Da inizio maggio il mercato del gasolio extrarete ha vissuto una fase particolarmente movimentata, caratterizzata da due aumenti delle accise decisi dal Governo e, parallelamente, dall’evoluzione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che hanno progressivamente ridotto le tensioni sullo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali.
Nel periodo considerato – dal 5 maggio al 22 giugno – la media nazionale del gasolio extrarete è passata da 1,873 euro al litro a 1,696 euro (Iva compresa), con una riduzione complessiva di 0,177 euro al litro, pari al 9,5%. Ancora più significativa la discesa rispetto al picco registrato il 7 giugno, quando la media nazionale aveva raggiunto 1,935 euro al litro: in appena quindici giorni il prezzo è diminuito di 0,239 euro al litro, ovvero del 12,4%. E’ quanto emerge dal monitoraggio condotto da Figisc per Uomini e Trasporti.

L’andamento appare particolarmente interessante perché si è sviluppato in presenza di un aumento della pressione fiscale su questo carburante. Fino al 22 maggio l’accisa sul gasolio era fissata a 0,47290 euro al litro. Dal 23 maggio è entrato in vigore il primo incremento disposto dal Governo, che ha portato l’imposta a 0,57290 euro al litro, con un aumento di 10 centesimi pari al 21,1%. Successivamente, dal 7 giugno, è scattato un secondo adeguamento che ha innalzato l’accisa a 0,62290 euro al litro, ulteriori 5 centesimi in più rispetto alla fase precedente (+8,7%). Complessivamente, tra l’inizio e la fine del periodo, il carico fiscale sul gasolio è aumentato di 15 centesimi al litro, pari al 31,7%.
I rincari derivano dal meccanismo di riallineamento delle accise su benzina e gasolio introdotto dal Governo per rispondere all’impennata del prezzo dei carburati dovuti alla guerra in Iran e Libano. Gli aumenti hanno effettivamente sostenuto i prezzi tra la fine di maggio e la prima settimana di giugno. Dopo il primo incremento fiscale, la media nazionale è risalita fino a 1,869 euro al litro il 26 maggio. Con il secondo aumento delle accise, il mercato ha toccato il massimo dell’intero periodo: 1,935 euro al litro il 7 giugno.
Tuttavia, proprio mentre entrava in vigore il secondo rialzo fiscale, i mercati petroliferi hanno iniziato a guardare sempre più ai segnali provenienti dal Medio Oriente. Già a fine maggio erano emerse indiscrezioni su una possibile intesa tra Washington e Teheran per la riapertura dello Stretto di Hormuz e per una progressiva normalizzazione delle esportazioni petrolifere iraniane. Le prime bozze di accordo circolate tra il 25 e il 27 maggio avevano contribuito a raffreddare le quotazioni del greggio. Le tensioni sono tornate brevemente ad aumentare all’inizio di giugno quando l’Iran aveva sospeso alcuni colloqui indiretti con gli Stati Uniti, provocando un nuovo rialzo delle quotazioni petrolifere.
La svolta è arrivata a metà giugno con l’annuncio dell’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran. L’intesa prevede la progressiva riapertura di Hormuz, la ripresa del traffico commerciale e un percorso di negoziato di 60 giorni per arrivare a un accordo definitivo. Contestualmente sono state previste facilitazioni per le esportazioni petrolifere iraniane e la normalizzazione delle spedizioni marittime. La prospettiva di vedere nuovamente aperto il passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale ha provocato un brusco calo delle quotazioni internazionali del greggio. Il Brent è sceso rapidamente sotto quota 84 dollari al barile. È in questo contesto che si spiega la forte discesa del gasolio extrarete osservata nella seconda metà di giugno.
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