HomeProfessioneLeggi e politicaFurgoni elettrici, la corsa accelera. Ma le reti europee rischiano di non tenere il passo

Furgoni elettrici, la corsa accelera. Ma le reti europee rischiano di non tenere il passo

L’elettrificazione dei veicoli commerciali leggeri potrebbe procedere ancora più velocemente di quella delle auto in alcuni mercati europei: entro il 2030 la quota elettrica del parco furgoni arriverebbe al 22,7% in Svezia e al 9,1% in Germania. Ma la crescita mette sotto pressione le reti elettriche: servirebbero fino a 24,7 miliardi di euro di investimenti, riducibili a 14,1 miliardi attraverso la gestione intelligente della ricarica. È quanto emerge dallo studio “Electricity Grids in Europe”, commissionato da EIT Urban Mobility, ChargeUp Europe e ACEA e realizzato da Siemens.

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L’elettrificazione dei trasporti europei è destinata ad accelerare da qui alla fine del decennio e, in diversi mercati, saranno proprio i veicoli commerciali leggeri a imprimere una delle spinte più significative. Secondo il modello elaborato da Siemens, entro il 2030 la quota di furgoni elettrici raggiungerà il 22,7% del parco in Svezia e il 9,1% in Germania, mentre in Polonia arriverà al 5,9%, con un numero di commerciali elettrici quasi dieci volte superiore rispetto al 2024. Anche il parco auto elettrico è destinato a crescere rapidamente, sebbene con fortissime differenze tra i Paesi. Nel 2030 i veicoli elettrici a batteria dovrebbero rappresentare il 27,3% del parco svedese e il 15,7% di quello tedesco, mentre Italia e Spagna rimarrebbero molto più indietro, rispettivamente al 4,6% e al 4,5%. In Polonia la quota si fermerebbe al 2,5%. Nel complesso, rispetto ai livelli del 2024, la crescita sarebbe compresa tra 3,4 e 5,3 volte. Le previsioni sono contenute nello studio “Electricity Grids in Europe”, commissionato da EIT Urban Mobility, ChargeUp Europe e ACEA e realizzato da Siemens. L’analisi prende in considerazione l’impatto della diffusione di auto e veicoli commerciali leggeri completamente elettrici sulle reti di distribuzione dei 27 Paesi dell’Unione europea e di tre Paesi dello Spazio economico europeo. Il modello viene applicato a 64 centri urbani, ricondotti a sei archetipi, tra i quali figurano Stoccolma, Monaco di Baviera, Barcellona, Roma, Kiel e Cracovia.Lo studio segnala una grande criticità: non basta mettere su strada più veicoli elettrici, bisogna essere in grado di ricaricarli. Nei 64 centri considerati dallo studio il numero dei veicoli elettrici dovrebbe aumentare di 3,8 volte entro il 2030 e tutte le città analizzate avranno bisogno di interventi sulla rete. Il problema interessa direttamente anche la logistica. Con flotte commerciali sempre più elettrificate, la disponibilità di potenza nei depositi aziendali, oltre che nelle infrastrutture pubbliche e lungo le direttrici di trasporto, diventa una componente essenziale della transizione. Il rischio è che la crescita dei mezzi proceda più velocemente della capacità della rete di sostenerne la ricarica.La maggiore pressione è prevista sulla bassa tensione, sulla quale si concentrerebbe il 77,7% degli investimenti necessari per il potenziamento fisico delle reti. A pesare è soprattutto la ricarica domestica: secondo le stime, entro il 2030 tra il 55% e il 62% dei proprietari di veicoli elettrici nelle città considerate avrà accesso a una presa privata. Dove questa possibilità sarà più limitata, aumenterà invece la dipendenza dalla rete pubblica di ricarica. Il conto potenziale è elevato. Senza sistemi di EV Load Management, cioè senza una gestione intelligente dei tempi e della potenza assorbita durante la ricarica, lo studio stima in 24,7 miliardi di euro gli investimenti necessari per adeguare le reti entro il 2030. Attraverso la gestione del carico il fabbisogno potrebbe scendere a 14,1 miliardi, con 10,6 miliardi di investimenti evitati.La digitalizzazione, tuttavia, non elimina la necessità di intervenire fisicamente sulle infrastrutture. Anche nello scenario più favorevole, sottolinea lo studio, tutte le aree europee analizzate avranno bisogno di potenziamenti. Il nodo diventa quindi coordinare diffusione dei veicoli, infrastrutture di ricarica e capacità della rete, evitando che uno dei tre elementi proceda molto più rapidamente degli altri.Una questione particolarmente sensibile per l’Italia, dove alla prevista crescita della mobilità elettrica si aggiunge un problema più generale di dipendenza energetica dall’estero. Lo ha sottolineato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, intervenendo all’evento “Sovranità energetica e competitività”.  «La nostra produzione nazionale di energia sul fronte elettrico è il 40%, ma complessivamente, rispetto ai trasporti e alle importazioni di fossili, noi siamo quasi totalmente dipendenti dall’estero. Quindi la sfida che abbiamo davanti è renderci più autonomi possibile, che significa più sicuri possibile», ha affermato il ministro. Secondo Pichetto Fratin, l’aumento della produzione da fonti rinnovabili – fotovoltaico, eolico, biomasse, biogas e biometano – dovrà essere accompagnato da altre fonti in grado di assicurare programmabilità al sistema. Da qui il richiamo del ministro al nuovo nuclearecome componente del futuro mix energetico italiano.

 

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