Da dove si comincia a raccontare la storia della Savino Del Bene, salde radici fiorentine, un inizio nel 1899 come agenzia per la vendita dei passaggi nave da Genova e Napoli verso le Americhe, 125 anni festeggiati nel 2024 dopo aver attraversato due guerre mondiali, le crisi cicliche dell’economia, la globalizzazione fino a diventare un colosso da 3 miliardi di fatturato? Tanto forte da competere con i top player della logistica e delle spedizioni internazionali, Kuehne+Nagel, DSV, DHL. Loro non ci considerano, dal momento che siamo dieci volte più piccoli. Ma ricordiamo il nostro motto: “forti come i grandi, flessibili come i piccoli”. Un vero campione nazionale. O meglio, da dove si comincia a raccontare la vita di Paolo Nocentini, 85 anni, le redini della società ben strette in mano, che l’ha portata da una trentina a 6.500 dipendenti, 224 uffici in 60 Paesi nel mondo? Una storia e una vita testimoni dell’eccellenza italiana, della costruzione paziente e costante nel tempo di una multinazionale dei servizi. Che batte bandiera italiana, in un settore dominato dagli stranieri.
“Niuna impresa per minima che sia può avere cominciamento e fine senza queste tre cose: cioè senza sapere, senza potere, senza con amore volere“, scritto da un anonimo fiorentino del XII secolo, riprodotto sulla parete di Villa Taddei, sede della Savino Del Bene
Di sé, dice di essere stato “parecchio comunista”, che a Firenze non è poi così strano, tanto che la sua Radio Utopia apre le trasmissioni con ‘Bella ciao’, un comunista diventato padrone, “mi chiamava così la mia mamma, per dirmi che avevo cambiato bandiera”, cercava, sempre e comunque, di migliorare l’attività” e mantenere viva e sana l’azienda. Comunista lo è stato davvero nella suddivisione delle quote azionarie, dall’inizio ha spartito in parti uguali con “i compagni di avventura” che insieme a lui nel 1978 hanno rilevato la Savino Del Bene dal figlio del fondatore: prima il 20%, poi il 25% e infine il 50% ed ora al 75%. Comunista e caustico, spigoloso e sarcastico come solo i fiorentini sanno essere. Ci riceve a Villa Taddei, la palazzina del Seicento a Scandicci che ha restaurato e dal 1985 è sede degli uffici: pavimenti di cotto, soffitti a cassettoni, un enorme lampadario di Murano sullo scalone d’accesso, poi tappeti, carte geografiche, un grande mappamondo, oggetti d’arte, fiori freschi. E un motto sulla parete: “Niuna impresa per minima che sia può avere cominciamento e fine senza queste tre cose: cioè senza sapere, senza potere, senza con amore volere”, scritto da un anonimo fiorentino del XII secolo.
Il racconto
“Sono nato il 7 aprile del 1941 e nel 1957, a 16 anni, sono entrato alla Savino Del Bene, via delle Terme, centro di Firenze. Io volevo studiare, a scuola me la cavavo bene ma mio padre, operaio specializzato in una società di telefoni, mi spiegò che due figli a studiare non se li poteva permettere. Aveva installato un nuovo centralino telefonico alla Savino Del Bene così chiese ad Alessandro, il figlio del fondatore, se avesse bisogno di un centralinista, lui conosceva un ragazzo che faceva al caso suo. Sono entrato controvoglia. Provai a chiedere al titolare il permesso di frequentare i corsi serali per perito tecnico, che iniziavano alle 18.00 mentre io finivo di lavorare alle 19.00, ma me lo negò. Chissà, forse meglio così. Questo impiego da centralinista mi sembrava un lavoretto, avevamo cinque linee, non ero bravo, perché sapevo usare poco il telefono, non ce l’avevo a casa. Mi occupavo anche dell’archivio e la sera portavo la posta alla sede centrale delle poste. La prima paga fu 27mila lire.
Sono entrato controvoglia. Provai a chiedere al titolare il permesso di frequentare i corsi serali per perito tecnico, che iniziavano alle 18.00 mentre io finivo di lavorare alle 19.00, ma me lo negò. Chissà, forse meglio così.
Poi capitò l’occasione e mi promossero da apprendista a impiegato: ero a supporto del reparto spedizioni, facevo i cubaggi, ovvero calcolavo il volume delle casse, allora si spedivano casse, e lo passavo a quello che poi compilava le fatture ai clienti. Le calcolatrici c’erano, ma erano più lente perché meccaniche, usavo un libro dei cubaggi stampato a Parigi, lo conservo tuttora. L’azienda era corretta, mi aveva messo a libretto: era un’attività vicino allo spedizioniere odierno, facevamo principalmente spedizioni marittime. Lavoravamo già con gli Stati Uniti, Firenze è sempre stata una città cara agli anglosassoni, prima agli inglesi poi agli americani, anche per la nostra propensione al commercio: qui c’erano gli uffici dei più grandi gruppi di acquisto americani: compravano in giro per l’Italia, artigianato, vetri di Murano, ceramica, oggettistica, l’alabastro di Volterra, scarpe, cappelli. Ora si spedisce tanta meccanica oltre alla moda, il lavoro è radicalmente cambiato.
