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Fedespedi, 80 anni di storie. “Bello essere parte di un meccanismo che fa viaggiare le merci del mondo nel mondo, ma oramai i giganti ci sovrastano”. Roberto Alberti, il livornese con la passione per il mare 

Una laurea in giurisprudenza a Siena, un tentativo da broker a Roma per tornare a Livorno, difronte al mare a fare lo spedizioniere nell’azienda di famiglia, la CIS, Centro Internazionale Spedizioni che tuttora Roberto Alberti guida, preparando la nuova generazione: la figlia Giulia con lo spin off ECO-CIS. Una storia e una riflessione sul mondo che cambia - le rotte nelle mani di pochi un unico valore: la competitività sul prezzo – che fa parte del volume “80 anni di storie – Uniti da una passione”, pubblicato da Fedespedi in occasione degli 80 anni dell’associazione festeggiati lo scorso 5 giugno a Genova, curato e scritto dalla giornalista Morena Pivetti, che ripercorre attraverso il racconto delle esperienze individuali le tappe più importanti dell’evoluzione di questo settore. Per gentile concessione di Fedespedi pubblichiamo alcuni racconti e video-interviste

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Seconda generazione di uno spedizioniere livornese salito a titolare da dipendente, fresco di laurea in Giurisprudenza lo aveva preso il genio di fare il mediatore di merci, il broker in giro per l’Italia. Ma, un po’ la difficoltà di intraprendere quel genere di professione, un po’ la magia del mare e del porto, un mondo affascinante che aveva frequentato fin da piccolo, lo hanno riportato a Livorno. Dove ha seguito le orme del genitore e fatto crescere la CIS, Centro Internazionale Spedizioni, azienda famigliare con sede proprio di fronte al mare, l’odore di salmastro portato dal libeccio fin dentro le narici. Ora Roberto Alberti guida la Casa di spedizioni rilevata dal padre e dallo zio e la prepara alla nuova generazione: la figlia Giulia è a capo di uno spin off, ECO-CIS, che gestisce rifiuti speciali.

Il libro edito per gli 80 anni di Fedespedi, scritto e curato da Morena Pivetti

Il suo racconto riflessivo, che a tratti tradisce la nostalgia per un universo scomparso, a tratti si fa critico, ripercorre le tappe del cambiamento che ha investito e sconvolto il settore delle spedizioni a partire dal 1995, il ciclone della globalizzazione e l’emergere di colossi sempre più grandi che dall’alto dei loro volumi e dei loro utili, dominano tutta la filiera. Prima l’impegno in Camera di Commercio a Livorno, seguito dalla Presidenza di Spedimar, l’associazione territoriale di Livorno, dal 2007 al 2013, e quindi di Fedespedi, dal 2015 al 2019, di cui era stato Vice Presidente, Alberti ha sempre vissuto la partecipazione ai diversi livelli dell’associazionismo con spirito di servizio, con la convinzione di fare qualcosa di utile per tutta la categoria. Ai giovani dice: “Per intraprendere questo mestiere non bisogna mai smettere di studiare, avere voglia di acquisire competenze sempre nuove, essere creativi”. 

Il racconto

“Mio padre, nato in Maremma, subito dopo la guerra si spostò a Livorno, dove frequentò l‘Istituto Nautico. Cercando lavoro, entrò casualmente in una ditta di spedizioni che lo mandò a imparare le operazioni doganali a Genova, dove erano più evoluti, fino a diventare dichiarante doganale. Fece rapidamente carriera, come spedizioniere era conosciuto e stimato tanto che fu promosso direttore di filiale della società per cui lavorava. Pur da dipendente gestiva l’attività come se l’azienda fosse di sua proprietà. Poi a un certo punto, nel 1980, un litigio con il proprietario lo portò a fare il gran passo: aprire una casa di spedizioni tutta sua, insieme al cognato e ad altri due dipendenti che condivisero l’avventura. Comprò la CIS, Centro Internazionale Spedizioni, che era stata chiusa: aveva un rapporto personale con i clienti, molti lo seguirono nella nuova azienda. Mantenne la posizione di capo ma divise le azioni in parti uguali con i tre compagni, a ognuno andò il 25%. Sei anni dopo, nel 1986, a 26 anni, sono entrato anche io, ma già dall’età di 18 anni avevo iniziato a frequentare l’ambiente del porto, facevo i lavori più umili, caricavo la merce, portavo le polizze, mi ingegnavo come fattorino. Intanto studiavo Giurisprudenza all’Università di Siena: non sapevo bene a cosa sarebbe servito, non avevo grandi passioni, pensavo però che sarebbe stato utile. Dopo la laurea tentai la strada del mediatore di merci a Roma, broker di cereali e sementi, ma mi resi conto presto che non avevo i mezzi per girare l’Italia in aereo dietro i potenziali affari. Tornai a Livorno, alla CIS, allora avevamo una decina di dipendenti, è sempre stata un’azienda famigliare.

