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EDITORIALE | La lezione di Varsavia

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Così, mentre noi assistevamo alla chiusura di oltre 26.000 imprese di autotrasporto, negli stessi anni le centinaia di migliaia di polacchi, emigrati subito dopo il crollo del muro di Berlino, hanno abbandonato le pinze da idraulico e sono tornati a casa per mettersi al volante di un camion.

Non perché fossero cattivi e volessero rubarci del lavoro, ma perché quello era il progetto che l’Europa aveva elaborato. Quando cioè nel 2004 si aprirono le porte dell’Unione europea ai paesi dell’Est, il vecchio continente concepì l’allargamento come una grande opportunità per democratizzare un’area e per ridare competitività all’economia continentale nel confronto con quella asiatica, utilizzando più di 100 milioni di lavoratori a basso costo. Molti di costoro entrarono nelle fabbriche realizzate all’Est, molti furono distaccati in quelle esistenti all’Ovest, ma molti andarono a fornire forza lavoro al trasporto, così da abbattere la spesa di movimentazione dei prodotti e favorire ulteriormente la riduzione del loro costo.

La cosa ha funzionato. La Polonia, in questi 15 anni, anche grazie ai fondi europei (100 miliardi di euro sono già stanziati da qui al 2020), ha visto raddoppiare il proprio Pil, triplicare le esportazioni e moltiplicare per quattro (da 45 a 200 miliardi di euro) gli stock degli investimenti diretti dall’estero. E così anche il tasso di disoccupazione è sceso dal 20 al 6,8%, grazie alla creazione di due milioni di posti di lavoro. E tantissimi di questi posti di lavoro sono stati creati proprio dall’autotrasporto, utilizzato come un autentico volano economico. Ecco perché Varsavia oggi è leader assoluto in Europa nel trasporto internazionale su strada e anche in termini di volumi di merci trasportate ha ormai messo la freccia rispetto alla Germania. Peccato, però, che mentre l’economia sfoggia questi numeri, la politica stenta e spaventa. Perché se il progetto di contenere il costo della produzione europea è sostanzialmente riuscito, quello politico di democratizzare un’area geografica è fallito miseramente. Rispetto a 15 anni fa, cioè, è difficile sostenere che i paesi dell’Est siano diventati più democratici. Al contrario, in Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca si predicano senza imbarazzo i vantaggi della «democrazia illiberale», si azzera l’indipendenza del potere giudiziario, ci si dichiara in modo convinto anti-europeisti.

E la cosa preoccupante è che questi paesi contrari all’Unione europea, alleati nel patto di Visegrad, riescono a votare a Bruxelles in maniera compatta e quindi a condizionare negativamente l’organizzazione del nostro trasporto. La cosa preoccupante è il loro essere comunitari a corrente alternata, perché sull’altare della liberalizzazione votano per allargare le maglie del cabotaggio e del distacco, mentre su quello nazionalistico vorrebbero chiudere o restringere le frontiere per camion e migranti.

Dire quale sia la via di uscita da questa situazione è difficile. Una cosa però è certa: un continente troppo disomogeneo difficilmente può rimanere unito. Urge riequilibrare livelli di fiscalità, retribuzioni e anche tassi di democraticità delle costituzioni.

Perché se rimaniamo unitariamente europei, se continuiamo a preservare quella casa comune che ci ha garantito il più lungo periodo di pace della storia moderna, anche l’essere diventati un po’ più poveri potrebbe essere un prezzo sopportabile.

Diversamente, ci sarebbe soltanto da piangere.

Daniele Di Ubaldo
Daniele Di Ubaldo
Direttore responsabile di Uomini e Trasporti

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