Cosa ti ha spinto a salire sul camion?
Sono figlio d’arte. Mio padre ha fatto l’autista per tanti anni, così come mio zio e mio nonno materno. Insomma, sono cresciuto circondato dai camion.

L’insegnamento più importante che ti ha trasmesso tuo padre su questo mestiere?
Più che insegnamenti tecnici, mi ha trasmesso un modo di affrontare il lavoro. Mi ha sempre detto di usare la testa, di essere prudente e di non avere fretta. Sulla strada la fretta è la peggior consigliera possibile. C’è però una cosa che mi dispiace: oggi non è più consenti to portare a bordo familiari o altre persone come accadeva un tempo. La normativa lo impedisce. Capisco che esistano regole e responsabilità, ma vedere il mestiere sul campo, accanto a una persona esperta, soprattutto quando ce l’hai «in casa», insegna molto più di qualsiasi manuale. Se regolamentata nel modo giusto, credo sarebbe un’opportunità preziosa per chi vuole avvicinarsi a questa professione.
Hai mai avuto dubbi sulla tua scelta?
Sì. E forse proprio per questo oggi ne sono ancora più convinto. Dopo il diploma mi sono iscritto subito per prendere le patenti: la mattina avevo sostenuto l’esame di maturità e il pomeriggio ero già in autoscuola. Poi però ho attraversato un periodo di incertezza. Ho fatto qualche esperienza nel settore, ma non mi sentivo completamente soddisfatto e sono andato a lavorare in fabbrica. È stato un passaggio importante, perché mi ha aiutato a capire cosa volevo davvero. Dopo un paio d’anni mi sono reso conto che il camion mi mancava. La passione è tornata a farsi sentire e sono rientrato nel settore. Ho capito che quella era la mia strada, ho solo fatto un giro un po’ più lungo per arrivarci.

Quali sono le difficoltà che pesano di più nella quotidianità?
Le attese al carico e allo scarico restano uno dei problemi principali. Oggi va meglio perché ho cambiato azienda e tipologia di lavoro, ma in passato servivo grandi piattaforme logistiche e passavo anche fino a 5 ore fermo ad aspettare. È una delle cose che logora di più chi fa questo mestiere.
E oltre alle attese?
Direi il traffico e le infrastrutture. Le strade spesso non sono più adeguate ai volumi di traffico che devono sopportare ogni giorno. Servirebbero più manutenzione e investimenti. Quando le infrastrutture non funzionano bene, le conseguenze ricadono su tutti: sugli autisti, sulle aziende e sulla sicurezza della circolazione.
C’è stato un episodio che ti ha fatto percepire il lato più duro di questo lavoro?
Sì. Uno dei primi incidenti gravi che ho visto in autostrada mi è rimasto impresso. Non ho assistito direttamente, ma sono passato accanto alla scena poco dopo ed era evidente la gravità dell’accaduto. In momenti come quello realizzi davvero che il rischio fa parte del nostro lavoro. Sono situazioni che ti insegnano il valore della prudenza e ti ricordano che, a volte, arrivare cinque minuti dopo è infinitamente meglio che non arrivare affatto.
Si parla molto della carenza di autisti. Da giovane, come la interpreti?

Credo che molti ragazzi facciano un ragionamento comprensibile. Per entrare in questo settore bisogna investire migliaia di euro in patenti e qualifiche, assumersi grandi responsabilità e affrontare giornate impegnative. Poi guardano altri lavori che richiedono meno sacrifici e offrono stipendi non così diversi. È normale che qualcuno si chieda se ne valga la pena. Per questo penso che la passione faccia ancora la differenza. Se scegli questo mestiere solo per convenienza economica, difficilmente riesci a reggere nel lungo periodo. Devi avere qualcosa in più che ti spinge ad andare avanti.
Come ti senti oggi, in questa fase della tua vita?
Mi sento soddisfatto. Questo lavoro ha i suoi pesi e le sue difficoltà, come qualsiasi altro, ma mi piace ancora farlo. Mi sento realizzato e orgoglioso del percorso che ho costruito. Conta molto anche l’ambiente che trovi attorno a te. Sapere che il proprio impegno viene riconosciuto dai titolari e dalle persone con cui lavori fa una grande differenza. Oggi mi sento nel posto giusto.
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