Nel tempo in cui il mondo cooperativo viene spesso osservato attraverso le sue fratture, le sue ambiguità e le sue degenerazioni, la storia della Cafa restituisce un’immagine diversa: quella di una cooperazione che non ha smarrito la propria ragion d’essere, ma l’ha resa più solida, più esigente, più matura.
Sessant’anni dopo la fondazione, la cooperativa sorta a Ferrara nel lontano 1966 festeggia un anniversario che non ha il sapore della semplice memoria, ma quello di una conquista costruita nel tempo, con la disciplina dell’organizzazione, la lungimiranza dell’investimento e una precisa idea di impresa.
L’aggregazione come vero vantaggio competitivo
Massimo Munerati , l’attuale presidente, respinge alla radice ogni lettura liquidatoria della cooperazione. «Le cooperative non sono una cosa sporca», afferma con nettezza, riportando il discorso al suo punto originario: l’aggregazione ha senso solo se genera un vantaggio reale, un surplus di forza, di efficienza, di protezione economica che il singolo non potrebbe ottenere da solo.
È da questo presupposto che la Cafa ha tratto la propria evoluzione: non restare prigioniera di un ruolo meramente esecutivo, ma trasformarsi in un soggetto capace di presidiare l’intera filiera dello zucchero, dal trasporto alla logistica, dai magazzini ai servizi complementari.
Dalla logica del ribasso alla logica di partnership
Questa scelta ha mutato in profondità il rapporto con la committenza. La Cafa non si limita a offrire un servizio, ma propone una relazione fondata sulla continuità, sulla fiducia e sulla reciproca responsabilità. «Abbiamo sviluppato una mentalità di confronto e di partnership con i nostri clienti», spiega Munerati, rivendicando un metodo che si oppone alla logica del prezzo stracciato e del ribasso a ogni costo.
In un settore in cui la competizione tende spesso a tradursi in compressione dei margini e sacrificio del lavoro, la cooperativa ha scelto un’altra strada: quella della misurazione puntuale dei costi, della trasparenza nelle richieste tariffarie, della capacità di giustificare ogni adeguamento con dati e non con improvvisazioni.

La differenza tra lo strumento e il suo utilizzo
Ed è qui che emerge la differenza sostanziale. Per Munerati, il problema non è la cooperativa in sé, ma l’uso che talvolta se ne fa. Nel trasporto conto terzi, la pressione costante verso il ribasso può deformare lo strumento cooperativo fino a trasformarlo in un mezzo per abbattere il costo del lavoro, snaturandone la funzione originaria. «La cooperativa viene utilizzata come uno strumento sporco a questo livello», osserva il presidente, mettendo il dito nella piaga di un sistema che troppo spesso scarica sul personale e sulla manodopera il peso di una competi zione malata.
La Cafa, al contrario, ha scelto di affermare una diversa idea di mercato: non la rincorsa cieca al minimo costo, ma la costruzione di un valore riconoscibile, stabile e difendibile. E anche a tale scopo nel 1975 fece ingresso in Federtrasporti, per contribuire a iniettare potere contrattuale a una realtà aggregativa di secondo livello e quindi maggiormente in grado di accrescere la propria potenzialità di attrarre la domanda di trasporti.
Il magazzino come leva industriale
In questa direzione è stato decisivo l’investimento nella logistica di magazzino, vero cardine dell’evoluzione recente della cooperativa. I magazzini non sono soltanto un presidio operativo, ma una leva industriale capace di aumentare l’efficienza, ridurre le dispersioni e le attese, consentire di organizzare i tempi degli autisti in maniera qualitativamente migliore, generare servizi aggiuntivi e rafforzare la relazione con i clienti.
Nell’ultimo anno, nei magazzini Cafa sono stati gestiti circa 8.500 carichi praticamente a «chilometro zero»: un dato che da solo restituisce il senso di una macchina organizzativa pienamente funzionante e capace di generare ritorni e vantaggi. «La lungimiranza di investire in logistica, concepita dal precedente presidente, Roberto Grechi, è stata determinante per il futuro di Cafa», sottolinea Munerati.

Una governance che porta in cabina i tecnici
A consolidare questa traiettoria ha contribuito anche una governance più evoluta, fondata sulla valorizzazione delle competenze interne. Dal 2021 cinque tecnici sono entrati nel consiglio di amministrazione con diritto di voto, portando nella direzione dell’impresa l’esperienza quotidiana di chi conosce dall’interno i meccanismi dell’azienda.
È un passaggio non solo organizzativo, ma culturale: significa riconoscere che la cooperativa cresce quando il management smette di essere un recinto e diventa un luogo di responsabilità condivisa, di lettura dei processi, di elaborazione delle scelte.
Recuperare terreno, ritrovare autorevolezza
Munerati rivendica con forza i risultati ottenuti in questi anni, sottolineando come il cambio di passo abbia consentito alla Cafa di recuperare terreno, rafforzare la propria posizione e tornare a negoziare con la committenza da una posizione più autorevole. Non più una realtà costretta a difendersi, ma un’impresa capace di presentarsi con il proprio peso specifico: i numeri, gli investimenti, la qualità del servizio, la solidità dell’organizzazione.
In questo senso, la cooperativa non ha solo resistito al tempo, ma lo ha interrogato, costringendolo a riconoscere che esiste ancora un modo serio di fare cooperazione d’impresa.
Il capitale umano come comunità di lavoro
E poi c’è il capitale umano, che nella Cafa non è una variabile accessoria ma una parte costitutiva del progetto. Il welfare aziendale, la palestra per i dipendenti, gli spazi di aggregazione, l’attenzione all’equilibrio tra vita e lavoro, la disponibilità a rimodulare gli orari e a sperimentare forme di flessibilità compatibili con l’attività sono tutti elementi che raccontano una cultura aziendale precisa.
«Cerchiamo di far star bene la gente in cooperativa», dice Munerati, e in quella frase c’è più di un programma sociale: c’è una visione dell’impresa come comunità di lavoro e non come semplice somma di prestazioni.
E nel futuro c’è già un nuovo magazzino
Il sessantesimo anniversario, allora, non è soltanto una ricorrenza. È la prova che una cooperativa può diventare grande senza perdere la propria anima, può crescere senza rinnegare la mutualità, può competere senza confondersi con le logiche più opache del mercato.
La Cafa guarda avanti con un investimento importante come il nuovo magazzino di Altedo e con un obiettivo dichiarato che è già una dichiarazione di fiducia: arrivare almeno a 75 anni. «Investire in un magazzino da 4 milioni di euro, in questo momento, è ciò che ci dà la speranza di avere futuro», afferma il presidente.
La cooperazione come forma avanzata di impresa
Ed è forse qui il punto più alto della sua storia: la Cafa non celebra soltanto i propri 60 anni, ma rivendica il diritto di dimostrare che la cooperazione, quando è autentica, non appartiene al passato. Al contrario, può essere ancora una forma avanzata di impresa, capace di tenere insieme competitività, responsabilità e dignità del lavoro.
In un’epoca che tende a semplificare tutto in costi e ribassi, questa è una lezione che merita di restare.


