Per anni, quando si parlava di carenza di autisti, la risposta sembrava quasi obbligata: aumentare gli stipendi. E in effetti il mercato ha seguito questa strada. In Europa e in Nord America molte aziende hanno rincorso i conducenti disponibili con aumenti salariali, innescando quella che Marco Henry, Global Ground & Rail Procurement and Fleet Management Director di CEVA Logistics, definisce una sorta di «guerra degli stipendi».
Ma oggi, secondo CEVA, quella leva sembra aver raggiunto i suoi limiti. La domanda allora cambia: se pagare di più non è sufficiente, cosa convince un autista a restare?
La risposta arriva da un’esperienza concreta raccontata da CEVA Logistics all’interno dei contenuti di International Road Transport Union (IRU): intervenire sulle ragioni che spingono le persone ad andarsene. E i numeri dimostrano che qualcosa ha funzionato. Nel 2022 il turnover degli autisti di CEVA era intorno al 50%. Nel 2023 è sceso al 32%, nel 2024 al 20% e nel 2025 è arrivato al 17%. Una riduzione enorme, ottenuta non soltanto aumentando le retribuzioni, ma lavorando sulle condizioni quotidiane del mestiere.
Prima regola: capire perché gli autisti se ne vanno
Il primo errore, secondo CEVA, è affrontare la carenza di conducenti soltanto dal lato del reclutamento. Certo, trovare nuovi autisti è necessario. Ma se il problema è che molti lasciano il settore o cambiano azienda dopo pochi mesi, continuare a cercare nuovi ingressi significa riempire una vasca con il rubinetto aperto. Per questo CEVA ha iniziato a chiedere direttamente agli autisti quali fossero i problemi più frequenti.
Una scelta apparentemente semplice, ma spesso trascurata: ascoltare chi vive ogni giorno il lavoro sulla strada. Le segnalazioni raccolte hanno fatto emergere un quadro molto concreto. Non grandi rivendicazioni teoriche, ma problemi quotidiani:
– attese e condizioni nelle aree di carico e scarico;
– documentazione che arriva in ritardo;
– tempi troppo lunghi per riparare i mezzi;
– attrezzature non funzionanti.
Un fanale rotto può diventare un problema di fidelizzazione
Uno degli aspetti più interessanti emersi dall’esperienza CEVA riguarda il ruolo del mezzo. Per chi lavora in ufficio un guasto può essere un inconveniente operativo. Per un autista può diventare una fonte continua di stress. Un rimorchio che non funziona correttamente. Una porta che non chiude, un faro guasto, un’attrezzatura difettosa che nessuno sistema: sono piccoli problemi, ma ripetuti ogni giorno trasformano il lavoro in una sequenza di ostacoli. «Non c’è nulla che faccia arrabbiare di più un autista», ha spiegato Henry, riferendosi ai problemi di manutenzione e alle riparazioni che tardano ad arrivare.
Il messaggio è chiaro: la manutenzione non è soltanto una questione tecnica. È anche una politica per trattenere le persone. Un camion affidabile comunica rispetto verso chi lo guida.
Il tempo a casa vale quasi quanto lo stipendio
Un altro elemento decisivo è l’equilibrio tra lavoro e vita privata. CEVA ha osservato una tendenza significativa: molti autisti stanno abbandonando il lungo raggio per attività locali, anche accettando una paga inferiore. Il motivo? Tornare più spesso a casa. La pandemia ha accelerato un cambiamento nelle aspettative dei lavoratori. Il conducente non valuta più soltanto quanto guadagna, ma anche quanto tempo riesce a dedicare alla propria vita fuori dal camion.
È una dinamica che riguarda sempre più tanti continenti, Europa compresa, dove molte imprese fanno fatica a trattenere autisti esperti impegnati in viaggi lunghi, con assenze prolungate e ritmi difficili da conciliare con la famiglia.
La differenza la fa una risposta, non solo un questionario
Raccogliere opinioni però non basta. CEVA ha creato un sistema a due livelli: i problemi locali vengono inviati direttamente alle strutture interessate – depositi, filiali, manutenzione – mentre le questioni più generali vengono analizzate periodicamente dal management operativo.
Il punto fondamentale è il ritorno dell’informazione. «Se non torni dall’autista dicendo: abbiamo ascoltato quello che ci hai detto e lavoreremo sul problema, allora è inutile chiedere», è il concetto espresso da Henry. Una frase che tocca un tema centrale nella gestione del personale: le persone accettano anche i problemi, se vedono che qualcuno prova a risolverli.
Comfort, servizi e infrastrutture: la cabina non è solo un posto di lavoro
Tra le richieste più frequenti degli autisti ci sono anche aspetti apparentemente secondari: qualità delle aree di attesa, servizi igienici, spazi dove fermarsi durante le operazioni di carico e scarico. Ma proprio questi dettagli costruiscono la percezione del mestiere. Se l’obiettivo è attirare giovani e donne nella professione, non basta parlare di opportunità economiche. Occorre rendere il lavoro più vivibile.
Anche le infrastrutture esterne hanno un peso. Secondo CEVA, il Nord America dispone spesso di aree di sosta più attrezzate, mentre molte strutture europee sono ancora lontane dagli standard necessari.
Anche il reclutamento cambia: più velocità e più formazione
La strategia CEVA non riguarda soltanto la permanenza degli autisti già presenti. L’azienda sta utilizzando anche strumenti di intelligenza artificiale per velocizzare la selezione dei candidati, evitare che le domande vadano perse e coprire anche fasce orarie tradizionalmente scoperte. Il risultato è una riduzione dei tempi di inserimento: il processo di onboarding è stato praticamente dimezzato.
Parallelamente, CEVA sta ampliando il bacino dei candidati attraverso percorsi dedicati ai nuovi ingressi. Negli Stati Uniti, per esempio, sostiene programmi che permettono agli addetti di magazzino di diventare autisti, coprendo formazione e permessi necessari.
La lezione di CEVA: trattenere costa meno che sostituire
L’esperienza di CEVA porta una conclusione interessante per tutto il settore. Lo stipendio resta importante. Nessuno mette in dubbio che la professione debba essere adeguatamente remunerata. Ma oltre una certa soglia entrano in gioco altri fattori. Un autista resta dove trova:
- un mezzo che funziona;
- un’organizzazione che risponde;
- tempi di lavoro più prevedibili;
- rispetto per il proprio ruolo;
- condizioni migliori durante la giornata.
La crisi degli autisti, quindi, non è soltanto una crisi di numeri. È anche una sfida di qualità del lavoro. E il caso CEVA dimostra che intervenire sulle cause dell’abbandono può produrre risultati concreti.


