Tra il 30 luglio e il 29 settembre 2026, nonostante una lunga sequenza di interventi del Governo sulle accise, il prezzo medio nazionale ponderato del gasolio extrarete è passato da 1,961 a 2,180 euro al litro (Iva compresa): 21,9 centesimi in più, pari a un aumento dell’11,2%. Il dato emerge dal monitoraggio Figisc per Uomini e Trasporti, lo stesso che nel periodo precedente aveva fotografato la brusca impennata dei prezzi tra giugno e luglio. Il dato finale, però, racconta soltanto una parte del rialzo. Perché ad agosto e settembre il gasolio ha attraversato una fase di forte volatilità e ha raggiunto livelli ben superiori a quelli di fine settembre.

Dal minimo di agosto al picco di 2,285 euro
Il periodo si apre il 30 luglio a 1,961 euro al litro, dopo il brusco arretramento provocato dal primo intervento del Governo sulle accise. Il prezzo scende fino a 1,846 euro il 6 agosto, per poi ricominciare progressivamente a salire. A fine agosto torna sotto 1,90 euro, ma settembre cambia nuovamente lo scenario. Il 3 settembre la media nazionale balza a 2,076 euro, supera 2,17 euro il 14 settembre e il 18 settembre raggiunge il massimo del periodo: 2,285 euro al litro. Rispetto al 30 luglio significa 32,4 centesimi in più, +16,5%; rispetto al minimo del 6 agosto, l’incremento arriva a 43,9 centesimi, quasi il 24%.
Due mesi di accise ridotte
A rendere particolarmente significativo l’andamento è il fatto che gran parte del rincaro si è verificato con le accise ancora calmierate dallo Stato. Dal 30 luglio il Governo aveva riportato l’aliquota sul gasolio a 532,90 euro per mille litri, contro i 672,90 euro ordinari: uno sconto fiscale di 14 centesimi al litro, che sale a circa 17 centesimi considerando l’Iva. Il decreto-legge del 27 luglio aveva inizialmente previsto la misura fino al 6 agosto, estendendola anche a HVO e biodiesel sostenibili. La riduzione è stata poi prorogata praticamente senza soluzione di continuità. Dal 18 settembre è iniziata invece l’uscita graduale dall’intervento straordinario: l’accisa è salita a 572,90 euro per mille litri fino al 25 settembre e dal 26 settembre a 622,90 euro, livello previsto fino al 5 ottobre. In pratica lo sconto rispetto all’aliquota ordinaria è passato prima da 14 a 10 centesimi e poi a 5 centesimi al litro. Con lo spazio per ulteriori interventi fiscali sempre più costoso per le finanze pubbliche, negli ultimi giorni la strategia si è spostata anche sul coinvolgimento diretto delle compagnie petrolifere. Eni è stata la prima a fissare un vero price cap, seguita da IP e Q8. Il risultato è che una parte consistente della rete italiana viene ora interessata da forme volontarie di contenimento dei listini, ma non è chiaro se gli sconti siano applicati anche all’extrarete.
L’autotrasporto chiede interventi anche per l’extrarete
Ed è proprio questo il punto sollevato da Paolo Uggè, presidente di Fai-Conftrasporto, secondo il quale sarebbe «un errore gravissimo» intervenire sui prezzi alla pompa dimenticando che il trasporto professionale si approvvigiona in larga parte attraverso l’extrarete. Ancora più radicale la proposta di TrasportoUnito, che sposta l’attenzione dal ristoro pubblico al rapporto fra costo del gasolio e prezzo del trasporto. Secondo l’associazione, il mancato adeguamento delle tariffe all’aumento del carburante sottrarrebbe alle imprese di autotrasporto circa 250 milioni di euro al mese, aggravando una crisi di liquidità che rischia di tradursi in una riduzione dei servizi. La richiesta è quella di superare la logica degli interventi straordinari e dei crediti d’imposta erogati a distanza di mesi, introducendo un meccanismo automatico di adeguamento delle tariffe di trasporto alle variazioni del gasolio.


