La distrazione alla guida provoca, secondo l’Istat, quasi un incidente su sei: oltre 35mila nel solo 2024, pari al 15,7% di tutti gli incidenti. Eppure, nonostante rappresenti in Italia una delle principali cause di sinistri, resta anche una delle infrazioni più difficili da reprimere. Il motivo è semplice: mentre un eccesso di velocità può essere rilevato da un autovelox e un semaforo rosso da una telecamera, l’uso dello smartphone richiede quasi sempre che qualcuno lo sorprenda mentre avviene. Serve l’occhio di un agente o un sistema che gli permetta di vedere ciò che normalmente sfuggirebbe. È proprio per questo che, sulle autostrade italiane, entrano in azione anche pattuglie in incognito: berline anonime che pedinano nel traffico camion e van, con agenti della Polizia Stradale pronti a chiamare via radio una pattuglia in livrea che segue a pochi chilometri di distanza.
Esattamente questa scena è anche il cuore di un video-documentario della serie «Check Point», realizzato come K44 su YouTube, seguendo per ore il lavoro delle pattuglie dedicate al contrasto della distrazione. Da lì è nata una valanga di commenti: «Ma perché colpite solo il telefono? E il maxi-schermo della plancia?». «E se sto mangiando un panino?». «E le cuffie? E lo smartwatch?». Domande legittime, soprattutto per chi guida per lavoro: per un autista di camion o di van, infatti, qualche settimana senza patente non è un disagio, ma la vanificazione di uno strumento di reddito.
Perché lo smartphone è il cattivo ideale
Il telefono è finito nel mirino perché concentra quattro forme di distrazione in un solo gesto: visiva (guardiamo lo schermo, non la strada), manuale (togliamo le mani dal volante), uditiva (ascolti amo suoni e voci invece del traffico) e cognitiva (la testa va sul messaggio, non sul contesto stradale).
Ma ridurre tutto allo smartphone sarebbe un errore: la guida distratta comprende un universo molto più ampio — consultare il navigatore, regolare il climatizzatore, cercare un documento, mangiare, fumare, voltarsi verso il sedile posteriore, interagire con gli schermi dell’infotainment. Ed è qui che nasce il vero paradosso: lo smartphone è il comportamento più facile da identificare nella percezione comune, ma non il più facile da sanzionare, perché richiede quasi sempre un accertamento diretto.

Zona grigia: smartwatch e wearable
Il Codice non nomina esplicitamente gli smartwatch, ma basta guardare il polso di chi guida: notifiche, anteprime di messaggi, chiamate in arrivo e anche addirittura la possibilità di dettare o rispondere con un tocco. La risposta degli esperti si appella al buon senso: se l’orologio vibra e lo si guarda come per consultare l’ora, si resta nel confine del lecito; se si legge il messaggio mentre si è in movimento, il comportamento diventa distratto e sanzionabile. Come ha scritto sulla nostra pagina LinkedIn lo psicologo del traffico Alessandro Lovison, «ogni schermo – GPS, pannello di controllo, smartwatch – è un distrattore per natura: basta un suono o l’accensione del display per spostare il focus dalla strada al device».
In caso di sinistro, un pubblico ministero può richiedere i tabulati telefonici per verificare se il cellulare fosse in uso nei momenti precedenti l’impatto. Il riscontro positivo, però, non dimostra automaticamente l’uso illegale: serve incrociare più elementi – verbale, testimonianze, perizia – per stabilire se l’uso fosse manuale e privo di vivavoce.
Code, semafori e soste: la Cassazione non fa sconti
Uno degli equivoci più diffusi riguarda il semaforo: «Ma se sono fermo per il rosso, che problema c’è a rispondere a un messaggio?». La Cassazione, con l’ordinanza n. 23331 del 23 ottobre 2020, è stata chiara: il divieto di usare apparecchi radiotelefonici permane anche durante l’interruzione di marcia dovuta a esigenze della circolazione. Tradotto: se sei fermo in coda o al semaforo perché lo impone il traffico, stai comunque guidando e la sanzione scatta comunque.
Diverso il caso della vera sosta, quando cioè il veicolo è parcheggiato, il motore spento e quindi fuori dal flusso: lì non si è più conducenti in marcia. Per chi guida un camion o un van, la morale è semplice: il rosso del semaforo riguarda soltanto la guida, ma non può essere considerato uno «smartphone break».
Non solo telefono: mangiare, truccarsi, voltarsi, fumare
Ma arriviamo al tema sollevato da tanti lettori sui social: «Se mi multate per il telefono, dovreste multarmi anche se mangio, mi trucco, fumo, mi volto a parlare con il collega». La risposta è sfumata: lo smartphone è coperto da un articolo specifico, con sanzione automatica se colto in flagranza; gli altri comportamenti non hanno una norma dedicata, ma possono integrare guida distratta, imprudente o pericolosa se collegati a una manovra sbagliata o a un incidente.
Truccarsi allo specchietto non è tipizzato nel Codice, ma se nel farlo si invade la corsia o si tampona il veicolo davanti, l’organo accertatore può contestare la mancata tenuta del controllo del mezzo (art. 141). Idem per mangiare un panino con due mani impegnate, girarsi a prendere qualcosa nel vano lett o del camion, cercare un documento sott o al sedile: non esiste una norma che sanzioni specifi camente l’atto di mangiare, ma si procede comunque se vengono compromessi il controllo del veicolo (art. 141) o la libertà di movimento delle mani (art. 169). Se la situazione è particolarmente grave – una o entrambe le mani non posizionate sul volante, sterzata brusca, mancato arresto tempestivo – può essere contestata la guida pericolosa (art. 177), con perdita di punti e possibile sospensione della patente.

Cuffie, vivavoce e limiti sonori
La legge vieta l’uso di cuffie sonore al conducente, con eccezione per forze armate e polizia. La prassi distingue tra cuffie/auricolari su entrambe le orecchie (non consentiti , perché isolano dai suoni esterni) e vivavoce integrato, kit Bluetooth o auricolare singolo (compatibili, purché l’audio non copra sirene, clacson e rumori del traffico).
Zona grigia: un singolo auricolare a volume altissimo, in caso di incidente, può diventare un elemento aggravante.
Infotainment, touch e maxi-schermi: il paradosso della plancia
Mentre lo Stato dichiara guerra allo smartphone, l’industria automobilistica riempie cruscotti e plance di maxi-schermi touch, menu a strati, widget e app. Sui veicoli industriali la tendenza è più prudente, ma la direzione è la stessa: display centrali che gestiscono clima, navigazione, radio, smartphone connessi, persino alcune funzioni del mezzo. Questi sistemi, essendo integrati nel veicolo, non rientrano nel catalogo dei dispositivi portati li puniti dall’art. 173.
Ma il problema di fondo è lo stesso: per cambiare la temperatura, selezionare un brano o cercare un indirizzo, spesso il conducente deve staccare gli occhi dalla strada e le mani dal volante. Dal punto di vista giuridico, l’uso normale dell’infotainment non è ancora al centro di sanzioni specifiche, ma se un agente vede un mezzo zigzagare perché il conducente è immerso in un menu, la contestazione per guida distratta può arrivare anche senza smartphone di mezzo.
Questo articolo fa parte di una nostra inchiesta dedicata alla distrazione alla guida. Un approfondimento che analizza cosa prevede il Codice della Strada, quali sono i comportamenti che più frequentemente compromettono l’attenzione al volante, le relative sanzioni e le conseguenze per gli autisti professionisti. L’inchiesta è pubblicata sul numero di luglio/agosto 2026 di Uomini e Trasporti.
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