A 21 anni sono andato soldato, 15 mesi, tornato dopo tre mesi dal congedo mi sono sposato e nel 1965 ho avuto il primo figlio. Ero sempre addetto ai cubaggi ma aggiungevo di mia iniziativa anche da dove arrivava la merce e dove andava, facilitando il lavoro di chi veniva dopo. Ho sempre cercato di migliorare il mio lavoro e l’attività dell’azienda, è una mia caratteristica positiva, magari non coerente con il mio essere comunista, ma in fondo volevo solo migliorare. A quel tempo si diceva “padrone”, non “imprenditore” e io, con il mio impegno, facevo gli interessi del padrone. Anche se non capivo bene, continuavo nel mio impegno, una cosa giusta e fatta bene andava fatta. Nel 1978 appena seppi del sequestro Moro proclamai lo sciopero in azienda. Intanto facevo carriera, impiegato di 1° poi nel 1969, a 28 anni, il titolare mi nominò procuratore della società, avevo la firma, è una importante responsabilità, dirigevo il reparto marittimo, di sicuro l’attività più importante. In quel periodo aprimmo i primi uffici italiani a Napoli, ce lo imposero i produttori di guanti e di ceramiche di Capodimonte, oggi spediamo pasta e pomodori, poi aggiungemmo Milano e Livorno. Sempre nel 1969 Alessandro Del Bene vendette l’azienda a una società di Prato, che mise un suo direttore generale, in qualche modo fui scavalcato anche se la mia influenza cresceva, fino a che non dette le dimissioni perché le cose non giravano e nel 1972 presi il suo posto. Cominciai a cambiare, la mossa più importante fu sbarcare negli States, invece di dipendere dalle decisioni che gli americani prendevano attraverso i buying office italiani, parlavamo direttamente con i capi: nel 1975 aprimmo New York, a cui seguirono dopo qualche anno Dallas, Houston, Los Angeles e San Francisco, per stare più vicino a chi decideva del nostro lavoro.
Intanto facevo carriera, impiegato di 1° poi nel 1969, a 28 anni, il titolare mi nominò procuratore della società, avevo la firma, è una importante responsabilità, dirigevo il reparto marittimo, di sicuro l’attività più importante
Poi nel 1978 si presentò la possibilità di comprare la Savino Del Bene: il socio di maggioranza era in cattive acque e non vedevo altra via per salvare l’azienda, diventai imprenditore perché non potei fare altrimenti. Io e altri quattro dirigenti amici mettemmo a disposizione i pochi soldi che avevamo, ci indebitammo, firmammo tante cambiali, e ognuno ebbe il 20% delle quote societarie. Così cominciò l’avventura: via via che vedevamo delle opportunità le prendevamo, la nostra strategia era crescere e crescere, presidiare il territorio. Presi il comando dell’impresa, avviammo anche le spedizioni aeree: all’aeroporto Kennedy avevamo un magazzino dove sdoganavamo, spacchettavamo la merce e consegnavamo. Ci siamo allargati piano piano, allora la moda e le scarpe comandavano, noi garantivamo tempestività poi sono entrati i computer, i processi informatici che velocizzavano le operazioni. Contemporaneamente sviluppammo la nostra presenza anche in Italia ed aprimmo le nuove sedi nei distretti industriali, strategici per supportare l’export dei prodotti Made in Italy. Qualche bilancio chiudeva meglio, qualcuno peggio ma abbiamo sempre guadagnato, nonostante i venti, talvolta avversi, che soffiavano fuori.
Nel 1978 si presentò la possibilità di comprare la Savino Del Bene: il socio di maggioranza era in cattive acque e non vedevo altra via per salvare l’azienda, diventai imprenditore perché non potei fare altrimenti.
Nel 1993 il numero due dell’azienda, uno dei soci, un carattere diverso, che soffriva la mia leadership, scelse di uscire vendendo le sue quote: a quel punto ci spartimmo il suo 20% ciascuno ed arrivammo al 25% per ognuno dei quattro. Continuavamo a spingerci lontano, un anno dopo inaugurammo nostri uffici in Asia, prima in Cina e Giappone, poi Indonesia, India e Singapore. Nel 1996 decidiamo di fare il nostro ingresso alla Borsa di Milano, quotiamo poco meno della metà. Era nel frattempo morto in un incedente uno dei soci, Marcello Vitali. Rimasero così tre soci operativi e gli eredi di Marcello Vitali. Intanto proseguiva il processo di globalizzazione della società: l’esperienza Oltreoceano si allargò con l’apertura della prima sede in Brasile, a San Paolo e questo segnò l’inizio della nostra espansione in Sud America.
