglia, a volte con lunghi silenzi se qualcosa andava storto, a volte spiegando i problemi, il cliente che non pagava, il porto in sciopero, la dogana a singhiozzo
Sono il primogenito, come mio padre mi sono laureato in Economia e Commercio con una tesi sullo shipping, sulle compagnie di navigazione giapponesi: il settore marittimo mi interessava. Rimasi in università per due anni come assistente, per un periodo tenni un piede qui e un piede lì ma il percorso accademico era incerto e tutto sommato il sacro fuoco della ricerca lontano da quel che vedevo in porto. Mio padre mi pose davanti a un bivio, ‘devi decidere’ mi disse e io optai per l’azienda. Entrai nel 1997, a 27 anni: iniziai aprendo il booking. Allora si usavano ancora il telex e il telefono, alla sera si usciva distrutti dalla quantità di telefonate, peggio di un call center. Si risolveva tutto al telefono poi si spedivano i fax: quelli urgenti subito, gli altri durante la notte, la mattina si raccoglievano le risposte. Tolsi la copertina dall’unico computer che avevamo e cominciai a usare gli indirizzi mail. Il mio era un compito da impiegati: quando la società iniziò a ingrandirsi entrarono dei commerciali, nel 1999 aprimmo l’ufficio in Cina, a Shanghai – dove è tuttora -, seguì New York. Aggiungevamo e toglievamo filiali, inseguendo il business. Nel 2000 avviammo anche una società di trasporto su gomma, poi ne comprammo altre piccoline fino ad avere qualche decina di mezzi.
Allora si usavano ancora il telex e il telefono, alla sera si usciva distrutti dalla quantità di telefonate, peggio di un call center. Si risolveva tutto al telefono poi si spedivano i fax: quelli urgenti subito, gli altri durante la notte, la mattina si raccoglievano le risposte. Tolsi la copertina dall’unico computer che avevamo e cominciai a usare gli indirizzi mail
Mio padre era il presidente, gli altri due soci gli amministratori delegati. Nel 2004 lui mancò e si aprì un periodo difficile, era il collante della società: seguirono anni di transizione generazionale, di assestamento, ma intanto continuavamo a crescere. Presidente divenne Adriano Rossi e io assunsi la carica di amministratore delegato. In quel periodo, nel 2005, acquistammo questo Palazzo, allora era di proprietà di uno degli eredi della famiglia Cambiaso: in stato di semi abbandono, dentro non c’era nulla, salvo l’imponente lampadario di Murano e quattro torciere. L’anno prima a Genova, capitale della cultura, erano state restaurate le facciate dei Palazzi di via del Campo: noi abbiamo ripristinato tutti gli interni, sotto la direzione e l’occhio attento della Sovrintendenza, in particolare il quarto e il quinto piano, i piani nobili con gli affreschi del Seicento di Domenico Piola. Siamo entrati nel 2008. Naturalmente abbiamo anche gli uffici in porto.
Più di recente, nel 2024 abbiamo acquisito una storica società genovese, la GDT Logistics, che opera con spedizioni internazionali marittime, aeree e terrestri, e l’anno scorso siamo entrati con una quota di minoranza in OTIM, che diventerà di maggioranza nell’arco di due anni. Sono degli specialisti delle fiere, servono gli espositori che vanno alle manifestazioni, fanno full container, è una nicchia interessante. E abbiamo un’altra società specializzata nel refrigerato, importiamo carne e pesce da Sud America, Far East e Africa, anche questa una nicchia di forte specializzazione molto promettente. Stiamo crescendo attraverso nuove acquisizioni perché vogliamo arrivare a dimensioni e volumi tali da impiegare pienamente le nostre società di servizi e dogane e avere un maggior potere nell’acquisto degli spazi. Dai 50 dipendenti di non molti anni fa, ora in Casasco e Nardi tocchiamo i 250: siamo una media azienda concentrata in particolare sulle spedizioni marittime e con volumi crescenti nei container. Offriamo soluzioni logistiche d’avanguardia, con un team giovane e dinamico: nel gruppo anche mio fratello e mia sorella sono partner”.
Stiamo crescendo attraverso nuove acquisizioni perché vogliamo arrivare a dimensioni e volumi tali da impiegare pienamente le nostre società di servizi e dogane e avere un maggior potere nell’acquisto degli spazi. Dai 50 dipendenti di non molti anni fa, ora in Casasco e Nardi tocchiamo i 250
L’associazione
“Poco dopo l’ingresso in azienda nel 1997 mi sono iscritto al gruppo giovani di Spediporto Genova: volevano allargare la partecipazione e nel 1998 sono stato eletto Presidente. Dopo mi sono candidato al consiglio direttivo di Spediporto, sono entrato subito e nominato Vice Presidente. Da bambino ho fatto lo scout, l’associazionismo è sempre stato nelle mie corde. Dopo i due mandati a Genova, dal 2016 al 2022, ho fatto il salto a livello nazionale, nel Consiglio di Fedespedi. Prima come Vice Presidente di Silvia Moretto, poi al termine del suo mandato mi sono candidato a Presidente e sono stato eletto. L’anno scorso mi hanno riconfermato.