Sei anni dopo, nel 1986, a 26 anni, sono entrato anche io, ma già dall’età di 18 anni avevo iniziato a frequentare l’ambiente del porto, facevo i lavori più umili, caricavo la merce, portavo le polizze, mi ingegnavo come fattorino

Ho scelto l’attività che mi sembrava più interessante, ho preso la patente di agente marittimo. Questo mestiere l’ho amato da subito: fin da piccolo mio padre mi portava in porto con lui, salivamo a bordo delle navi – oggi sarebbe impossibile per le regole che sono state introdotte –, trovavamo i carichi di vodka e caviale, i tessuti indiani su cui prendevamo i campioni, incontravamo i capitani stranieri, tornavamo a terra con la barca del pilota. Era un mondo affascinante, avventuroso, romantico, esotico, il mondo di Emilio Salgari. Nonostante tutte le difficoltà e gli anni, la passione è rimasta intatta: è bello essere parte di un meccanismo che fa viaggiare le merci del mondo nel mondo. CIS si occupava di cereali e fertilizzanti per l’agricoltura, gestiva sbarchi e imbarchi anche di carichi completi per le operazioni doganali. Poi allargammo la nostra attività anche al noleggio delle navi, all’assicurazione della merce, al controllo del carico: offrivamo un servizio a 360 gradi. Questa tipologia di merci oggi a Livorno non esiste più, il traffico si è spostato tutto su Ravenna, dopo la mucca pazza gli allevamenti sono spariti. Oggi continuiamo a gestire rinfuse, ma di altro tipo: ancora fertilizzanti, poi biomasse, argille, sabbie, bentoniti per l’industria toscana. Negli anni ’90 abbiamo allargato le nostre attività in porto e siamo diventati terminalisti: siamo entrati, con una quota del 40%, nelTerminal Calata Orlando, specializzato, appunto, in rinfuse. Man mano che i soci fondatori andavano in pensione mio zio acquisì le loro quote fino a quando nel 2013, con la morte di mio padre, sono rimasto io. In questi quarant’anni il nocciolo duro del mestiere dello spedizioniere non è cambiato, copriamo una parte della catena logistica, siamo tuttora il raccordo tra la merce e quel che viene prima e dopo, garantiamo competenze specifiche a servizio dei diversi cicli produttivi, instauriamo con i clienti un rapporto di fiducia non occasionale. Intanto, però, intorno a noi tutto è cambiato, il mondo dei traffici e del commercio mondiale ha subito una rivoluzione. Fare questo mestiere è sempre più difficile.

In questi quarant’anni il nocciolo duro del mestiere dello spedizioniere non è cambiato, copriamo una parte della catena logistica, siamo tuttora il raccordo tra la merce e quel che viene prima e dopo

Quando ho iniziato, lo spedizioniere gestiva liberamente l’organizzazione del trasporto fino a destino, ora siamo uno dei player, i giganti ci sovrastano. La globalizzazione, a cui si è aggiunto il Covid, ha portato alla concentrazione delle rotte marittime nelle mani di pochi, giganteschi vettori marittimi, che hanno invaso e occupato parte dei nostri spazi di manovra, di business. La selezione si è fatta via via più spinta, prima vincevano serietà, intraprendenza, competenza nel lavoro e nella soluzione dei problemi, ora è tutta questione di massa critica. Si è affermato un unico valore, la competitività sul prezzo, un valore che ha creato un mondo sbagliato, tutto il resto si dà per scontato e gratuito, il trasporto è gratis, la competenza è gratis, la pratica doganale è gratis. L’intera filiera finisce, come dire, strizzata. 

