Quando si dice il peso degli anni. Eppure, la “Francesco Parisi Casa di Spedizioni Spa”, aperta nel 1807 a Trieste come “casa di commercio” da un giovane ambizioso per “la vera soddisfazione de’ nostri amici”, così recita l’annuncio appeso all’ingresso, ha superato di slancio i due secoli di vita. L’anno è immortalato sulla facciata del palazzo, costruito nel 1880 proprio di fronte alla stazione dei treni: nell’atrio porta scolpito il motto della famiglia “Perseverando vincis” e all’interno conserva l’open space originale a vista, divisorie a vetro incastonate in cornici di legno. Lungo il corridoio le targhe d’epoca ancora indicano le funzioni dei vari uffici: contabilità, coloniali, cassa… Due secoli di vita che in controluce raccontano la storia politica ed economica dell’Europa, le guerre e i boom, le salite e le discese.

Lui porta il nome del fondatore, Francesco, come diversi degli antenati della famiglia Parisi che ci osservano curiosi e compunti dalle pareti nei loro abiti migliori, vera galleria di ritratti che mostra il passaggio di testimone tra le generazioni che hanno governato l’azienda dall’inizio dell’Ottocento. Riuscendo nell’impresa di mantenerla viva, in crescita e con un Parisi alla guida, pur liquidando, via via, le uscite negli anni dei vari discendenti. Nascita a Milano, residenza a Venezia, inizi a Vienna e New York, poi Monaco e Trieste, Francesco Parisi dal 2013 al 2015 è presidente della FIATA, l’Associazione mondiale a cui aderisce Fedespedi, dopo una lunga gavetta ed essere stato segretario generale di Clecat – l’Associazione europea – nel biennio 2012-2013.
Il racconto
“Soffiava il vento napoleonico, erano anni di fermento, e Francesco Parisi sceglie di cercare fortuna a Trieste: la filanda di famiglia a Rovereto soffriva la crisi del baco da seta. La città era il porto dell’impero, città franca, cosmopolita, aperta a tutte le etnie e religioni, arrivavano navi da tutto il mondo. Apre la casa per gestire commerci per ‘la soddisfazione’ degli amici, che negli anni si trasformano in clientela stabile. Il primo importante sviluppo arriva nella seconda metà dell’Ottocento, a partire dal 1857 con l’inaugurazione della Ferrovia Meridionale tra Trieste e la capitale: apriamo la filiale di Vienna e diventiamo a tutti gli effetti un’impresa internazionale. Seguivamo le spedizioni in importazione di materie prime e coloniali, cotone, caffè, cacao, spezie, ed in esportazione di legname e di manufatti diversi. Venezia, Praga e Monaco, le filiali salgono a otto. Diventiamo specialisti del cotone: le borse di Brema e Liverpool usano i campioni certificati dal nostro laboratorio di analisi nelle controversie sul peso allo sbarco che oppongono acquirente e venditore. Intanto il peso dei traffici, con lo sviluppo industriale della Pianura Padana, si sposta verso Genova, dove insediamo una nuova sede a cui affianchiamo presto Milano. Nel 1907 festeggiamo i cento anni con la costruzione del palazzo di fianco a questo come residenza della famiglia, con un ponte (dei sospiri? ndr) di collegamento. La regola per garantire la continuità dell’azienda di famiglia è: sei socio se ci lavori e se te lo meriti. Per fare affari gli uomini della famiglia andavano per una settimana a cavallo a caccia nei dintorni di Budapest, allora capitale industriale dell’impero, con le famiglie dell’aristocrazia e della grande industria alpino danubiana. Oggi il golf ha sostituito la caccia, sempre affari si fanno.