Perché scegliere di essere parte attiva di un’associazione? Certo non per avere, per trarre dei vantaggi, dei ritorni personali o per l’azienda, ma per dare, perché più dai, tanto più ricevi. Le soddisfazioni sono altre, su altri piani. A Genova entrai spinto dalla curiosità, volevo capire cosa si riuscisse a combinare, come categoria, lavorando tutti insieme: la mia è una media azienda, da solo non hai la forza per smuovere le acque e fare lo spedizioniere senza una dimensione associativa è impensabile. Spediporto è un’associazione forte, radicata nella comunità portuale, presente e molto strutturata, dagli agenti marittimi ai terminalisti: il porto è un aggregatore, abbiamo tutti gli stessi problemi, il che ci porta a lavorare assieme per risolverli. Prendiamo la digitalizzazione: le piccole imprese ricevono vantaggi importanti dalla partecipazione, grazie a un hub telematico che le aiuta.
Il bilancio della mia esperienza genovese è stato assolutamente positivo: ho conosciuto persone interessanti, costruito relazioni importanti sia di lavoro che personali, trovato amici. Noi spedizionieri siamo molto operativi, siamo nel qui e ora mentre a livello associativo puoi costruire progettualità di più lungo respiro, in qualche coniughi anche un aspetto di studio, quel che mi aveva attirato ai tempi dell’Università.
Veniamo a Fedespedi: il livello nazionale è diverso, più difficile perché più distante dalle problematiche del territorio. In compenso il campo di gioco si allarga, si acquista una visione d’insieme e si apre un mondo diverso dove le questioni vengono gestite a un livello più alto: nei rapporti con i Ministeri, Infrastrutture e Trasporti, Esteri, delle Imprese e del Made in Italy, dell’Economia per le dogane, nel confronto con le burocrazie, il governo e con le associazioni sovranazionali, CLECAT e FIATA. Poi devi cercare di trovare una sintesi con le tante sigle, tuttora in aumento, che affollano il settore, a prescindere dall’appartenenza. Se vai al confronto con i decisori politici in ordine sparso non ottieni granché. Sempre alla rincorsa delle nuove normative, per cercare di essere sentiti prima che i provvedimenti vengano scritti. Costruendo un’alleanza con l’industria, la domanda comanda, così che non si riduca tutto al solo prezzo ma ci si confronti per migliorare l’efficienza nella catena logistica. Penso alla ‘congestion fee’ in porto a Genova che non ha risolto nulla. Di questi anni voglio ricordare anche il gran lavoro che abbiamo fatto con l’ufficio per il bando sulla digitalizzazione di Ram, il LogInBusiness: 105 nostre aziende associate hanno avuto i loro progetti approvati per un totale di quasi 23 milioni, l’8% di tutti i progetti finanziati.
Il livello nazionale è diverso, più difficile perché più distante dalle problematiche del territorio. In compenso il campo di gioco si allarga, si acquista una visione d’insieme e si apre un mondo diverso dove le questioni vengono gestite a un livello più alto
Molte le sfide che ora ci aspettano in questo mondo caduto in preda al caos, dal Covid in poi è stato uno stormo di cigni neri, dalle guerre ai dazi. Noi spedizionieri siamo sempre dati in via di estinzione invece siamo vivi e vegeti. Il settore è in forte evoluzione e sta attraversando una fase di consolidamento visto che è estremamente frammentato, pur godendo di buona salute. Quindi la prima sfida è la dimensione delle imprese: se sei troppo piccolo non riesci a essere compliant, esci dal radar dei clienti. La seconda è il ricambio generazionale, il passaggio del testimone alla prossima generazione, evitando di farci comprare dagli stranieri. La terza è la digitalizzazione, i clienti sono sempre più nativi digitali e noi dobbiamo essere pronti: la tecnologia è più democratica e sul cloud si trovano soluzioni senza grandi investimenti, ma bisogna avere le conoscenze per utilizzarle. La professionalità rimane top: nel mondo globalizzato e sempre più complesso da decodificare le dogane sono tornate cruciali, a partire dal dual use, come la normativa non discale. In questo scenario delle spedizioniere c’è più bisogno ma occorre sapere fare la regia, organizzare i traffici, avere le competenze.
In questo nuovo mondo sottosopra, sempre più turbolento, Fedespedi si è sganciata dalla logica stretta di infrastrutture e trasporti e ha messo al centro delle proprie assemblee i due temi che giudica fondamentali: la merce, nel 2024, e subito dopo, nel 2025, le persone. La merce, come l’acqua, trova sempre la via per arrivare a destino, sta a noi organizzare i servizi adeguati ad accompagnarla. Le persone sono la risorsa indispensabile per farlo, solo con le conoscenze e le competenze si arriva al risultato. E in questo lo spedizioniere resta dominus. Da qui i nostri sforzi sulla formazione, la quarta sfida, altrimenti in futuro ci contenderemo le persone. Dobbiamo attrarre i giovani e trattenerli, a partire dalle retribuzioni, dai benefit e dal welfare aziendale. Quest’anno festeggiamo gli 80 anni. Brindiamo a una lunga vita.