La selezione si è fatta via via più spinta, prima vincevano serietà, intraprendenza, competenza nel lavoro e nella soluzione dei problemi, ora è tutta questione di massa critica

Quando ho iniziato l’armatore guadagnava, l’agenzia marittima guadagnava, lo spedizioniere guadagnava, la compagnia portuale, i magazzini, i trasportatori guadagnavano, ora si fatica a guadagnare, solo quei pochi che stanno al vertice della catena incassano profitti esorbitanti. Quando ho iniziato le navi andavano dove c’era la merce, ed erano puntuali, ora sono le navi a decidere dove va la merce, se e quanto arrivare puntuali. A scatenare questo sconvolgimento sono state le decisioni del WTO nel 1995. Poi, dopo il crac dei sudcoreani della Hanjin Shipping, l’Antitrust europeo ci ha messo del suo con la deroga sulle alleanze tra compagnie marittime, deroga reiterata quando ormai gli effetti negativi erano stati riassorbiti dal comparto marittimo. Non dico che questi fenomeni non siano legittimi, ognuno fa il suo gioco, sottolineo però che sono mancate le regole, i limiti: toccava alla politica non distrarsi, porre un freno all’integrazione verticale della catena logistica. Ma, come dicevo, la passione è rimasta intatta, nonostante le difficoltà. Mia figlia Giulia si è appassionata ai rifiuti speciali, guida una nuova società, la ECO-CIS, in un settore dove il controllo della filiera è totale, dal trasporto alla destinazione finale. Un ambito molto competitivo, che le è piaciuto subito. Ora siamo in quattro della famiglia impegnati nella società, in totale arriviamo a venticinque addetti. Quella di contenere le dimensioni è stata una scelta, per mantenere l’azienda a carattere famigliare, ma stiamo progettando di crescere un po’ per avere la dimensione minima oggi indispensabile a restare sul mercato. La mia nuova sfida è organizzare l’azienda per il passaggio di mano alla prossima generazione. 

Mia figlia Giulia si è appassionata ai rifiuti speciali, guida una nuova società, la ECO-CIS, in un settore dove il controllo della filiera è totale, dal trasporto alla destinazione finale

A un giovane che volesse scegliere questo mestiere consiglio di studiare le lingue, sono indispensabili, di specializzarsi, di essere curioso di come va il mondo, di continuare a studiare e ad aggiornarsi, di avere inventiva nella risoluzione dei problemi, diversi ogni giorno. Vietato sedersi. Poi si finisce per appassionarsi.

L’Associazioni

Ho iniziato presto, sono entrato subito in Spedimar, l’Associazione degli spedizionieri livornesi. Dopo un periodo in consiglio, nel 2007 mi hanno chiesto di fare il presidente, poi sono stato confermato fino al 2013. Confesso che fu motivo di orgoglio personale, lo dico con un pizzico di vanità. Ma ho accettato per spirito di servizio, per essere utile alla categoria. Mi è piaciuto da subito, mi è piaciuto seguire gli argomenti principali, essere costretto ad approfondire, a tenermi informato sulle novità, su quel che succedeva in Italia e nel mondo. Era un punto di osservazione privilegiato. Nel 2015 sono stato eletto Presidente di Fedespedi, carica che ho ricoperto fino al 2019. Ho lavorato sempre con un identico spirito di servizio.  Perché, certo, se vuoi ricoprire bene il ruolo un po’ la tua azienda la trascuri. Ma era in ottime mani.

Un bilancio? L’impegno associativo mi ha arricchito, con qualche piccola delusione.

 

Uno degli argomenti che abbiamo più analizzato e discusso nel periodo in cui sono stato presidente riguardava il gran numero di associazioni che popolavano e popolano il settore della logistica e dei trasporti, le mille sigle. Per la politica, che allora frequentavo, era difficile distinguerle singolarmente. Non conoscevano bene Fedespedi, e soprattutto la galassia delle sue associazioni territoriali, arrivavano al massimo a Confetra. Questo è stato uno degli aspetti su cui mi sono concentrato: come dare maggiore visibilità alla nostra associazione, che è più impegnata della confederazione, nel fornire servizi alla categoria, a fare formazione. Contemporaneamente, però, pensavo anche che si potesse rinunciare a un po’ di potere, nell’interesse degli associati, per lasciare che fosse Confetra, a difendere gli interessi generali, ed evitare di essere in tanti a bussare alle stesse porte della politica e del governo. Ora assistiamo al paradosso che i grandi player, i soggetti forti, hanno costituito le loro filiere di associazioni: si è riproposta la stessa dinamica che ha caratterizzato il nostro universo imprenditoriale, la disparità tra i grandi gruppi e i piccoli e medi operatori. Un bilancio? L’impegno associativo mi ha arricchito, con qualche piccola delusione.  

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