Nel 2003 Silvano Brandani ed io decidemmo il de-listing con un’operazione di management buy-out attraverso il lancio di un’offerta pubblica di acquisto. Questa operazione portò un deciso rafforzamento della compagine azionaria, dando più stabilità e concretezza di gestione, rimanemmo io e Silvano Brandani, due soci al 50% ciascuno. Continuammo ad ampliare il network con una politica mirata di acquisizioni in Messico, Costa Rica, Panama e Colombia. A quel punto ci eravamo affermati come una multinazionale leader di settore per la capacità di fidelizzare i nostri clienti e fornire soluzioni flessibili e personalizzate per tutti i settori. Avevamo e abbiamo una forza importante in termini di volumi da poter negoziare al meglio con i vettori. Non ho mai voluto investire in maniera rilevante nei mezzi di trasporto. Ho preferito investire sulle persone, sulle competenze, con gli uffici mantengo contatti diretti, credo nella territorialità, nello stare accanto al tessuto imprenditoriale locale. Nel 2014, alla morte a 74 anni del mio socio ed amico Silvano Brandani, siamo stati insieme per oltre 50 anni senza mai uno screzio. Poi i figli di Silvano mi hanno chiesto di acquistare la loro quota del 50%. Io ne ho comprato il 27% e la MSC il 23%. Mio figlio Fabio è diventato Vice Presidente.
Non ho mai voluto investire in maniera rilevante nei mezzi di trasporto. Ho preferito investire sulle persone, sulle competenze, con gli uffici mantengo contatti diretti, credo nella territorialità, nello stare accanto al tessuto imprenditoriale locale
Negli ultimi anni abbiamo continuato a rafforzare la nostra società: competiamo con i principali gruppi mondiali mentre in certi segmenti ce la vediamo anche con gli spedizionieri più piccoli. Nel 2024 abbiamo festeggiato un gran bel traguardo, i 125 anni di attività: sono il risultato del duro lavoro, dell’impegno e della passione dei nostri dipendenti, dei nostri clienti e dei nostri partner. Il futuro, lo sviluppo del domani non sarà negli Stati Uniti, anche se continueremo a presidiarli con tutte le nostre forze, ma nel Sud del mondo, in America Latina, Asia e Africa, nella fascia oggi più povera. Se guardo a come si muovono i flussi ci vorranno anni, ma quello sarà l’approdo. E noi siamo già in Nord e Sud Asia, in India, nelle Filippine, in Australia e in Sud America. Siamo pronti ad intercettare i flussi crescenti.
Perché, a 85 anni, resto al timone? Sento che ce n’è bisogno, l’azienda ha ancora bisogno di me, sono quello che gestisce le grane, sono il ricettacolo dei problemi. Li risolvo velocemente, bypassando le inevitabili burocrazie aziendali. Forse ho il privilegio, dal mio punto di osservazione, di dirigere la barca verso porti sicuri. Ammetto che nell’ultimo paio d’anni qualche volta il mio ruolo mi ha pesato. Nonostante le terre che coltivo e che giro appena posso, di mattina presto e al sabato, nonostante la radio, nonostante la squadra di volley femminile, la Savino Del Bene Volley ha vinto il Mondiale per Club lo scorso dicembre in Brasile (avete presente la Antropova, che ha vinto i mondiali femminili? ndr.). Con quel che accade nel mondo fare lo spedizioniere oggi è molto interessante, come ieri e mi appassiona ancora. Capita di doverti inventare qualcosa di nuovo, una via che non è mai stata percorsa per portare a destino la merce. Per esempio, passare dal canale che collega il Mar Caspio con il Mar Nero.
L’Associazione
Nessuno può sostituire lo spedizioniere, i vettori marittimi non riescono a fare quello che facciamo noi, qualcuno, come Maersk, ci sta provando, gli altri scimmiottano. Gli specialisti siamo noi spedizionieri quelli che sanno le vie giuste, le modalità di trasporto migliori. Anche in questo settore ci sono processi di concentrazione, anche noi assorbiamo le imprese più piccole. Ci sono voluti 60 anni ma sono riuscito in quel che è sempre stato il mio intento: costruire un posto decente dove lavorare per migliaia di persone. All’Associazione auguro di continuare a fare gli interessi della categoria, a battersi perché il nostro ruolo, che è fondamentale per l’industria e il Made in Italy, venga sempre più riconosciuto. Da tutti.


