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Logistica, a Reggio Emilia esperimento controcorrente: internalizzati 800 lavoratori in appalto. Ma il fronte sindacale resta diviso

Travolto dalle inchieste sugli appalti, il settore prova a cambiare pelle: a Campegine il gruppo Snatt riassorbe 800 dipendenti prima attivi tramite appalto esterno, con un triennio di transizione al contratto nazionale. Firma la sola Fit Cisl; Cgil e Uil contestano

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Mentre le inchieste della Procura di Milano sul lavoro in appalto continuano a riverberarsi sul comparto e nuovi filoni si aprono – l’ultimo, la scorsa settimana, nel polo Conad di Carinaro, in provincia di Caserta, dove la Guardia di Finanza di Napoli ha sequestrato beni per oltre trenta milioni di euro contestando l’utilizzo di 18 cooperative ritenute prive di reale autonomia imprenditoriale e quasi 166 milioni di fatture sospette – a Reggio Emilia il 1° maggio è stato firmato un accordo che muove nella direzione opposta: il riassorbimento diretto in azienda di 800 dipendenti finora impiegati attraverso ditte terze.

L’intesa è stata sottoscritta tra il gruppo Snatt – operatore di Campegine specializzato nella contract logistics per i marchi della moda, dello sportswear e del lifestyle — e la Fit Cisl Emilia Romagna. I lavoratori dei poli di Campegine e Castelnovo di Sotto, che fino a ieri facevano capo a una catena di appaltatori, sono stati assunti a tempo indeterminato dalla committente. Secondo quanto comunicato dal sindacato firmatario, l’intesa è stata approvata dalla quasi totalità dei dipendenti coinvolti.

Il percorso è scaglionato su un triennio. Chi proveniva da rapporti stabili negli appalti entrerà nel perimetro aziendale senza periodo di prova; per gli altri sono previste regole di accompagnamento. Sul fronte economico, la convergenza verso il contratto nazionale della logistica, trasporto merci e spedizione sarà progressiva: un primo scatto nel 2026, ulteriori avanzamenti nel 2027 e l’allineamento pieno nel 2028. Da subito i nuovi assunti entreranno nel sistema di welfare di settore, a partire dall’assistenza sanitaria integrativa Sanilog, e potranno contare su rappresentanti per la sicurezza, bacheche sindacali e contrattazione di secondo livello.

L’accordo, secondo la Fit Cisl regionale guidata da Aldo Cosenza, rappresenta la prima applicazione concreta in provincia di Reggio Emilia della carta etica della logistica costruita sul modello bolognese, piattaforma che il sindacato porta avanti, insieme alla segreteria della Cisl Emilia Centrale di Rosamaria Papaleo, da circa due anni. L’azienda, dal canto suo, lega l’operazione a un piano di investimenti in immobili, automazione e revisione dei processi organizzativi e ha aperto a misure di natura sociale: politiche abitative per il personale in condizione di fragilità, l’inserimento di un mediatore culturale per accompagnare i lavoratori stranieri e protocolli di integrazione nelle comunità locali da costruire con i Comuni.

Il quadro, però, non è privo di ombre sul piano delle relazioni industriali. La firma porta infatti la sola sigla della Fit Cisl. Filt Cgil ha pubblicamente affermato di considerare nulla l’intesa, sostenendo di aver revocato un consenso ritenuto apposto a sua insaputa e indicando ulteriori ragioni interne. Uiltrasporti ha denunciato di non essere mai stata convocata al tavolo, ha contestato l’assenza di un confronto unitario e ha annunciato l’apertura di un tavolo nelle Prefetture territoriali, prefigurando anche un’azione per condotta antisindacale. Si tratta di un nodo non secondario, perché un accordo che riassorbe 800 persone in appalto – con tutte le ricadute sul perimetro contrattuale e sulla rappresentanza – riapre il dibattito sulla titolarità delle relazioni industriali in un settore dove la frammentazione delle sigle e la moltiplicazione delle cooperative committenti hanno spesso facilitato proprio le dinamiche oggi sotto la lente della magistratura.

Il contesto, del resto, pesa. Le inchieste milanesi sui colossi della contract logistics hanno fatto emergere uno schema ricorrente: catene di appalto ridotte a contenitori di manodopera, evasione dell’Iva utilizzata per coprire il costo del lavoro, cooperative effimere come schermo. È lo stesso schema contestato, come ricordato, dalla Procura di Napoli Nord nel polo casertano. Sullo sfondo, la pressione regolatoria e investigativa spinge la committenza a riassumere il controllo diretto della forza lavoro logistica, per non restare esposta a contestazioni penali e tributarie.

L’operazione di Campegine, a prescindere dalle polemiche sulla rappresentanza, va letta dunque come uno dei sempre più frequenti tentativi strutturati di reinternalizzazione in un comparto storicamente fondato sull’esternalizzazione. Resta da vedere se il modello – tre anni di transizione, salario gradualmente allineato al contratto nazionale, welfare integrativo e politiche abitative – reggerà alla prova industriale e se troverà imitatori tra i player della logistica per conto terzi, o se rimarrà un’esperienza isolata, contesa anche tra le sigle che dovrebbero rappresentare gli stessi lavoratori.

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