La regola per garantire la continuità dell’azienda di famiglia è: sei socio se ci lavori e se te lo meriti
La Prima Guerra Mondiale doveva durare mesi, invece si trascina per anni, le attività dell’azienda vanno in stallo: per tenere i dipendenti e le loro competenze continuiamo a pagarli. Usammo le azioni della Ras, la Riunione Adriatica di Sicurtà, fondata a Trieste nel 1838, di cui eravamo soci, c’era sempre qualcuno della famiglia in Consiglio, le usammo tutte. Finita la guerra l’Impero si fraziona in tanti staterelli, tornano i confini e le dogane, riorganizziamo le attività, che intanto erano in ripresa: la Parisi apre e chiude sedi in tutta l’Europa Occidentale e Orientale seguendo i traffici. Intanto Genova diventa sempre più strategica mentre Trieste declina. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale sull’Europa cala la cortina di ferro: perdiamo metà dell’organizzazione, tutti gli uffici a Est di Trieste, 14 tra Jugoslavia, Ungheria, Repubblica Ceca, Germania Est. L’Ungheria ci riconosce un indennizzo per l’esproprio delle attività: abbiamo ricominciato così, con il groupage dei camion per Budapest. Nel 1949, un anno dopo l’avvio del Piano Marshall, mio nonno, temendo la mala parata in Europa, decide di aprire nuove filiali a New York, negli Usa, e a Buenos Aires in Argentina per entrare negli scambi tra l’Europa e oltreatlantico. Sono gli anni del boom economico e la ditta Parisi ricostruisce i propri circuiti d’affari rispetto ai nuovi baricentri del commercio internazionale.
Con la fine della Seconda Guerra Mondiale sull’Europa cala la cortina di ferro: perdiamo metà dell’organizzazione, tutti gli uffici a Est di Trieste, 14 tra Jugoslavia, Ungheria, Repubblica Ceca, Germania Est.
Arriviamo così a fine anni ’70, il mio tempo. Il nonno Piero viveva a Venezia, dove il bisnonno si era trasferito da Trieste, ma mio padre era stato mandato a presidiare la sede di Milano: i grandi agenti cotonieri e le grandi case di allora erano a Milano. Io sono nato lì, mia madre era milanese, lì mi sono laureato in Giurisprudenza all’Università Statale. Sono entrato nella ditta a 25 anni, nel 1977, dopo 24 mesi di servizio militare in Marina: papà mi manda subito a Vienna a imparare il mestiere e un anno dopo, nel 1978 mi spedisce a New York. Sono gli anni della presidenza di Jimmy Carter. Mi iscrivo al Master della Business School di New York, al corso per studenti lavoratori con la raccomandazione di un professore italiano, Feliciano Benvenuti. Ero con mia moglie, veneziana: lavoro, studio, mi diverto, ci trovo Augusto Cosulich,anche lui con la moglie. Ufficio a downtown Manhattan, magazzino a Jamaica, a servizio dell’area cargo dell’aeroporto Kennedy. Eravamo il primo caricatore per Malpensa del JFK: avevamo tutto il traffico dell’alta tecnologia del settore aerospaziale, merce soggetta a licenza. Lavoravamo con GE, con i costruttori di elicotteri, con tutta l’industria aeronautica italiana: la merce veniva consegnata in magazzino, aspettavamo la licenzia per partire, compilavamo l’elenco delle spedizioni in giacenza quel giorno e trasmettevamo le informazioni all’ufficio di Milano via telex. A New York sono rimasto due anni, non ho mai finito il Master: nella primavera del 1980 papà mi richiama, una settimana prima della nascita del mio primo figlio Tomaso. Poco più di un anno dopo mio zio chiuse tutta l’attività all’aeroporto e liquidò la società: non voleva sottostare alle pressioni del sindacato infiltrato dalla mafia locale. Il rigoroso rispetto dell’etica aziendale è sempre stata la caratteristica distintiva della Francesco Parisi: non abbiamo mai avuto nulla da nascondere, abbiamo sempre lavorato nella massima trasparenza.
Sono entrato nella ditta a 25 anni, nel 1977, dopo 24 mesi di servizio militare in Marina: papà mi manda subito a Vienna a imparare il mestiere e un anno dopo, nel 1978 mi spedisce a New York.
Tornato in Italia vado a Monaco di Baviera per quattro anni, lì nasce il mio secondo figlio poi torno a Trieste. Nel 1984, a 32 anni, la famiglia mi nomina direttore generale: mi chiedo se tornare a Milano, spostando anche la sede. Nel 1989 cade il muro, la storia si rimette in moto a gran velocità, cambiamenti sconvolgenti, i Paesi dell’Est che entrano nella Ue dal 2004 in poi. Meglio restare a Trieste. Nel 2000 il Primo Pacchetto ferroviario europeo – una Direttiva UE – apre il mercato dei treni merce alla concorrenza. Trieste è a soli 500 chilometri da Monaco e a 700 chilometri da Amburgo: cambia tutto, il porto di Trieste, con la ferrovia, ridiventa competitivo. Intanto, dopo Israele, nel 2004 piantiamo le nostre radici in Estremo oriente e apriamo la sede di Hong Kong: ci sono andato tra il 1988 e il 1989 e ho trovato la stessa energia effervescente, positiva che mi aveva colpito a New York. Nel 2007 ho aperto una società paritetica, 50% ciascuno, con un socio cinese: serviamo dalla Corea all’India, alla Malesia, Thailandia, Singapore, Taiwan, Giappone e Filippine, società grande venti volte quella italiana. Non solo non trasferisco la sede a Milano, inizio a investire in settori affini e diventiamo terminalisti portuali: deteniamo una quota della Piattaforma Logistica Trieste, che vede HHLA Amburgo come socio di maggioranza.
