Maurizio Longo non aveva ancora compiuto 64 anni. Li avrebbe compiuti il 10 settembre. È morto a Roma, dopo una lunga malattia, lasciando un vuoto difficile da riempire nel mondo dell’associazionismo dell’autotrasporto. Difficile soprattutto perché Longo non era semplicemente uno dei tanti rappresentanti di categoria. Era uno che occupava uno spazio preciso, quello dell’uomo contro.
«Contro» la committenza, quando riteneva che il rapporto contrattuale fosse sbilanciato. «Contro» le regole, quando le considerava costruite senza tenere conto di chi ogni giorno saliva su un camion. «Contro» le altre associazioni, quando pensava che stessero arretrando rispetto agli interessi delle imprese. «Contro» il ministero quando vedeva nell’azione pubblica più annunci che risultati. E qualche volta anche «contro» se stesso, perché la sua ostinazione lo portava a infilarsi in battaglie dalle quali sarebbe stato molto più semplice uscire con un compromesso.
Era, in questo senso, un bastian contrario professionista. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi qui. Perché Longo era soprattutto un uomo che credeva nell’autotrasporto. E che riteneva che per difenderlo non fosse sufficiente stare seduti ai tavoli, partecipare alle riunioni e firmare documenti condivisi. Serviva, secondo lui, anche battere i pugni. E, quando necessario, minacciare il fermo.
Lo fece una prima volta nel 2007, quando era alla guida di Fita-CNA, quando logiche confederali lo costrinsero a fare un passo indietro. E lo avrebbe fatto ancora negli anni successivi, più volte, fino all’ultima proclamazione nell’aprile di quest’anno, ritirata poi rapidamente dopo un incidente mortale. Anche in quella circostanza, tra le critiche di chi avrebbe voluto mantenere la linea dura e quelle di chi giudicava irresponsabile un fermo in quelle condizioni, emerse il tratto che lo aveva accompagnato per tutta la carriera: Longo non aveva paura di prendere una posizione.
Nel 2008, insieme a Franco Pensiero, aveva fondato Trasportounito di cui poi rimase segretario generale. L’obiettivo era chiaro: costruire un’organizzazione che avesse come priorità la difesa dell’autotrasporto e, soprattutto, di quella parte più fragile e numerosa della categoria, fatta di piccoli imprenditori e padroncini spesso schiacciati tra costi crescenti, tariffe insufficienti e un potere contrattuale della committenza enormemente superiore. Da allora Trasportounito è diventata anche la sua voce. Una voce spesso ruvida, talvolta provocatoria, quasi sempre riconoscibile.
Longo aveva una qualità che nell’associazionismo non è così frequente: sapeva leggere il gioco. Non era soltanto un uomo di slogan. Conosceva norme, procedure, equilibri politici e associativi. Sapeva dove passava una norma, chi aveva interesse a sostenerla, chi avrebbe avuto da perderci e, soprattutto, dove si trovava la falla attraverso cui provare a far passare la propria posizione.
Per questo, qualche anno fa, lo avevamo definito il «Marco Pannella dell’autotrasporto». Il paragone non nasceva dalla somiglianza politica, naturalmente, ma da un metodo. Come Pannella aveva trasformato referendum, scioperi della fame e provocazioni in strumenti per mettere a nudo le contraddizioni del sistema, Longo sapeva usare il conflitto associativo, il fermo, la polemica e perfino le pieghe delle norme per costringere il sistema dell’autotrasporto a guardarsi allo specchio.
Una delle sue mosse più significative fu proprio quella che gli valse il paragone. Quando una modifica normativa sembrava restringere gli spazi di rappresentanza nel Comitato Centrale dell’Albo, Longo trovò una strada alternativa per rientrare nella partita, passando attraverso una diversa confederazione. Un’operazione che poteva essere letta, banalmente, come una difesa della propria poltrona. Ma era una lettura troppo semplice.
La sua mossa mostrava infatti qualcosa di più profondo: che la rappresentanza è un terreno scivoloso e che quando si cerca di ridurre per legge il numero delle organizzazioni rappresentative senza affrontare fino in fondo il problema della loro reale rappresentatività, il sistema può trovare nuove vie per aggirare l’ostacolo.
Era Longo, insomma: una parte di interesse personale, una parte di strategia, una parte di provocazione. E una buona dose di intelligenza. Perché il suo vero talento era proprio questo: far discutere.
Non sempre aveva ragione. Non sempre le sue battaglie erano condivisibili. Non sempre i suoi toni aiutavano a costruire una posizione comune. Ma anche quando si contestava quello che diceva, era difficile ignorarlo. E questo, nel mondo dell’associazionismo, è un merito molto più grande di quanto possa sembrare.
Maurizio Longo apparteneva a una generazione di rappresentanti che aveva imparato l’autotrasporto dal basso, frequentando aziende, camionisti, piazzali e tavoli ministeriali. Una generazione che aveva visto cambiare il settore e che continuava a considerare il camion non soltanto come un mezzo di trasporto, ma come il punto terminale di una catena economica nella quale troppo spesso il conto degli squilibri finiva sulle spalle dell’autotrasportatore.
La malattia, negli ultimi anni, aveva progressivamente rallentato il suo passo, ma non la sua ostinazione. La sua voce era diventata più flebile. Gli incontri più faticosi. Le trasferte più complicate. Ma continuava a esserci. Era ancora lì ai tavoli di confronto, ancora pronto a intervenire, ancora capace di contrapporsi alle altre organizzazioni, ancora convinto che una categoria che non fa rumore rischi di essere semplicemente dimenticata.
Forse è questo il modo migliore per ricordarlo. Non come un uomo sempre dalla parte giusta. Non come un leader infallibile. E nemmeno soltanto come quello che proclamava i fermi. Ma come un uomo che aveva scelto di essere scomodo. E in un sistema nel quale spesso la mediazione rischia di trasformarsi in acquiescenza, Longo rappresentava la parte che diceva «no». Quella che alzava la voce. Quella che cercava la crepa nella norma. Quella che ricordava agli altri rappresentanti che, oltre i ministeri, le confederazioni e i tavoli, esistevano migliaia di imprese che ogni giorno dovevano far quadrare i conti.
Per questo, anche chi con lui ha litigato, si è scontrato o ha combattuto battaglie dall’altra parte della barricata, difficilmente potrà negare che Maurizio Longo all’autotrasporto serviva. Serviva proprio perché era un uomo contro. O, forse, più semplicemente, un uomo a difesa di una parte. E quando quella parte era convinta di essere stata dimenticata, lui aveva scelto di ricordarlo a tutti.
Adesso, dopo anni in cui una malattia gli aveva tolto persino la tranquillità di un parcheggio, il motore di Maurizio Longo si è spento. Ma per chi lo ha conosciuto, discusso, seguito o anche soltanto incrociato in uno dei tanti tavoli dell’autotrasporto, resterà il rumore di quel motore. Quello di un uomo che, fino all’ultimo, non aveva smesso di andare controcorrente.


