All’indomani della vittoria elettorale di Péter Magyar, che ha chiuso la lunga stagione politica di Viktor Orbán, l’Ungheria è entrata in una fase di trasformazione profonda. Un cambiamento che non tocca solo la politica, ma che investe l’economia, l’energia e, soprattutto, la logistica. E proprio in quest’ultimo settore emerge un dato, passato finora sotto traccia, che racconta dove si sta muovendo (e dove può arrivare) il Paese: l’intermodale ungherese sta crescendo. E lo sta facendo in netta controtendenza rispetto al resto d’Europa.
A fotografare la situazione è NavigatorWorld, testata ungherese che in questi giorni ha ripreso l’analisi diffusa da MLSZKSZ, organismo che rappresenta i principali hub intermodali del Paese. Nel 2025, le prestazioni del trasporto intermodale sono aumentate di oltre il 14% rispetto all’anno precedente, in un contesto europeo che nello stesso periodo mostrava segnali di rallentamento.
I numeri che raccontano il cambio di passo
Dietro questa crescita ci sono numeri che aiutano a capire la direzione del mercato. Sempre secondo i dati di MLSZKSZ, il traffico di container pieni ha superato i 500 mila TEU (+6,5%). Quello dei container vuoti è cresciuto ancora di più (+15,2%, fino a 237.010 TEU). Il salto più evidente riguarda però i semirimorchi trasportati in modalità intermodale, cresciuti di oltre l’80% e arrivati a superare le 100 mila unità.
Ma il punto non è solo quantitativo. Secondo l’associazione, questi dati indicano un’evoluzione più profonda: l’attività dei terminal ungheresi sta progressivamente superando la dimensione nazionale per assumere un ruolo sempre più internazionale, con flussi in crescita verso i Balcani, in particolare Romania e Serbia.
A trainare questa dinamica sono stati più fattori: grandi investimenti industriali, crescita dell’e-commerce e rafforzamento delle relazioni commerciali. Un mix che ha sostenuto i volumi anche in un contesto globale incerto.
Il limite: una rete ferroviaria sotto pressione
Eppure, proprio mentre cresce, il sistema sta mostrando il suo volto più fragile. Secondo MLSZKSZ, l’infrastruttura ferroviaria non riesce più a tenere il passo con il mercato. Nel corso del 2025, cantieri, lavori di ricostruzione e restrizioni al traffico hanno inciso pesantemente sull’operatività, creando un vero e proprio collo di bottiglia. In alcuni momenti, i terminal di Budapest sono rimasti esclusi dalla rete ferroviaria per settimane, con effetti diretti su costi, tempi e affidabilità.
A complicare ulteriormente il quadro si sono aggiunti i lavori ferroviari nei Paesi limitrofi – Slovenia, Austria, Croazia e Germania – che hanno penalizzato anche i collegamenti con i porti marittimi.
Secondo le stime della MLSZKSZ, circa 17.000 TEU, equivalenti a circa 10.000 camion, sono stati «costretti» a essere trasferiti su strada per raggiungere le destinazioni finali in Ungheria. Un dato che fotografa bene la contraddizione del momento: l’intermodale cresce, ma la gomma continua a essere «la valvola di sfogo del sistema».
Dove il nuovo governo può fare la differenza
È qui che il tema torna inevitabilmente alla politica. L’esecutivo guidato da Péter Magyar eredita un settore che ha dimostrato di avere domanda, volumi e capacità operative, ma che rischia di rallentare se non vengono rese più stabili e affidabili le condizioni operative della rete ferroviaria.
Secondo MLSZKSZ, le priorità del nuovo governo dovrebbero essere chiare: migliorare la pianificazione dei cantieri, limitare l’impatto dei lavori sulla circolazione e rendere più efficiente la gestione del traffico ferroviario.
Come ha sottolineato il segretario generale dell’associazione, Ajtony Koppány Bíró, «i dati dimostrano che l’Ungheria sta diventando un attore regionale sempre più importante nell’intermodale, ma questa crescita può essere sostenibile solo se l’infrastruttura ferroviaria non ostacola, bensì supporta il funzionamento del mercato».
Oltre l’intermodale
Il nodo infrastrutturale, tuttavia, non è che un tassello di un mosaico molto più ampio. Sul fronte finanziario, ad esempio, i mercati hanno registrato un primo segnale subito dopo il voto: come riportato da un’analisi di Akcenta, il fiorino si è rafforzato. Un segnale che riflette un clima di maggiore fiducia, legato alla prospettiva di un riavvicinamento tra Budapest e l’Unione Europea e al possibile sblocco di fondi europei rimasti finora congelati, soprattutto per le tensioni su stato di diritto e gestione delle risorse comunitarie.
Parallelamente, altre fonti come Gasworld sottolineano come come il nuovo corso politico possa incidere anche sugli equilibri energetici, con un progressivo riposizionamento dell’Ungheria verso l’Europa e una minore dipendenza dalla Russia.
Sono dinamiche ancora in evoluzione, ma che indicano una traiettoria. L’intermodale, oggi, cresce nonostante i limiti della rete. La sua tenuta nel medio periodo, però, dipenderà sempre più da fattori che vanno oltre il settore: qualità delle infrastrutture, stabilità del quadro economico, politiche energetiche ed equilibrio delle relazioni europee.