Nel 2007 ho aperto una società paritetica, 50% ciascuno, con un socio cinese: serviamo dalla Corea all’India, alla Malesia, Thailandia, Singapore, Taiwan, Giappone e Filippine, società grande venti volte quella italiana
Ora siamo all’ottava generazione della Francesco Parisi: abbiamo 1.300 dipendenti, di cui oltre 300 in Italia, e 43 uffici nel mondo più diverse partecipazioni di minoranza. Facciamo il 30% di fatturato di seafreight e il 26% di contract logistics, è il segmento su cui investiamo di più con contratti almeno triennali: parlo di magazzini tecnologicamente avanzati con lavorazioni che si intrecciano alle ultime fasi della manifattura. Le nostre soluzioni sono “tailor made’”.
L’Associazione
“La Francesco Parisi è sempre stata presente in diversi contesti territoriali, per cui non ho mai avuto ruoli apicali in quel contesto. Il mio interesse era ed è sull’attività marittima e sull’internazionale. La mia prima esperienza fu nel consiglio di Fedespedi, a Milano dal 1995 al 2002. Nel frattempo, ero entrato nella commissione marittima di FIATA, come rappresentante di Fedespedi: dopo una lunga gavetta, 18 anni, nel 2013 al Congresso di Singapore mi ha eletto Presidente. Appena prima, nel 2012, 2013 ho svolto la funzione di segretario generale di CLECAT, l’Associazione europea. Di FIATA sono stato il secondo presidente italiano, dopo Aldo Da Ros, che ha ricoperto la stessa carica nel 2001-2003: entrambi del Nord Est. Entrambi ora membri del COPP, il Council of Past President, quasi una chat tra vecchi amici. Nel 2008 sono finito anche io nell’indagine dell’Antitrust dopo l’esplosione dei costi del trasporto stradale: avevo messo a disposizione il mandato in FIATA ma mi hanno confermato.
L’associazione mondiale è un osservatorio privilegiato: si incontrano persone da tutto il mondo e l’aspetto di networking è di forte intesse, non solo sotto il profilo professionale ma anche culturale. A ottobre il Congresso che celebra i cento anni di FIATA si terrà in Italia: un grande privilegio. Lo onoreremo
La vita associativa è davvero importante per gli spedizionieri: il settore è molto frammentato, da soli non riusciamo a farci sentire, considero Fedespedi un pregio per la reputazione delle piccole e medie aziende. Basta guardare ad Amburgo, ad Hong Kong, a Singapore: ci sono migliaia di aziende ed essere parte di un’Associazione consente di far sentire la propria voce. Grazie a questa appartenenza firmiamo i contratti collettivi di lavoro, usiamo i documenti FIATA aggiornati, supporto importante alla nostra attività, ci avvantaggiamo dell’attività di formazione. Il diploma FIATA è di straordinario interesse per le associazioni nazionali: chi ha seguito questi corsi ti capisce, che stia in Namibia, in Norvegia o nella Terra del Fuoco. FIATA non entra nelle questioni nazionali, segue le evoluzioni normative da un punto di vista globale, quelle che hanno un impatto sul commercio globale. L’associazione mondiale è un osservatorio privilegiato: si incontrano persone da tutto il mondo e l’aspetto di networking è di forte intesse, non solo sotto il profilo professionale ma anche culturale. A ottobre il Congresso che celebra i cento anni di FIATA si terrà in Italia: un grande privilegio. Lo onoreremo”.
Un’ultima annotazione: al nostro incontro Francesco Parisi si presenta con la cravatta giallo paglierino chiaro che celebra i cinquant’anni di Fedespedi. Quando si dice la cura dei dettagli.
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